MATRIMONIO PRECOCE, UN INCUBO REALE PER MILIONI DI BAMBINE E RAGAZZE

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, eppure, nonostante il clamore mediatico delle iniziative di solidarietà, esse continuano a subire diverse forme di violenza ogni giorno. Tra queste, il matrimonio precoce mette a rischio la vita e i diritti di migliaia di bambine e ragazze in tutto il mondo.

Tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile contenuti nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, il numero 5 si propone di “raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze”. Più nello specifico, quest’obiettivo è articolato in ulteriori indicatori, tra cui il 5.3 (“eliminare tutte le pratiche dannose, come il matrimonio precoce e forzato e le mutilazioni genitali femminili”) che contempla esplicitamente la pratica dannosa costituita dal matrimonio precoce. La specificità dell’indicatore mette in luce la drammatica realtà nella quale vivono ancora migliaia di ragazze e bambine: secondo l’ultimo report dell’United Nations Population Fund (UNFPA), infatti, nonostante i matrimoni precoci siano proibiti in quasi tutti i Paesi, se ne svolgono 33.000 ogni giorno, in tutto il mondo. Questo dato chiaro, inequivocabile e per questo agghiacciante stride con qualsiasi aspirazione al raggiungimento dell’uguaglianza di genere minacciandola tutela dei diritti fondamentali di ogni bambina e ragazza. Sebbene, infatti, il matrimonio precoce non sia un fenomeno esclusivamente femminile, la stragrande maggioranza dei casi nonché le conseguenze psicofisiche più drammatiche coinvolgono ragazze e bambine.

Contrariamente a quanto potrebbe suggerire uno sguardo superficiale, il fenomeno non riguarda specifici Paesi o popolazioni, ma è diffuso a livello transnazionale. Negli Stati Uniti, ad esempio, tra il 2000 e il 2015, più di 200.000 bambini al di sotto dei 18 anni sono stati forzati a sposarsi (dati UNFPA 2020). In generale, l’incidenza maggiore del fenomeno si rileva nei cosiddetti Paesi meno sviluppati (dove notoriamente la popolazione giovane è molto estesa), nei quali si registra il 38% dei casi (dati UNICEF). L’alta percentuale di matrimoni precoci in questi Paesi si spiega con alcune delle cause principali del fenomeno, prima fra tutte la povertà che spesso costringe i genitori di famiglie povere a dare in spose le proprie figlie per togliersi un peso economico, mentre i figli maschi continuano a studiare per poi lavorare e sostenere la famiglia. Ne consegue che l’abbandono scolastico è una delle più evidenti ripercussioni del matrimonio precoce e, contemporaneamente, ne è anche una causa. Il report UNFPA mostra alcuni dati del Demographic and Health Service (DHS) che presentano i risultati di uno studio condotto in alcuni Paesi dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale riguardo agli anni di istruzione delle giovani donne tra 20 e 29 anni e all’età in cui si sono sposate. Le ragazze unite in matrimonio prima dei 18 anni avevano completato in media 2,9 anni di istruzione in Africa e 3,9 in Asia. Tra le ragazze sposate a 18 anni o più tardi, invece, i numeri sono quasi raddoppiati giungendo ad una media di 5,3 anni di istruzione in Africa e 7,7 in Asia. Questi dati suggeriscono che le ragazze che proseguono il proprio percorso educativo hanno meno probabilità di contrarre un matrimonio precoce, evidenziando l’importanza dell’educazione per diventare consapevoli dei propri diritti e delle possibilità per il futuro.

Oltre alle cause dovute all’ambiente socioeconomico, altre non meno influenti provengono dal persistere di modelli socioculturali patriarcali nei quali alla donna non è riconosciuta capacità di agire e le viene dunque negata la possibilità di determinare il proprio futuro, subordinandola al volere della famiglia o, molto spesso, della sua autorità maschile. In quest’ottica rientra anche la preoccupazione ossessiva di preservare l’onore della donna e della sua famiglia, che nel concreto si traduce nell’evitare i rapporti sessuali extraconiugali. In questo contesto, dare in sposa una figlia giovane, spesso ancora bambina, è visto come un gesto per preservare la verginità della giovane e per proteggerla da possibili aggressioni sessuali. La concezione dell’onore e della purezza identificati nella verginità femminile tradisce un immaginario collettivo molto diffuso in diverse aree del mondo che demonizza la sessualità (soprattutto femminile) e impedisce a qualsiasi discorso sull’educazione sessuale e sull’uso dei contraccettivi di svilupparsi tra i più giovani. Questi ultimi aspetti sono tutt’altro che secondari e possono arrivare a causare conseguenze drammatiche dei matrimoni precoci per quanto riguarda la salute delle giovani spose, basti pensare che le morti legate a conseguenze della gravidanza sono la prima causa di mortalità tra le ragazze tra i 15 e 19 anni (dati UNFPA 2020).

La situazione in Medio Oriente e Nord Africa

Uno scenario preoccupante relativo alla pratica dannosa in analisi è rappresentato dalle crisi umanitarie in Medio Oriente e Nord Africa (MENA). In generale, anche nell’area MENA i fattori che favoriscono la pratica dei matrimoni precoci sono riconducibili a norme socioculturali, disagio socioeconomico, insicurezza sociale, poca (o assenza di) possibilità di scelta e libertà di movimento per le donne in alcuni contesti. A questo quadro generale va aggiunto il contesto particolare delle crisi umanitarie, che rappresentano una delle maggiori cause di matrimonio precoce nella regione. Nonostante, infatti, si registri un andamento decrescente nell’area MENA, il matrimonio precoce riguarda attualmente circa 40 milioni di bambine e ragazze, con i tassi più alti rilevati in Sudan (34%), Yemen (32%) e Iraq (24%), mentre il più basso in assoluto è quello della Tunisia (2%). È interessante notare che i tre Paesi con le percentuali più alte in base ai dati disponibili (UNICEF 2018) rientrano nella definizione di Stati fragili e, infatti, compaiono nel Fragile states index 2020 con livelli di allerta critici (il più alto registrato in Yemen): questa corrispondenza è indice dell’incidenza delle crisi umanitarie sul fenomeno dei matrimoni precoci, come dimostra anche il fatto che in Yemen sono aumentati notevolmente dall’inizio del conflitto e, in base a uno studio UNICEF condotto in sei Stati della regione (Egitto, Giordania, Libano, Marocco, Yemen e Sudan), oggi nel Paese si registra la più bassa età media per il primo matrimonio. Restando nell’ambito delle crisi umanitarie, tra le rifugiate siriane in Giordania, Libano, Iraq e Turchia i casi di matrimonio precoce sono aumentati notevolmente a partire dall’inizio della guerra. In Libano, in particolare, il contrasto tra i dati UNICEF relativi alle rifugiate siriane e alle ragazze libanesi è piuttosto eloquente: la percentuale di ragazze libanesi tra i 20 e i 24 anni sposate prima dei 18 anni è pari al 6%, mentre tra le rifugiate siriane raggiunge il 40,5%. Un così ampio divario all’interno di un unico Stato riflette la condizione di particolare disagio socioeconomico vissuta dai rifugiati siriani in Libano che, unito ad altri fattori, creano il sostrato adatto alla diffusione dei matrimoni precoci.

Per quanto riguarda le norme sociali, anche nei contesti arabo-islamici esse sono particolarmente legate alla concezione dell’onore (šaraf): la necessità di prevenire i rapporti sessuali extraconiugali e impedire possibili abusi è spiegata con la volontà di proteggere sia l’integrità fisica e morale della ragazza che il suo šaraf e quello dell’intera famiglia. Tali concezioni trovano terreno fertile in contesti in cui la libertà di scelta e di movimento delle donne è limitata. Quanto al quadro normativo, in diversi Paesi dell’area MENA sono stati presi provvedimenti legislativi per prevenire la diffusione del matrimonio precoce: alcuni Stati hanno fissato il limite minimo per contrarre matrimonio a diciotto anni (come ad esempio l’Egitto) e hanno ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. Questi provvedimenti ufficiali, tuttavia, non bastano ad arginare la pratica nella regione, in quanto esistono diverse scappatoie legali per continuare ad ammettere la validità dei matrimoni precoci o per svolgerli al di fuori del contesto legislativo, ad esempio ricorrendo al matrimonio consuetudinario (al-zawāǧ al-ʿurfī), che costituisce una grave minaccia per la rilevazione dell’effettiva incidenza del fenomeno.

Nonostante l’aumentata sensibilità a livello internazionale verso i diritti umani e le iniziative legislative basate su una prospettiva orientata ai diritti, ogni anno si svolgono circa 650 milioni di matrimoni precoci e, secondo una recente analisi di Save The Children, entro la fine del 2020 500.000 ragazze in più rischiano di essere vittima di questa pratica a causa dell’emergenza Covid-19 e delle sue ripercussioni. I dati drammatici testimoniano la complessità della sfida posta dall’obiettivo 5 dell’Agenda 2030: per arginare il fenomeno entro il limite stabilito bisogna lavorare con le intere comunità e con i singoli per aumentare il livello di consapevolezza riguardo alle drammatiche conseguenze di questa pratica dannosa e alle tante alternative di vita realizzabili e auspicabili, oltre che per favorire l’interiorizzazione dei concetti di uguaglianza di genere e di pari dignità, doveri e diritti per ogni essere umano e in ogni contesto.

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