VIETNAM E COVID-19: QUANDO L’ERBA DELLO STATO VICINO È DECISAMENTE PIÙ VERDE

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Una nuova visione di sé

Nell’immaginario collettivo, lo stato del Vietnam è sempre stato succube della vicinanza con la vicina Repubblica Popolare Cinese sia dal punto di vista economico che commerciale. A partire dagli anni ’90 il governo socialista vietnamita ha lavorato duramente per dipingere una nuova immagine di sé, raggiungendo anche importanti risultati come l’assestamento del PIL annuo tra il 7% e l’8%, l’aumento dei salari e l’abbattimento della povertà. Suscita però non poca curiosità la risposta che il Vietnam sia riuscito a dare all’interno del contesto della pandemia globale, in cui diversi Stati nel mondo denunciano una diffusione di casi positivi al Covid-19 ad un ritmo capace di mettere in ginocchio le strutture sanitarie nazionali e la popolazione in generale. Verrebbe spontaneo dedurre che se la Cina, epicentro del virus e allo stesso frattempo un gigante in termini di mezzi e strumenti a disposizione, abbia dovuto ammettere di trovarsi in delle torbide acque a causa del Covid-19, il vicino Vietnam quasi sicuramente non poteva avere sorte diversa, se non peggiore. Contrariamente a tali aspettative, così non è stato. Infatti sin da quando si è diffusa la notizia sulla presenza di questo nuovo virus in Cina, il Vietnam ha adottato tutta una serie di misure preventive che miravano appunto a bloccare il virus al di fuori dei propri confini nazionali.

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Numeri da record

Ponendo una lente di ingrandimento sulla situazione Covid-19 in Vietnam, leggiamo che a giugno 2020 vengono riportati: 0 morti e 328 casi confermati. Questi numeri premiano il Paese come il primo a non aver riportato un singolo decesso per coronavirus. Diversi sono stati i Paesi asiatici che hanno registrato numeri positivi a tal proposito, come la Corea del Sud, Taiwan e Hong Kong, i quali grazie alla quarantena, ai controlli e alla tecnologia, hanno avuto maggior successo nella gestione del virus in questione. I numeri riportati dagli uffici stampa vietnamiti devono, inoltre, essere messi in relazione alla popolazione nazionale (97milioni) e alla consapevolezza che il Paese non goda di un sistema sanitario pienamente avanzato. Riguardo le misure adottate, queste non si discostano molto da quelle adottate da altri Paesi che però non hanno avuto gli stessi risultati positivi, nello specifico parliamo di: un blocco degli spostamenti da e per la Cina durato tre settimane e un lockdown che potremmo definire flash con la riapertura in primis di scuole e imprese. Questi numeri appaiono essere ancora più sorprendenti se si considera che in Vietnam vi è circa un medico ogni 1000 persone, rappresentando questo uno dei rapporti più bassi secondo la Banca Mondiale. Alcuni scettici hanno ipotizzato che il Vietnam, così come la Cina, sia riluttante a riportare quelli che sono i numeri reali, ma come ha dichiarato il medico di malattie infettive,  Guy Thwaites, davanti alle telecamere della CNN, i numeri sono veritieri e lo sa per esperienza diretta, poiché lavora quotidianamente nei reparti interessati.

 

La ricetta vincente

Gli ormai famosi comitati tecnici scientifici sono concordi nell’affermare che la combinazione strategica di celerità nell’adottare misure di prevenzione, insieme a rigorosi metodi di tracciamento dei contatti e a una comunicazione pubblica martellante ed efficace rappresentino le ragion d’essere del successo vietnamita. È bene sottolineare come il Vietnam abbia capito anzi tempo che per essere liberi dalla minaccia del Covid, bisognasse limitare la libertà di cui si godeva prima che si iniziasse a parlare di coronavirus. Alla luce di ciò, bisogna leggere le decisioni governative di prevenzione, in gran parte approvate quando ancora l’OMS non era stata in grado di dimostrare la trasmissione da uomo a uomo del virus. È cosi che già a gennaio si effettuava la rilevazione della temperatura presso l’aeroporto di Hanoi per i passeggeri in arrivo da Wuhan, con relativo isolamento di coloro i quali registravano linee di febbre. A metà gennaio si decise inoltre di adottare delle “misure drastiche” che prevedevano una quarantena allargata non più ai soli territori di confine. Sin dal mese di gennaio, il governo del Vietnamn ha lavorato incessantemente per arginare al massimo il rischio del coronavirus, non concedendosi nemmeno un pausa durante i festeggiamenti del Capodanno Lunare, in occasione del quale è stata dichiarata guerra a questo nuovo tipo di infezione. Un importante contributo in tale tipo di missione è stato dato dalla chiusura dei porti e degli aeroporti e di ogni forma di ingresso degli stranieri, nessuno escluso. Si potrebbe supporre che la chiusura al mondo esterno, abbia garantito una più facile gestione dei casi all’interno dei propri confini e contemporaneamente una minore trasmissione dei contagi. Un ingrediente chiave nella ricetta anti-Covid 19 appare essere quello del tracciamento che, nel caso del Vietnam, ha significato un importante ma proficuo dispendio di energie. Basti pensare che nel momento in cui uno tra i più grandi ospedali dello Stato divenne un vero e proprio focolaio, si è messa in moto una macchina capace di rintracciare un centinaio di migliaio di persone legate all’ospedale, indipendentemente dal fatto che esse fossero pazienti, familiari, dottori o infermieri. La macchina di tracciamento governativa messa in moto è stata in grado di risalire ai contatti diretti e indiretti dei nuovi positivi, con la possibilità di inserirli in ospedali, hotel o campi militari dove è stata seguita la quarantena governativa. I risultati vantati dal Vietnam certamente sono frutto dell’impegno magistrale del governo che sarebbe stato sterile senza una reale partecipazione dei cittadini, i quali sono stati coinvolti nella lotta al coronavirus tramite una esemplare campagna di informazione, attivata contemporaneamente alla diffusione dei primi casi in Cina. A tal proposito sono state introdotte app, siti web, linee telefoniche e ogni forma di canale capace di aggiornare in qualsiasi momento il pubblico sull’andamento dell’epidemia. Il ministero della salute utilizzava regolarmente messaggi promemoria sulle regole utili e necessarie a contrastare la diffusione del virus. In aggiunta sono stati installati altoparlanti, insieme a manifesti, nelle strade che invitavano a rispettare le suddette norme anti-covid. È stato inoltre riadattato un successo pop vietnamita che insegna ora a lavarsi correttamente le mani e che in breve tempo ha raggiunto le 48mila visualizzazioni su Youtube. L’efficacia di tali misure potrebbe spingere a chiederci come sia stato possibile per il Vietnam promuovere delle strategie, le quali tutte sono risultate vincenti nella lotta contro il virus. Il “manuale sulla lotta alle nuove infezioni” che sembra esser stato seguito alla lettera dal Vietnam, in realtà è frutto di una precedente esperienza, relativa all’epidemia SARS, che negli anni 2002-2003  ha lasciato un profondo segno nella memoria del governo e della popolazione, che da quel momento hanno lavorato su risposte precoci e rigide a questo tipo di minacce inavvertite e sconosciute.

 

Un’inversione di tendenza

Sebbene questi dati raffigurino il Vietnam come una sorta di isola felice, si è registrato un netto cambiamento di tendenza durante l’estate, quando in sei città diverse si sono scoperti all’incirca 42 casi positivi, da cui sono partite le indagini per cercare di rintracciare le persone con cui questi soggetti siano entrati in contatto. La denuncia di tali casi ha così costretto il governo centrale ad attivare le procedure di evacuazione per circa 80mila persone, tra cui diversi turisti, che nel periodo estivo si riversano nelle città famose per le loro spiagge bianche e per i rinomati ristoranti di noodles, che dopo un lungo periodo lockdown , sono stati costretti a rimanere nuovamente vuoti e di conseguenza chiusi. Volendo seguire un ordine cronologico, siamo in grado di affermare che a gennaio, mentre il mondo aspettava di ricevere notizie più precise a proposito di questo nuovo virus, il Vietnam aveva già messo in campo delle misure preventive che a giugno 2020, gli consentirono di ricevere il titolo di primo Paese con zero decessi relativi al covid-19. Questa sorta di status inizia a subire delle serie minacce durante l’estate, quando invece nel resto del mondo il virus sembra avere una sorta di battuta d’arresto.  Sporge allora spontanea la domanda di come il Vietnam stia affrontando questa nuova ripresa del virus, che gli esperti confermano si diffonda più facilmente in presenza di basse temperature. Guardando alle statistiche ufficiali, sappiamo che attualmente il numero di decessi causati da infezione da covid-19 è uguale a 35, mentre ad esempio in Italia, si sono superate già le decina di migliaia. Inoltre, un secondo dato sorprendente è quello riguardante il numero di contagi e il numero dei guariti. Il primo è uguale a 1300, mentre il secondo è pari a 1124, il che ci fa pensare che non solo in Vietnam il virus corra e si diffonde meno velocemente rispetto alla situazione in altri Stati, ma, soprattutto, che qui i livelli di guarigione siano davvero molto alti. La tabella dei contagi giornalieri inoltre indica un trend positivo davvero basso, il picco massimo di contagi è uguale ad un +26  registrato pochi giorni fa. Sebbene la situazione coronavirus sia in divenire un po’ ovunque nel mondo, i dati vietnamiti riportati da gennaio finora, mostrano un quadro molto chiaro: è questo uno dei pochi Paesi simbolo di una lotta al virus efficace, nonostante non si disponga su larga scala di strumenti sanitari adeguati. Nulla ha significato la vicinanza con il gigante cinese in questo contesto, sia dal punto di vista dei contagi, sia in termini economici. Il Vietnam in maniera autonoma ha adottato politiche e misure di prevenzione in maniera asincrona e precoce  rispetto al resto del mondo e questo ha determinato la sua strategia vincente, da cui non solo gli Stati vicini, ma ipoteticamente anche altre nazioni, dovrebbero guardare con spirito di simulazione.

 

 

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