LIBANO: UN PAESE CONTRADDIZIONE DI SÉ STESSO

L’infinito ballo delle incertezze, sociali, economiche, politiche. Ad oltre dodici mesi delle proteste che hanno frastornato il paese, un’analisi per comprenderne l’evoluzione

Dodici mesi vissuti sulle montagne russe. Manifestazioni, proteste, tracolli economici, capriole politiche, esplosioni: tutto questo è solo la punta dell’iceberg dell’ultimo anno di avvenimenti e sconvolgimenti vissuto dal Libano. Ad amalgamare, un’epidemia globale che non ha risparmiato angolo di mondo.A far innescare il domino di eventi che oggi mettono in ginocchio il paese dei credi come mai prima, è stato il disegno di legge presentato in parlamento ad inizio ottobre 2019 che prevedeva l’introduzione di una nuova tassa sulle chiamate online. In Libano, dove le note applicazioni di messaggistica vengono utilizzate frequentemente per effettuare e ricevere chiamate, anche all’interno del territorio nazionale stesso, la scelta del legislatore è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per la popolazione già vessata da un situazione economica che da anni non mostra miglioramenti. Anzi. Nell’ultimo decennio, infatti, i principali indicatori statistici mostrano ed hanno mostrato un impoverimento costatante e trasversale delle condizioni di vita dei cittadini libanesi, in particolar modo dopo l’inizio del conflitto nella vicina Siria e il conseguente flusso di centinaia di migliaia di rifugiati.

L’Ufficio Centrale di Statistica Libanese, prima della diaspora siriana, stimava che circa il 27% della popolazione vivesse sotto la soglia di povertà. UNDP, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sviluppo, stima addirittura che, attualmente, un quinto dei cittadini viva con meno di 4 dollari al giorno.Il Libano, inoltre, presenta uno dei rapporti debito PIL più alti al mondo arrivato a sfiorare il 151 per cento. È quindi una problematica diffusa, quella economica, che affonda le sue radici addietro nel tempo, e che recentemente ha raggiunto picchi preoccupanti, spingendo la nazione sull’orlo del fallimento. La mala gestione della cosa pubblica, inoltre, è stata la principale colpa che i manifestanti hanno attribuito alla classe dirigente ed ai politici da loro eletti, additati senza esclusione come faccendieri corrotti ed impegnati solo a conservare la propria rete di potere. Le scelta adottate fin dal 1989, anno che con gli accordi di Ta’if ha segnato la conclusione della guerra civile che per quasi quindici anni ha diviso e insanguinato il Libano, hanno sempre privilegiato la libertà imprenditoriale, in particolare nei settori bancari e finanziari, invece che il comparto produttivo.

L’evidente conseguenza è stata la spaccatura marcata con il mondo dei sindacati, spesso silenziati da una visione neoliberista che ha dato poco credito alle istanze dei lavoratori, sempre più precari, e l’aumento esponenziale della disoccupazione, oltre alle enormi carenze nella fornitura dei servizi di base quali acqua ed elettricità corrente. Sia causa sia conseguenza di tutto ciò, l’ingarbugliata matassa politica che – senza esagerare – ha tenuto imbrigliato il paese lungo tutta la sua esistenza. Alla costante crisi economica, infatti, si è affiancata un’altrettanta costante crisi politica. Il Libano, a 77 anni dalla sua indipendenza, ha visto susseguirvi ben 78 diversi governi, una media di uno all’anno. La complessità di un sistema di democrazia confessionale, instaurato quando la composizione demografica dello Stato era ben diversa, ha reso spesso impossibile la costituzione di maggioranze parlamentari che rendessero fluida l’elezione del Presidente della Repubblica o la nomina del Primo Ministro. Diretta conseguenza sono stati i vuoti di potere che hanno reso l’apparato centrale ingovernabile, sfiancando la società civile.

I risultati concreti però – ad oltre un anno dall’inizio delle proteste che hanno infiammato le piazze e le strade della nazione, dopo oltre un anno di tribolazioni – sfuggono come sabbia tra le dita. I problemi sia sociali, sia economici, sia politici, non solo non solo diminuiti, ma anzi si sono acutizzati. Rappresentazione plastica del concentrarsi della tensione di questi tre elementi è stato lo scoppio di un intero magazzino all’interno del porto di Beirut ad agosto scorso. Dovuto ad un’esplosione dalle cause ignote, come ignoti restano ad oggi i responsabili. Unica certezza è che il tragico evento – che ha provocato decine di vittime, centinaio di feriti, e sgomento profondo nella popolazione libanese e nella comunità internazionale – ha riaperto il valzer del tragicomico balletto politico del paese.

Le proteste di ottobre 2019 portarono, dopo qualche settimana, alle dimissioni dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Saad Hariri. Come in una rocambolesca telenovela, dopo oltre dodici mesi, al suo posto si sono susseguiti Hassan Diab, noto accademico che è riuscito a formare un governo ma si è dimesso dopo l’esplosione, e il diplomatico Mustafa Adib, che ha gettato la spugna neanche trenta giorni dopo aver ricevuto l’incarico per poi lasciare il posto, nuovamente, proprio a Saad Hariri. Il rampollo della famiglia Hariri, figlio di Rafiq Premier assassinato nel 2005, è tornato da protagonista sul palcoscenico di quello che sembra davvero un teatro dell’assurdo. Un ritorno possibile consentito dai voti di 65 parlamentari provenienti da tutto lo spettro politico del paese, tra cui il suo Movimento del futuro, il movimento sciita Amal, il Partito socialista progressista druso e il partito nazionalista socialista siriano, apparentemente laico ma strettamente alleato di Hezbollah, un Partito sciita con una propria ala militare. Le astensioni, pari a 53, provenivano anche da diversi gruppi politici, comprese le forze libanesi, ex alleati di Hariri che si sono autoproclamati come opposizione, ei loro oppositori, il Movimento patriottico libero (FPM), ex partner della coalizione con Hariri prima che i legami si inasprissero. Una contraddizione in termini, specchio nitido di un Libano contraddizione di sé stesso.

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