LA NECESSITA’ DI UN ACCORDO INTRA-PALESTINESE

La mancanza di una strategia condivisa e i continui dissidi interni hanno indebolito la leadership palestinese. Alla luce dei recenti avvenimenti risulta necessario e urgente riformulare il movimento nazionale palestinese.

I recenti accordi di normalizzazione delle relazioni tra Israele e Stati Arabi hanno messo in evidenza la marginalità e la debolezza dell’Autorità Palestinese e reso urgente la riconciliazione della leadership palestinese. L’avvicinamento tra i Paesi del Golfo e Israele è dovuto principalmente alle dinamiche geopolitiche in corso nella regione, polarizzata in due assi contrapposti, l’asse sunnita e l’asse della resistenza, capeggiato dall’Iran. I recenti accordi sono principalmente dovuti al condiviso antagonismo verso la Repubblica Islamica e il tentativo di contenere la sua egemonia, secondo il principio de “il nemico del mio nemico è mio amico”.

L’Autorità Palestinese, già molto debole e attraversata da divisioni interne, giace in una situazione di debolezza e isolamento regionale. Questo senso di isolamento, e anche tradimento, è rafforzato dal fatto che i rapporti con Israele, dapprima proibiti in nome della solidarietà araba, ora non costituiscono più un tabù e che la questione palestinese non rappresenta un punto chiave nella politica araba.  Pertanto, è da accogliere con cauto ottimismo l’accordo raggiunto di indire nuove elezioni parlamentari e presidenziali tra le due fazioni da anni in lotta, Fatah e Hamas, misura urgente e necessaria per far fronte agli sviluppi regionali ed internazionali che hanno “oscurato” il progetto nazionale palestinese.

Se ciò avverrà, saranno le prime elezioni dopo quattordici anni, dal 2006, dopo la vittoria delle elezioni parlamentari da parte di Hamas e la conquista della maggioranza nel Palestine Legislative Council, e si tratterebbe di un importante passo avanti per ripristinare l’unità nazionale e riformare la politica palestinese.
All’annuncio di nuove elezioni, si aggiunge l’invito del presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, che ha esortato Antionio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, a lavorare con il Middle East Quartet e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un “genuino processo di pace con la partecipazione di tutte le parti interessate”. I leader palestinesi rifiutano il piano di pace di Trump che ha imposto le istanze massimaliste della parte israeliana ed ha ignorato completamente gli interessi palestinesi.

Il passato, inoltre, ci insegna ad essere molto cauti riguardo i processi di riconciliazione dal momento che non è il primo tentativo tra le due fazioni palestinesi.  Ciò dimostra che non è sufficiente l’intenzione, ma bisogna lavorare duramente per costruire la fiducia. Giungere ad una riconciliazione intra-palestinese è urgente per una serie di motivi. In primo luogo, permetterebbe alla Striscia di Gaza di accedere agli aiuti internazionali, ora inaccessibili poiché Hamas è designata come un’organizzazione terroristica da gran parte della comunità internazionale.  Il coronavirus ha esacerbato la crisi umanitaria a Gaza e in Cisgiordania e circa 2,4 milioni di persone necessitano assistenza umanitaria e protezione.

Nella Striscia di Gaza la situazione è disastrosa, a causa di anni di violenza, embarghi, gli alti tassi di disoccupazione, povertà ed insicurezza alimentare. In secondo luogo, la riconciliazione e le successive elezioni permetterebbero di adottare un’unica strategia nazionale, superando le divisioni che hanno indebolito la parte palestinese nel contrastare le politiche israeliane. Le elezioni avverranno nella Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est ma una serie di ostacoli, però, si interpongono al raggiungimento di questo obiettivo, primo fra tutti l’opposizione di Israele allo svolgimento del processo elettorale, la questione di Gerusalemme e la legittimità dell’Autorità Palestinese.

LA QUESTIONE DI GERUSALEMME

Lo status di Gerusalemme rappresenta uno dei punti cruciali del conflitto israelo-palestinese.
A seguito della guerra dei Sei Giorni del 1967, Gerusalemme Est è stata annessa allo stato di Israele, annessione illegale sotto il profilo del diritto internazionale. Circa il 40% della sua popolazione è palestinese, ma non è riconosciuta loro la cittadinanza israeliana ma solo la residenza permanente, con la conseguenza che non possiedono diritto di voto nelle elezioni nazionali e con ogni probabilità, il governo israeliano ostacolerà lo svolgimento di regolari elezioni nella città di Gerusalemme.

LA LEGITTIMITA’ DELL’AUTORITA’ PALESTINESE

Un ulteriore punto da affrontare è il ripensamento dell’Autorità Palestinese. Quest’ultima è stata istituita con gli accordi di Oslo nel 1993 e doveva costituire la base per la nascita di un futuro stato palestinese, ma, in realtà ha determinato un passaggio di responsabilità all’autorità palestinese per il mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico nei territori della Cisgiordania e Gaza. L’Autorità Palestinese gode di scarsa legittimità ed è concepita come uno strumento nelle mani del governo israeliano per perpetuare le sue politiche di apartheid. Secondo un’indagine condotta dal Palestinian Center for Policy and Survey Research, il 60% della popolazione è insoddisfatta della presidenza di Abbas e il 43% pensa che il partito Fatah abbia dei candidati migliori. A livello domestico, la popolarità e la credibilità di Abbas è stata deteriorata dagli scarsi sviluppi in materia di sovranità, dalla sospensione delle elezioni democratiche, da una governance debole e dalla volontà di continuare la coordinazione sulla sicurezza con Israele.

L’Autorità Palestinese è un’entità fallimentare, sorretta da relazioni patron-client, il cui motore è rappresentato dalla lealtà personale e dalla paura. Le risorse sono distribuite in maniera selettiva e non vengono erogati servizi pubblici alla popolazione poiché il consenso e il mantenimento del potere sono subordinati alle relazioni clientelari.  La corruzione è endemica all’Autorità Palestinese e secondo un report pubblicato da Middle East Monitor, nel periodo 2008-2012 sono “spariti” circa 2 milioni di aiuti diretti alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza. L’Autorità Palestinese con la Basic Law (costituzione ad interim, valida finché non verrà istituito uno Stato con piena sovranità) ha adottato un sistema semi-presidenziale i cui limiti emersero con vigore a seguito della vittoria di Hamas.  Difatti, questo tipo di sistema di governo rischia di creare due centri di potere competitivi, aspetto problematico per una democrazia fragile come quella palestinese che, dopo la vittoria di Hamas, si trovò in un periodo di “coabitazione”, con il presidente e il primo ministro di due partiti opposti ed il presidente non aveva la maggioranza in parlamento.

La vittoria di Hamas e il cambiamento radicale della politica palestinese a cui aspirava, in netta contrapposizione con quella attuata da Fatah fino a quel momento, scosse la comunità internazionale poiché metteva a repentaglio anni di tentativi di giungere ad una risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese. Per ostacolare il neo-governo di Hamas, Israele e il Middle East Quartet imposero delle sanzioni economiche e decisero di sospendere gli aiuti economici, con conseguenze negative sull’economia palestinese, mentre Fatah rifiutò di formare un governo di coalizione nazionale, decidendo, al contrario, di nominare un governo di emergenza, presieduto da Salam Fayyad, supportato dalla comunità internazionale ma contrastato a livello domestico perché la sua formazione non fu conforme alla legge palestinese. Ma la coabitazione tra Hamas e Fatah portò allo scoppio di una guerra civile, con l’ulteriore indebolimento dell’Autorità Palestinese, già attraversata da problemi interni economici e sociali. La posizione di Hamas rispetto al processo di pace con Israele è il punto più controverso della relazione con Fatah e merita una riflessione poiché non rigettano a priori la pace con Israele ma, lavorando all’interno delle istituzioni scaturite dagli accordi di Oslo, implicitamente ha accettato l’esistenza di Israele, sebbene questo riconoscimento non formale non presuppone l’abbandono della lotta armata contro Israele se prima questo non compie la condicio sine qua: abbandonare i territori occupati dopo il 1967. Dal 2005 ad oggi non si sono più tenute elezioni presidenziali. Mahmoud Abbas ha continuato a governare nonostante il mandato fosse finito ufficialmente nel 2009 ed il maggior ostacolo per le elezioni è rappresentato dalla rivalità tra l’Autorità Palestinese e Hamas, in atto dal 2007, anno in cui Hamas ha conquistato il controllo della Striscia di Gaza. Più volte si è tentato di mediare tra le due parti per giungere alla riconciliazione, tentativo, però, fortemente ostacolato da Stati Uniti ed Israele.

L’Accordo di Gaza del 2014 tra Fatah e Hamas, dopo sette anni di scontri anche violenti, e il successivo Accordo del Cairo avrebbero dovuto spianare la strada per nuove elezioni e portare alla formazione di un governo di unità ma, di fatto, non si è tradotto in una reale condivisione del potere. In quell’occasione, il primo ministro israeliano Netanyahu dichiarò che l’Autorità Palestinese doveva scegliere tra Israele o Hamas ed una pace con entrambi non era possibile.
Un ulteriore tentativo si ebbe nel 2017, dieci anni dopo che Hamas conquistò con le armi la Striscia di Gaza, ma “lo storico accordo di riconciliazione” tra le parti palestinesi, mediato dall’Egitto, non fu mai implementato. Negli anni passati, le due fazioni sono stati impegnati più a combattere tra di loro invece di istituire un fronte comune contro Israele, dimostrando scarsa volontà nel superare le loro divisioni perché focalizzati ad accrescere il loro potere nei rispettivi territori sotto il loro controllo. La mancanza di una strategia condivisa e i continui dissidi interni, la politica dell’amministrazione Trump a netto favore degli interessi israeliani, il progetto di annessione e gli accordi di normalizzazione hanno fatto tramontare la soluzione dei due stati in maniera quasi definitiva, per cui risulta necessario e urgente riformulare il movimento nazionale palestinese.

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Noemi Verducci

Buon sabato a tutti, sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione Medio Oriente. Attualmente studentessa di Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa all’Università “L’Orientale” di Napoli.
Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus.
Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico.
Il lavoro di tesi triennale, su Hezbollah e le sue strategie comunicative, mi ha fatto comprendere la necessità di studiare ed analizzare un’area geopolitica di cui si parla spesso in maniera impropria, attraverso una lente “orientalista” che impedisce di interpretare in maniera corretta eventi storici e politici.
Essere parte di IARI è un modo per mettermi in gioco ed approfondire dinamiche politiche che risultano centrali per comprendere ciò che accade nel mondo. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.

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