UN’ ESCALATION DI VIOLAZIONI DEL DIRITTO UMANITARIO: LO “SCUDO” UMANO DEL NAGORNO KARABAKH

E’ l’ Ombudsman, difensore dei diritti umani della Repubblica di Artsakh, meglio nota come la Repubblica dell’enclave del Nagorno- Karabakh, a denunciare i fatti sull’ “Human shielding” (letteralmente “scudo umano”) e l’ uso indiscriminato di attacchi contro la popolazione civile della Regione da parte delle forze militari dell’Azerbaigian.

Sushi,  Maggio 2016.

La prefazione del legal assessment , ossia della valutazione giuridica, dei fatti iniziava accusando le forze militari Azere di aver commesso numerose e gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario perpetuato attraverso aggressivi attacchi all’ intera Linea di contatto tra il Nagorno Karabakh (NKR) e le forze azere, nonchè a tutti gli insediamenti dello stesso sia accanto alla Linea, che più in profondità nella parte posteriore della stessa.

Queste violazioni sono dettagliatamente documentate nell’ Interim Public Report dell’ Ombudsman pubblicato il 21.04.2016 sulle atrocità commesse dalle forze militari dell’Azerbaigian, in cui vengono presentati casi di “gross” (palesi, eclatanti) violazioni di diritti umani, attacchi agli insediamenti civili, così come trattamenti inumani e degradanti, torture e mutilazioni sia dei militari che dei civili della regione del Nagorno Karabakh. In questo Report vi sarebbe anche una valutazione imparziale da parte delle Organizzazioni Internazionali sui Diritti Umani relative alla “politica” azera che incita all’odio e alla violenza (“hatred and violence”) contro la comunità etnica del popolo Armeno presente sul territorio conteso, nonché le orribili conseguenze annesse alla stessa.

Human shielding.

La distribuzione intenzionale delle unità armate militari e di artiglieria azere in prossimità degli insediamenti dei civili utilizzati come “firing positions” viola obblighi imposti dalla Convenzione di Ginevra (IV, art.28) di cui fa parte la Repubblica dell’Azerbaigian. In particolare, non si può utilizzare la popolazione civile come “scudo” per portare a termine determinate operazioni militari, senza prendere alcuna precauzione relativamente agli effetti che questi attacchi possano avere sugli stessi e, comunque, rispettare l’obbligo di non allocare oggetti militari nelle aree con un’alta densità di popolazione. Questi obblighi sono sanciti dagli artt. 51(7) e 58 del I Protocollo Addizionale della Convenzione di Ginevra del 1949, nonché da altri riferimenti normativi del diritto consuetudinario internazionale, in particolare all’art. 97 del Diritto Internazionale Umanitario (IHL, International Humanitarian Law) che espressamente prevede che “the use of human shield is prohibited”, ossia l’uso dello scudo umano è proibito.

Inoltre, casi simili sono stati già affrontati e banditi dai Tribunali internazionali, ad esempio, nel caso Kupreskic, in cui la Corte, nei casi di attacchi militari che possano causare un danno ai civili, ha ribadito che vi è un principio generale di “ reasonable care” ossia una ragionavole accortezza e cura, da intraprendere negli stessi, in modo tale che i “ civilians are not needlessly injured through carelessness”, in ossequio sia al principio di proporzionalità, per cui “ any incidental (and unintentional) damage to civilians must not be out of proportion to the direct military advantage gained by the military attack” e che non sia, inoltre, condotto indiscriminatamente relativamente ai mezzi utlizzati, ossia attacks (… ) are unlawful if conducted using indiscriminate means or methods of warfare, or in such a way as to cause indiscriminate damage to civilians”. Tale principio sembra, inoltre, non essere contestato da alcuno Stato, compresi quelli che non hanno ratificato il Protocollo, come sostiene ancora la Corte.

Proprio per questo, la Repubblica Azera sembra aver fallito nel rispettare tali strumenti di tutela sia come Stato parte della Convenzione sia come Stato al cui interno, nella codificazione del diritto penale, proibisce espressamente l’uso dell’ Human shielding.  Pertanto, il governo azero è direttamente responsabile di ogni danno inflitto alla popolazione civile e alle loro proprietà per le quali non siano state prese le preacuzioni dovute, a prescindere che la presenza di persone protette in una determinata area non implichi rendere la stessa completamente immune da operazioni militari.

Uso di attacchi indiscriminati da parte delle forze militari Azere.

L’Azerbaigian ha utilizzato pesanti sistemi di lanciafiamme TOS-1A chiamati “ Solntsepyok”  e “Smerch” (dal russo, Tornado) ossia razzi conmunizioni a grappolo, rappresentando, perciò, un’ immediata minaccia per i civili e tale da rendere la Repubblica del Nagorno Karabakh oggetto d’attacco. Fonti ufficiali e precisamente il rappresentante ufficiale del Ministero degli esteri Azero Hikmet Haijev, tuttavia, aveva dichiarato che le preoccupazioni del governo di Yerevan sui danni alla popolazione civile e agli oggetti, nei territori occupati lungo la linea di contatto delle truppe armene, erano infondate. Infatti, in linea con le preoccupazioni del dipartimento di Stato Americano e del ministro degli esteri Russo sul caso, la rappresentanza diplomatica azera sosteneva che non vi era una “peaceful” popolazione civile in quei territori.   In pratica, l’Azerbaigian avrebbe continuato a prerpetuare tali indiscriminate azioni, con il velato intento di distruggere i civili attraverso mezzi proibiti, a dispetto di ogni divieto internazionale di violare uno dei “principi cardine” del diritto internazionale umanitario, nonchè uno degli “intrasgressibili” del diritto consuetudinario quale è, appunto, il principio di distinzione (ossia capacità/obbligo di distinguere tra civili e militari in circostanze di guerra) come evidenziato nel parere consultivo del Caso sulle Armi Nucleari dalla Corte Internazionale di Giustizia.

Inoltre, come stabilito dal III Protocollo sulla Proibizione o Restrizioni all’uso di armi incendiarie della  Convenzione delle Nazioni Unite su determinate armi convenzionali si proibisce “in all circumstances”, quindi in ogni circostanza, che la popolazione civile o gli oggetti siano bersaglio di attacco da parte di armi o munizioni, il cui utilizzo sia “preminentemente quello di emanare fuoco o causare bruciature alle persone attraverso l’azione delle fiamme, calore o combinazioni varie, prodotte da reazioni chimiche di sostanze preordinate a quel fine”. Il protocollo proibisce, inoltre, l’uso di armi incendiarie lanciate in aria contro obiettivi militari in cui vi sia un’alta concentrazione di civili, oltre a limitare l’uso di quel tipo di armi lanciate da altri mezzi in generale.  Allo stesso tempo, anche la Convenzione Internazionale sulle bombe a grappoloproibisce l’uso, la produzione, il trasferimento e l’accumulo di munizioni a grappolo. L’ Azerbaigian, come tanti altri Stati quali Stati Uniti, Cina, Russia, India, Pakistan, Israele, Brasile, Iran, Libia, Arabia Saudita e altri, non aderiscono tutt’oggi a questa Convenzione, in quanto- questi ultimi- maggiori produttori delle stesse. Infatti, nel novembre del 2008, in vista della sottoscrizione della Convenzione sulle munizioni a grappolo ad Oslo, anche il Parlamento Europeo aveva discusso la necessità e l’urgenza di adottare la Convenzione, incitando tutti i Paesi membri dell’ Unione Europea ad aderirvi. Anche l’Italia ha approvato nel 2011, in via definitiva, il disegno di legge 4193 che ha ratificato ed eseguito la Convenzione di Oslo, svoltasi a Dublino il 30 Maggio 2008.

I deboli “ceasefire” da parte della Comunità Internazionale . 2020.

Il costo umano nel conflitto del Nagorno Karabakh, così come raccontato da Al Jazeera , denunciato da Amnesty International e testimoniato dall’Osservatorio dei diritti umani,  sin dallo scorso 27 settembre, giorno in cui ha avuto nuovamente inizio l’escalation di bombardamenti sui territori del NKR non ha avuto, in questo arco di tempo, alcuna sostanziale tregua fino all’annuncio di qualche giorno fa della pace raggiunta nella regione. L’ Ombudsman, infatti, veicolando altri Interim Report , principalmente nel mese di ottobre scorso, aveva inteso allarmare la Comunità Internazionale e le Organizzazioni Internazionali dei diritti umani a prendere provvedimenti e “to react properly “ alla crisi umanitaria in corso in più di 50 piccole e grandi città della repubblica di Artsakh, sistematicamente bombardate dalle artiglierie azere, che hanno costretto decine di migliaia di rifugiati e sfollati a lasciare la propria terra.

In conclusione, vi sono interi capitoli della letteratura internazionale dedicati, richiamati, ribaditi ed auspicati affinchè venga messa in atto la “Responsability to Protect (R2P)” degli Stati confliggenti, al fine ultimo di mettere in campo misure appropriate per prevenire crimini o, almeno, eliminare i fattori di rischio prodromici alla commissione di ulteriori atrocità elencate dal diritto sostanziale consuetudinario, quali il genocidio, i crimini di guerra e contro l’umanità, nonché indagare e processare i responsabili di tali efferratezze.   Tuttavia, pare, invece, che sia calato il sipario sulle grida strozzate, i visi lineati dal sangue di donne, bambini, uomini disperati senza più un posto sicuro in cui vivere, privi di importanza e visibilità sul palcoscenico delle trattative di pace tra Stati il cui leitmotiv è quello di proteggere gli interessi economici o politici vantati o sottesi sia degli interessati che di tutti i players nello scacchiere internazionale.

Per quanto importante sia lo sforzo delle Potenze di salvaguardare la propria sopravvivenza e la propria integrità territoriale attraverso le abili quanto complesse Relazioni Internazionali abbiamo, tuttavia, sentito un richiamo per la mediazione sulla pace in Nagorno Karabakh a Paesi terzi quali Stati Uniti, poi della Francia, poi ancora della Turchia e della Russia, per non parlare della Comunità Europea nei suoi tanto deboli moniti quanto lo erano quei “ceasefire” che per interminabili giorni hanno dilaniato una popolazione intera. E’ per questo che bisognerebbe agire cum grano salis, un po’ di buon senso. Che si prenda atto, allora, delle atrocità commesse in Nagorno Karabakh, poi del fallimento collettivo nel vicino caso Siriano in cui continua la commissione di gravi crimini e, magari, via via di tutte quelle ancora presenti nel mondo nel 2020.

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