MOSCA: LA CLAUSOLA DEL CSTO E LA VITTORIA IN NAGORNO-KARABAKH

Lo scorso 9 novembre, Mosca, Erevan e Baku hanno firmato un accordo per porre fine al conflitto militare che ha coinvolto il Nagorno-Karabakh per sei settimane.

Sebbene una tregua nell’enclave armena fosse stata precedentemente siglata lo scorso 18 ottobre, e in precedenza il 10 ottobre, quest’ultimo accordo di pace, firmato dal presidente russo Vladimir Putin, dal presidente azero Ilham Aliyev e dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan, è entrato in vigore il 10 novembre dalle 01:00 (GMT+3). Il primo ministro dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh, Arayik Harutyunyan, ha accettato la tregua per evitare ulteriori vittime. Annunciato dal primo ministro armeno su Facebook e confermato in seguito da Azerbaijan e Russia, il sopraccitato cessate il fuoco è arrivato poche ore dopo la conferma armena che la strategica città di Shushi (nota come Shusha in Azerbaijan) fosse stata conquistata dalle truppe azere.

Il primo ministro armeno ha reso pubblico l’accordo, scrivendo in un post su Facebook: “Ho firmato un annuncio per fermare la guerra del Karabakh con i presidenti russo e azero a partire dalle ore 01.00. Il testo dell’annuncio già pubblicato è incredibilmente doloroso per me e per il nostro popolo”. In base all’accordo, infatti, non solo Baku otterrà il controllo del distretto di Agdam a partire dal 20 novembre ma Erevan ha dovuto accettare di ritirarsi da alcune zone limitrofe, rispettivamente il distretto di Kalbajar e di Lachin. In aggiunta a quanto sopra, il cessate il fuoco prevede che venga dispiegato un contingente di peacekeeping della Federazione Russa costituito da 1960 militari per 5 anni con rinnovo automatico lungo il corridoio di Lachin e la linea del fronte nel Nagorno-Karabakh.

Diversamente dal suo omologo armeno, il presidente azero ha elogiato l’accordo, scrivendo su Twitter: “Questo accordo ha un significato storico. Questa dichiarazione costituisce la capitolazione dell’Armenia. Questa dichiarazione pone fine all’occupazione che dura da anni. Questa dichiarazione è la nostra gloriosa vittoria!

Che ruolo ha giocato Mosca durante il conflitto?

Sin dall’inizio degli scontri, gli sforzi diplomatici russi si sono concentrati sull’instaurazione di un cessate il fuoco nella regione e sulla ripresa dei negoziati, nonostante il leader armeno avesse più volte esortato Mosca a fornire assistenza a Erevan. Per questa ragione, diversi analisti hanno accusato la Russia di aver tradito gli obblighi derivanti dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, o CSTO, il cui Articolo IV prevede che un attacco contro uno Stato membro sia considerato un attacco contro tutti gli altri, e che ciascuno di essi sia obbligato a sostenere i propri alleati.

Intervistato dal canale di notizie RT, lo scorso 19 novembre, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha ribadito gli obblighi di Mosca nell’ambito della CSTO, ha spiegato come quest’ultimi si applichino esclusivamente alla protezione congiunta di uno Stato membro da aggressioni esterne sul proprio territorio e ha aggiunto: “cosa che, ovviamente, non era il caso dell’Armenia”. Sebbene un’attenta lettura dell’Articolo IV confermi l’interpretazione del ministro degli Esteri Lavrov, considerando che il Nagorno-Karabakh è una regione legalmente riconosciuta come territorio azero, ad oggi sembra lecito affermare che oltre alle disposizioni del CSTO, Mosca ha avuto altre ragioni per non intervenire militarmente nel conflitto.

In primo luogo, Mosca è riuscita a preservare la sua influenza sia su Baku sia su Yerevan.  Diversamente da altri Stati, la Russia non ha infatti dovuto compiere una scelta difficile tra Armenia e Azerbaigian, che rappresentano rispettivamente per il Cremlino: il primo un alleato militare e un membro nei progetti di integrazione comune, ed il secondo un partner economico strategico.

In secondo luogo, sebbene Lavrov abbia sottolineato come la tregua non sarebbe stata possibile senza la posizione adottata dal Gruppo di Minsk dell’OSCE, l’accordo siglato il 9 novembre ha sottolineato ulteriormente l’incapacità riscontrata dei Paesi occidentali nell’esercitare la loro influenza sul negoziato di vecchia data tra le parti in causa.

Ultimo, ma non per importanza, il sopracitato accordo ha consegnato l’Armenia, che a seguito delle proteste antigovernative di massa e delle elezioni del 2018 si trovava nel mezzo di una significativa transizione democratica, a un futuro incerto. All’indomani della tregua, nella capitale armena sono infatti scoppiate violente proteste di massa che gridano al tradimento e chiedono a gran voce le dimissioni del primo ministro Nikol Pashinyan. Sebbene il leader armeno abbia ribadito su Facebook che continuerà a svolgere le sue funzioni istituzionali, al momento le sue dimensioni sembrano molto probabili. Qualora Pashinyan decidesse di rinunciare alla sua carica, Mosca potrebbe riportare i legami che la univano ad Erevan ai livelli presenti prima delle riforme democratiche del 2018. A conferma della gravità delle sommosse in Armenia, basti menzionare che il presidente del Parlamento armeno, Ararat Mirzoyan, è stato ferito dai partecipanti alle proteste davanti al Parlamento ed è stato sottoposto ad un intervento chirurgico. In conclusione, è lecito affermare che il non-interventismo del Cremlino non solo non ha costituito una violazione degli obblighi della Russia derivanti dal CSTO ma ha permesso a Mosca di trarre il massimo dei benefici dal conflitto in Nagorno-Karabakh.

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Costanza Pestarino

Costanza Pestarino. Studentessa del Master di Sicurezza Internazionale presso l'Università SciencesPo(Parigi) con concentrazioni in Europa e Rischi Globali.Nata a Genova nel 1997, ha conseguito la laurea triennale in Politica, filosofia e Economiapresso la Luiss Guido Carli (Roma). Nel 2018, ha trascorso il programma di scambiobilateralea Mosca presso Università Nazionale di Ricerca Scuola superiore di economia (Высшая Школа Экономики). Questo periodo le ha permesso di migliorare la conoscenza della lingua russa e di frequentare corsi mirati nel campo della sicurezza internazionale e delle relazioni UE-Russia.

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