IL SILENZIO DI MOSCA, INDIFFERENZA O ASTIO POLITICO?

Non sono ancora giunte dal Cremlino le congratulazioni ufficiali a Joe Biden per la vittoria alle ultime elezioni presidenziali, che hanno fomentato le speranze dei “falchi” americani e dei loro emuli europei, di un rinnovata politica estera statunitense più attenta alle questioni dell’Europa orientale.

Quando parlo di falchi nella nuova amministrazione Biden, mi riferisco ad esempio a figure di spicco come quella di Anthony Blinken, a cui toccherà guidare la diplomazia USA per conto del neo presidente. Per chi non conoscesse la figura citata, basta ricordare che Blinken oltre ad essere un sostenitore dell’attacco all’Iraq nel 2003, fu uno dei più accaniti propugnatori dell’attacco alla Libia nel 2011; questo fa pensare che lo stesso, in un prossimo futuro, in quanto stratega esperto nella destabilizzazione del Medio-Oriente, possa rappresentare l’architetto di un possibile attacco alla Siria di Assad, nazione sotto l’influenza di Mosca.

Ritornando al quesito fondamentale, perché Putin non si è ancora congratulato con Biden? Sarebbe assurdo e realisticamente distorsivo pensare, come sostenuto da certi analisti, che il presidente russo non chiami il candidato democratico in quanto voglia allungare il più possibile l’incertezza post-elettorale di Washington, anche perché, se una chiamata da parte di Mosca avesse tutto questo potere di influenza sulla politica statunitense, allora dovremmo interrogarci se gli USA siano davvero una superpotenza mondiale o siano stati soppiantanti notte tempo dalla Russia.La fatidica chiamata non arriva, prima di tutto perché Putin intravede all’orizzonte, causa l’insediamento dei sopracitati falchi, un peggioramento dei rapporti reciproci. Nell’agenda di Washington, molti prevedono, che da gennaio vi sia un rinnovato inasprimento delle sanzioni anti-russe. Alcuni, tra personaggi politici, consiglieri e accademici, tra i più russofobi, sembrano stiano già esortando Biden ad agire in maniera ancora più forte rispetto al predecessore Donald Trump nei confronti di Mosca, consigliando il neo presidente ad intraprendere azioni ancora più intransigenti rispetto a quelli della precedente amministrazione, i quali, di certo, sappiamo essere stati non dei più morbidi.

Le alternative e le strade da percorrere sembrano essere molte per acuire definitivamente i rapporti diplomatici con Mosca, si parla non più di misure restrittive contro la Russia, inteso come soggetto di diritto internazionale, ma di sanzioni ad personam, come ad esempio l’imposizione di sanzioni personali contro Vladimir Putin e altri funzionari russi di alto rango molto vicini alla figura del presidente. Oltre a questo nel mirino delle possibili e quanto mai probabili sanzioni USA  – che potrebbero agire in sinergia con altrettante misure simili imposte anche dall’Unione Europea – vi sono anche tutte le più importanti società finanziare e di capitali, nonché le banche appartenenti alla Federazione Russa. Queste non sarebbero le uniche azioni che Washington avrebbe sul piatto per aggravare i rapporti russo – statunitensi, in quanto la questione Ucraina rimane una ferita aperta, unico Stato appartenente al continente europeo, ad annoverare un conflitto all’interno dei suoi confini, ancora strappato a metà tra Unione Europea e USA, da una parte, e Russia, dall’altra. Poi vi è anche la questione Georgia e il desiderio mai sopito da parte di molti governi occidentali di vederla all’interno della NATO.

Quanto appena descritto non è un quadro immaginario, ma prettamente analitico, in quanto è evidente a tutti, che da anni, l’occidente, in modo più radicale gli Stati Uniti, ed in modo più morbido l’Unione Europea, seguono l’agenda di Washington con deliberato deterioramento delle relazioni con la Russia. Come già avvenuto in passato le pressioni riguarderanno il tema dei diritti civili e delle libertà individuali su cui Washington, Parigi e Londra spingono ormai da tempo e utilizzano come pretesto per innescare il dissenso in quelle frazioni di società che poco si rispecchiano nella prorpia forma di governo. Ovviamente le cancellerie occidentali non si preoccupano realmente dell’osservanza e del rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali; a dimostrazione di quanto appena asserito, basti notare l’assordante silenzio dimostrato nei confronti degli alleati dell’Occidente che quotidianamente fanno registrare evidenti violazioni nel campo dei diritti umani; pensiamo ad esempio all’Arabia Saudita, alla Turchia o alla Cina.

Attualmente le relazioni tra Russia e USA e in generale con il mondo occidentale, sono tornate molto simili a quelle della Guerra Fredda. È vero, vi sono molte differenze, l’élite sovietica non aveva praticamente legami personali con il mondo occidentale mentre adesso la situazione sembra notevolmente cambiata, soprattutto la libertà di circolazione di persone, mezzi e capitali da parte dei cittadini russi, ma in sostanza il Cremlino nutre una profonda diffidenza nei confronti delle politiche occidentali. Difficili da biasimare le posizioni russe, in quanto le élite americane hanno da sempre bisogno di un nemico, mentre per l’amministrazione Trump, Venezuela e Cina, erano in cima alla lista, con l’amministrazione Biden, è facile pensare che il nome che prenderà il posto in cima sarà quello della Russia.   Questa situazione, quella di considerare la Russia un avversario, sta provocando una nuova corsa agli armamenti e alla ricerca di alleati strategici nel globo, molto simile a quella della guerra fredda. Mosca non ha altra scelta che sviluppare e migliorare costantemente le sue forze armate, e allo stesso tempo cercare alleati in altre aree, rivolgendosi  ad est – come del resto predisse in passato Evgenij Primakov – nel tentativo di costruire una partnership di difesa, tanto che ora Mosca ha rapporti di gran lunga migliori con Pechino che con Washington, Parigi e Londra.

Pertanto, è praticamente impensabile una possibile distensione nelle relazioni russo-americane in questo momento, almeno finché Vladimir Putin sarà al potere, gli Stati Uniti e l’Unione Europea non desidereranno migliorare le loro relazioni con la Russia. Per Washington, le prospettive di distensione sono esclusivamente associate all’allontanamento di Putin e di un certo numero di persone dal suo entourage dall’arena politica e al trasferimento del potere a forze più “morbide” intese come  una nuova generazione di politici liberali, pronti a fare qualsiasi concessione o resa, al fine di perseguire le politiche analoghe a quelle di Elcin che contraddistinsero il primo decennio degli anni ’90, nonché logiche di mercato che portino gli investitori stranieri a comprare a prezzi di saldo gli asset strategici ed economico – finanziari della Russia. Se Putin dovesse riuscire a mantenere il potere politico e la carica di presidente della Federazione Russa, allora nel prossimo futuro, l’acuirsi delle tensioni e delle divisioni diventerà inevitabile. Allo stesso tempo, continuando questa politica provocatoria, l’occidente otterrà risposte ancora più dure e radicali, se Putin sarà sostituito da un politico più duro nei confronti dei nemici della Russia, la politica potrebbe essere rappresentata dalla seguente formula “se non vuoi nel mondo il russo, otterrai nel mondo il sovietico“.

Adesso, dopo avere letto questa analisi, se voi foste Putin, chiamereste mai Joe Biden?

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