RECOVERY FUND: IL VETO DI UNGHERIA E POLONIA CHE BLOCCA L’EUROPA

Il veto posto da Ungheria e Polonia sul vincolo che lega i finanziamenti del Recovery Fund allo Stato di diritto pone l’Europa davanti ad un bivio.

Una settimana di tensioni politiche per Bruxelles, dopo il blocco all’approvazione definitiva del Recovery Fund e del bilancio europeo per i prossimi anni operato da Polonia e Ungheria che, durante una riunione tenutasi lunedì 16 novembre, hanno posto il veto sul vincolo che lega i finanziamenti al rispetto dello Stato di diritto.

Tale vincolo era stato inizialmente posto allo scopo di “richiamare” i due paesi che, di recente, avevano mostrato un progressivo allontanamento dai valori democratici europei. Già nel 2012 la Commissione aveva avviato una procedura d’infrazione contro l’Ungheria a causa di una riforma – fortemente voluta dal Primo Ministro Orban – per l’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici, promuovendo così un turn-over strategico nel sistema giuridico ungherese. Tale discriminazione, contraria alle norme europee, venne condannata dalla Corte Europea, ma la sentenza non impedì alla Polonia di operare a sua volta una riforma della magistratura di dubbia valenza, incontrando però lo stesso destino dell’Ungheria con la condanna del 2018. Per restare in ambito di giustizia nazionale, sono ancora in attesa di una sentenza definitiva le due procedure d’infrazione a carico della Polonia in merito ai provvedimenti disciplinari operati contro quei giudici che si dichiararono pubblicamente contrari alla riforma. A questi casi andrebbero poi sommati altri, attualmente pendenti alla Corte dell’Unione Europea, relativi a presunte violazioni dell’indipendenza del sistema giuridico polacco e ungherese.

In realtà, il meccanismo sullo Stato di diritto venne proposto per la prima volta nel 2016 dal Parlamento Europeo al fine di arginare il deterioramento politico che si stava registrando in Polonia. Venne sottolineato in quel frangente come l’Europa non disponga di strumenti validi per prevenire la violazione dello Stato di diritto ad opera di uno dei suoi Stati Membri. L’unica eccezione è rappresentata dall’articolo 7 del Trattato sull’UE la cui attivazione prevede la possibilità di applicare sanzioni ad un Paese Membro negandogli il voto in Consiglio UE – con chiare conseguenze per il ruolo di tale Paese in ambito di bilancio e politiche europee.  Tale strumento, dal chiaro valore deterrente, presenta però il limite di richiedere l’approvazione a maggioranza qualificata dello stesso Consiglio degli Stati Membri per attivare le sanzioni. Finora, Polonia e Ungheria sono riuscite ad evitare tali penalità previste dell’articolo 7 attraverso un sapiente gioco di alleanze politiche operato tra i membri del Consiglio.

Per far fronte alla necessità di strumenti di prevenzione maggiormente efficaci, il Parlamento ha deciso di legare l’accordo di bilancio ad un meccanismo di sanzioni applicabili in caso di “caso di corruzione e frode ma anche per violazioni di valori fondamentali come la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze”. Tale clausola, al pari di altri strumenti di soft-power, è stata inserita allo scopo di ricordare come le procedure di accertamento ancora pendenti nei confronti di Polonia e Ungheria siano tutt’altro che accantonate.  In realtà, nel tentativo di evitare eventuali limitazioni all’iter di approvazione del piano di rilancio europeo – ed ottenere l’unanimità nella votazione – si era redatto un testo finale abbastanza vago, successivamente corretto a seguito dell’intervento del Parlamento Europeo, che ha richiesto di rendere più esplicito e stringente il meccanismo sulle eventuali sanzioni finanziarie a carico dei reprobi.

Questo veto produrrà un ritardo difficile da stimare, ma certamente non di rapida soluzione, già condannato dal Parlamento Europeo che ha ribadito come “gli accordi raggiunti – sia sul bilancio UE 2021-2027 che sullo Stato di diritto – sono chiusi e non possono in alcun modo essere riaperti”. Nel contempo aumentano le pressioni da parte della Francia e dei paesi del sud che, anche a causa delle difficoltà economiche causate dalla pandemia di COVID-19, erano in attesa dei finanziamenti che sarebbero dovuti arrivare a partire da gennaio 2021. Un effetto dal considerevole peso anche per Polonia e Ungheria che da anni risultano essere i principali beneficiari dei fondi europei, incapaci di sostenere i rispettivi PIL in maniera autonoma.

Ciò suggerisce come il veto non sia altro che una scelta squisitamente politica, slegata da convenienze economiche, ma piuttosto coerente con la ormai nota postura euroscettica di Varsavia e Budapest. Secondo i “paesi ribelli” l’Europa dovrebbe limitarsi a garantire mercato, sviluppo e apertura di frontiere, senza interferire con la gestione domestica della politica dei suoi Stati Membri. Una visione chiaramente utilitaristica, che ha velocizzato il progressivo allontanamento di Polonia e Ungheria dai valori democratici europei. In particolare, il Primo Ministro ungherese Orban ha fatto dell’anti-europeismo la sua personale bandiera, dando corpo ad un progetto autoritarioche negli anni ha fatto confluire sempre più potere nelle sue mani. Di fatti, se da un lato ha progressivamente ridotto il peso di giustizia, stampa e accademie, dall’altro ha sedotto e fidelizzato i grandi investitori dell’Europa Occidentale. Eppure la popolazione ungherese mostra una grande fiducia nelle istituzioni europee – il 53% degli ungheresi, a confronto con il 49% dei tedeschi – mettendo in luce come una netta rottura con Bruxelles potrebbe essere un passo eccessivamente avventato anche per l’ambizioso Primo Ministro. La Polonia, dal canto suo, ha più volte tentato di seguire i passi ungheresi, con risultati molto differenti: il Partito Diritto e Giustizia (PiS) non gode dell’ampio controllo di Orban sul paese, né di grandi alleanze internazionali o economiche, ma si trova a fronteggiare il progressivo aumento di dissenso, in particolare da parte delle fasce sociali più giovani e politicamente attive. Di certo, in questo momento il Governo polacco non ha nulla da guadagnare nell’aumentare i suoi fronti aperti, soprattutto quando i contrasti riguardano l’accesso a fondi europei.

La rottura provocata da Ungheria e Polonia pone l’Europa davanti un difficile bivio: da una parte, si potrebbe “cedere al ricatto” messo in atto dai due Paesi, operando una rielaborazione del testo in favore di una rimozione del vincolo e ottenendo una ritrovata unanimità. In alternativa, sarebbe necessario realizzare un “piano di rilancio bis” che, sfruttando il meccanismo di doppia velocità, si rivolga solo ai paesi ritenuti maggiormente complessi. Se la prima strada appare impraticabile, la seconda resterebbe comunque eccessivamente complessa. Resta dunque da sperare nell’opera sapiente della diplomazia europea. La Commissione è già all’opera per la stesura di un testo che chiarisca la natura del vincolo, da sottoporre successivamente al vaglio degli Stati, nel tentativo di velocizzare le procedure di approvazione del Recovery Fund e allontanando ogni tentativo di interpretazione.

Di certo, l’episodio ha messo in luce una debolezza che l’Unione, ancora impegnata nei negoziati di partenariato post-Brexit, non può permettersi. In particolare, la questione del potere di veto necessita di ulteriori e approfondite riflessioni, per evitare che in futuro questo possa trasformarsi in uno strumento strategico a servizio di leader insofferenti del rispetto dei valori europei. Sebbene la ripartenza del Recovery Fund sia percepita come principale urgenza, è quantomeno contraddittorio preoccuparsi di un piano di rilancio europeo quando sono assenti solide e condivise basi per lo stesso progetto europeo.

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