L’ECOCIDIO: QUINTO CRIMINE INTERNAZIONALE ALL’ ICC?

Cos’è l’ecocidio, breve storia legislativa

“Danno estensivo o distruzione o perdita di ecosistemi in un dato territorio, causato dall’azione umana o da altre causa, a tal punto da incriminare, diminuire o impedire le possibilità di vita pacifica degli abitanti di quel dato territorio”. Così Polly Higgins definisce l’ecocidio[1], un crimine concettualmente già esistente ma che dal punto di vista legale non ha una precisa collocazione. Esistono diversi “crimini ambientali”, perlopiù nelle legislazioni nazionali, ma dal punto di vista del diritto internazionale il dibattito è in corso. Attualmente a livello internazionale esistono solo trattati (con adesione volontaria e molto poco vincolanti). Per mancati adempimenti dei trattati si fa ricorso a delle sanzioni, ma la legislazione sul clima è ancora in via di sviluppo. I sostenitori dell’ecocidio come crimine internazionale suggeriscono un intervento dell’ ICC (International Criminal Court) e quindi una sua riforma al punto da rendere perseguibile – penalmente e a livello internazionale – chi compie atti riconducibili a tale reato. Quali azioni potrebbero rientrare nell’ecocidio? Sversamento di materiali, contrabbando o commercio illegale di fauna, commercio illegale di sostanze che rilasciano ozono, trasporto e sversamento di rifiuti illegali o pericolosi, pesca illegale, incidenti nucleari, sversamenti di petrolio, incidenti industriali, inquinamento massiccio di aria o acqua a danno di popolazioni. Ma potrebbe arrivare anche a comprendere azioni che procurano i seguenti effetti: assottigliamento del buco dell’ozono, innalzamento delle temperature, estinzione di specie naturali, esaurimento di risorse naturali.

Ecocidio nuovo crimine internazionale: quale ruolo per l’ ICC?

Nel contesto di una crisi climatica e ambientale sempre più evidente, sta prendendo sempre più piede a livello giuridico l’idea di istituire un crimine internazionale e transnazionale legato ai danni ambientali e ascrivibile all’ambito penale. Se ne iniziò a parlare negli anni ‘70 legandolo a crimini commessi in contesti di guerra. In particolare, furono citati alcuni danni ambientali commessi dall’esercito statunitense nel contesto della guerra del Vietnam.[2] Da allora le questioni ambientali vennero spesso incluse come laterali nei crimini di guerra e a volte nei crimini contro l’umanità. Si sono susseguite, ad oggi, numerose convenzioni e codici in merito. Ad esempio, si parla del “divieto di metodi di guerra che hanno lo scopo, o potrebbero causare danni estesi e a lungo termine all’ambiente naturale” nei protocolli addizionali (1977) della convenzione di Ginevra. Anche la legge umanitaria ne fa menzione ed esistono numerosi trattati internazionali riguardanti le risorse naturali e il loro utilizzo/la loro tutela[3]. Infine il tema è stato incluso in numerose pubblicazioni delle Nazioni Unite, fra le quali “Stato attuale della Conoscenza rispetto a crimini che hanno impatti gravi sull’ambiente”

Alcuni precedenti di legislazione in merito si riscontrano guardando all’Unione Europea e a singoli stati. Sempre più Parlamenti istituiscono “reati ambientali “; di recente ne stanno discutendo il parlamento francese, quello belga e quello svedese. Tuttavia, appare limitante definire questo tipo di reato solo a livello nazionale regionale o comunque in un perimetro circoscritto. Vista la diffusione e la gravità della questione e visto che la dimensione ambientale non è mai assente dai conflitti attualmente in corso, è stato proposto un intervento dell’ICC ed è oggetto di studio l’introduzione di un “quinto” crimine internazionale allo statuto di Roma. Punto di svolta è stato il paper pubblicato nel 2016 dall’Ufficio del procuratore (OTP) dell’ICC sui criteri di prioritizzazione dei casi accettati dalla Corte.[4] In tale pubblicazione si sottolinea il ruolo della Corte nel perseguire crimini legati all’ambiente (danni ecologici, sfruttamento illegale delle risorse, etc), quando si verificano in concomitanza dei reati che essa già persegue in base allo Statuto di Roma.

Nel paper del 2016 si legge che il tribunale darà priorità ai casi in cui di crimini commessi per mezzo di – o aventi come risultato – danni ambientali, appropriazione illegale di risorse naturali o land grabbing. Questo documento perciò non istituisce formalmente il crimine, ma stabilisce solo che il discorso in merito è rilevante. Se da una parte il paper del 2016 dimostra la volontà della corte di includere l’ecocidio nelle sue considerazioni, pur nei limiti della sua giurisdizione, dall’altra non si pone (ancora) l’obiettivo di superare tali limiti. L’ambito di azione della corte è ancora circoscritto: di fatto i crimini legati al danneggiamento ambientale vengono valutati solo in relazione agli altri crimini già inclusi nello Statuto di Roma. Attualmente la Corte Penale Internazionale, istituita nel 1998, persegue quattro tipi di reati internazionali: crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità e aggressione. Se nell’ambito di uno di questi quattro, o nell’ambito di un conflitto armato, si verifica anche un cosiddetto “danno ambientale”, l’ICC può intervenire.

Questo esclude tutte le altre situazioni in cui un reato simile potrebbe verificarsi. Se l’ecocidio fosse un crimine in sè, argomentano i sostenitori, sarebbe perseguibile anche in tempi di pace e si potrebbe anche intendere come una persecuzione dei diritti umani. Infatti spesso i danni ambientali portano con sè violazioni dei diritti umani anche quando non si verificano in un contesto di guerra. Istituire l’ecocidio nei crimini internazionali perseguibili dall’ ICC significherebbe equipararlo a crimini di guerra, genocidio, aggressione e crimini contro l’umanità, cambiando la percezione sulla sua gravità.

Le difficoltà giuridiche e il dibattito attuale

Una modifica dello statuto dell’ICC sarebbe possibile? Nella teoria, sì. Ma nella pratica sarebbe necessario molto tempo. In primis, per le modalità di voto all’interno dell’ICC. Ogni Stato nell’assemblea generale degli Stati firmatari dello Statuto di Roma ha un voto. Per modificare lo Statuto si richiede l’approvazione di due terzi dell’assemblea. Ma, se uno Stato non ratifica l’emendamento, la Corte non può applicarlo a quello Stato qualora esso si rendesse colpevole di un crimine istituito con tale emendamento. Inoltre, risulta problematica la concettualizzazione. Come si dovrebbero trattare le prove di ecocidio, e che cosa dovrebbe considerarsi “una prova”? Altro passaggio problematico riguarda il soggetto autore. Lo Statuto dell’ICC non prevede il giudizio su multinazionali, ma solo su individui e Stati. In merito a un reato ambientale, però, l’autore non è sempre solo di questo tipo. In più in diversi casi è difficile rintracciare i veri responsabili, ma accusare uno Stato intero significherebbe far pagare a tutti i cittadini per crimini commessi da singoli governanti. L’ “intenzione specifica” -richiesta per procedere con operato dell’ICC – in merito all’ecocidio non esiste sempre. Questo tipo di reato si verifica spesso come esternalità negativa, conseguenza indiretta di altri tipi di azioni. Ciò non toglie nulla alla necessità di perseguire i colpevoli, ma sul piano del diritto limita ancora il campo d’azione dell’ICC.

Infine è utile menzionare il dibattito sul piano generale. L’ecocidio potrebbe configurarsi come un reato transnazionale, ma una definizione di “crimine internazionale” reggerebbe? Crimini dall’estensione transnazionale o sovranazionale sono ad esempio il traffico di droga, di armi o di organi. Ma per essere definito “crimine internazionale”, un reato deve possedere tutte e quattro le seguenti caratteristiche[5]:

1) violazione di regole convenzionali sul piano internazionale o disposizioni di trattati

2) tali regole devono vincolare tutti gli Stati e tutti gli individui e proteggono valori importanti per tutta la comunità internazionale

3) deve esserci interesse universale nel perseguire questi crimini

4) se l’individuo che ha commesso il reato è un ufficiale pubblico e ha commesso il reato durante l’esercizio delle proprie funzioni, non può appellarsi all’immunità e il suo Stato non può proteggerlo in alcun modo di fronte alla giurisdizione internazionale

Considerando il possibile “reato di ecocidio”, il quarto criterio non viene completamente soddisfatto dal momento che responsabili possono essere anche individui singoli, multinazionali o altre personalità giuridiche che non siano pubbliche e statali. Per comprendere la necessità di un “ecocidio” si dovrebbe riconoscere la natura come qualcosa in sè, da tutelare nella sua stessa esistenza e non in relazione a qualcos’altro come fatto finora. Chi sostiene questo punto di vista argomenta che fino ad oggi le norme vigenti si sono occupate di tutelare l’ambiente o includerlo solo se relazionato al mercato (ad esempio considerandolo una risorsa economica e “regolando” il suo utilizzo come tale) o ai diritti umani. Una possibile soluzione sul piano del diritto internazionale, senza coinvolgere l’ICC, potrebbe essere quella di elevare l’ecocidio a norma di ius cogens. Con questo si intendono quelle norme consuetudinarie che valgono sempre e universalmente, senza bisogno di essere codificate (es: proibizione della schiavitù o dell’uso della forza). In tal modo, in futuri trattati o convenzioni, sarebbe impossibile prevedere deroghe.

Fonti

  • MALHOTRA, Saloni. The International Crime That Could Have Been But Never Was: An English School Perspective on the Ecocide Law.. Amsterdam Law Forum, [S.l.], v. 9, n. 3, p. 49-70, july 2017. ISSN 1876-8156. Available at: <http://130.37.92.72/article/view/408/553>
  • Pereira, R. After the ICC Office of the Prosecutor’s 2016 Policy Paper on Case Selection and Prioritisation: Towards an International Crime of Ecocide?. Crim Law Forum 31, 179–224 (2020). https://doi.org/10.1007/s10609-020-09393-y

[1] Il riferimento è alla proposta fatta nel 2010 da Polly Higgins alla Law Commission delle Nazioni Unite

[2] Pereira 2020

[3] Pereira 2020

[4] Pereira 2020

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