LA NATURA INTRINSECAMENTE GEOPOLITICA DEL SISTEMA ELETTORALE STATUNITENSE

Anche in occasione delle ultime elezioni presidenziali si è riproposto puntualmente sulla scena dei grandi media, dei think tank, dei dibattiti pubblici ed accademici, statunitensi e internazionali, il tema dell’attualità, dell’efficacia e dell’efficienza del sistema elettorale americano. Lo si è descritto giustamente come anacronistico, farraginoso, non pienamente democratico, parzialmente inefficiente. Ma quali sono le cause storiche e le ragioni geopolitiche di queste caratteristiche? Perché i padri fondatori hanno disegnato un articolato meccanismo di elezione indiretta, dilazionato nel tempo attraverso tappe prestabilite dalla legge o dalla consuetudine e finalizzato a ridurre la partecipazione popolare attraverso diversi stratagemmi?

Il Collegio Elettorale

Negli Usa il Presidente e il Vice-Presidente vengono eletti Stato per Stato secondo un meccanismo di elezione indiretta e differita. Lungi dall’assistere ad una generale elezione a livello nazionale, nell’Election Day si celebrano in realtà 50 votazioni a livello statale, secondo modalità di svolgimento diverse da Stato a Stato. I cittadini aventi diritto e registrati alle liste elettorali eleggono i c.d. Grandi Elettori, ovvero i delegati dei partiti che a loro volta designano il Presidente a metà dicembre attraverso il Collegio Elettorale (dove il “muro” della maggioranza da superare è quello dei 270 voti).

Le modalità di voto Stato per Stato combinate al processo del Collegio Elettorale determinano, quindi, la totale irrilevanza legale del voto popolare nazionale per l’elezione del vertice della Casa Bianca, consentendo l’elezione di un Presidente che abbia raccolto un numero totale di voti popolari inferiori al proprio competitor. Come accaduto ben due volte negli ultimi vent’anni (Trump vs. Clinton, 2016; G.W. Bush vs. Al Gore, 2000) e tre volte nel corso dell’Ottocento (J.Q. Adams vs. A. Jackson, 1824; Hayes vs. Tilden, 1876; Harrison vs. Cleveland, 1888).

Il meccanismo del Collegio Elettorale venne pensato dai padri fondatori come compromesso tra l’elezione popolare diretta e il voto congressuale per la scelta del Capo dello Stato, anche per impedire ad un Presidente di sfruttare il controllo federale per usurpare il voto e imporsi alla Casa Bianca, attraverso il diaframma dei 538 Grandi Elettori. Scelti dai partiti a livello statale (compreso il Distretto di Columbia considerato a tutti gli effetti come Stato ai fini del Collegio Elettorale dal XXIII Emendamento del 1961), assegnati dagli Stati al candidato vincitore in proporzione al loro diritto di rappresentanza al Congresso, essi si riuniscono il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre nei rispettivi Stati in un’assemblea del tutto informale, “a porte chiuse”, nel corso della quale nominano, a scrutini separati, l’inquilino dello Studio Ovale e il suo Vice-Presidente.

I criteri di rappresentanza del Senato e il c.d. “gerrymandering

Mentre il numero dei componenti della Camera viene determinato in rapporto alla popolazione degli Stati sulla base dei dati del Censimento nazionale decennale, in ossequio al principio di rappresentanza, il numero dei senatori viene invece fissato dalla Costituzione in 100 seggi, due rappresentanti per ogni Stato a prescindere dall’entità degli abitanti, a presidio delle loro prerogative costituzionali e della loro ampia autonomia legislativa, giudiziaria e amministrativa sancita dal X Emendamento del 1791. Ciascuno Stato assegna tutti i suoi Grandi Elettori al candidato che conquista la maggioranza relativa (il c.d. “winner take all” system) nel distretto elettorale (per la Camera) o nello Stato (per il Senato). Con la sola eccezione di Nebraska e Maine, che attribuiscono i loro grandi elettori secondo un sistema proporzionale.

La configurazione del Senato si rivela in tal modo non pienamente democratica – tanto da essere stato tacciato dai criticicome istituzione irredimibile, la più antidemocratica e razzista d’America. Esso, difatti, favorisce nettamente e volutamente gli Stati meno abitati dell’America di mezzo, etnicamente caucasica, dal momento che il rapporto tra popolazione e numero di Grandi Elettori risulta sproporzionato a loro favore. Sfavorendo scientificamente le ricche, multietniche e cosmopolite coste, troppo liberal, aperte al commercio e all’influsso straniero per poter determinare le sorti del paese. Per esempio, la California, Stato più popoloso dell’Unione, ha diritto a 55 grandi elettori, mentre lo Stato meno popoloso, il Wyoming, assegna 3 grandi elettori. Dunque, la California consegna un numero di Grandi Elettori 18,3 volte maggiore rispetto al Wyoming, pur avendo una popolazione 70 volte superiore (40 milioni contro 580 mila).

Di converso, vengono scientemente favoriti e sovrarappresentati quegli Stati del Midwest e delle Grandi Pianure, demograficamente costituiti da una maggioranza assoluta di bianchi germanici, appartenenti alla middle class, per mentalità puritana tendenzialmente disinteressati dalla politica, perché consapevoli di vivere in “un impero senza imperatore”. Portatori della “pura”, marziale e massimalista Weltanschauung americana, chiusi nell’entroterra alle influenze identitarie e culturali allogene. Quindi custodi della traiettoria politica e geopolitica della nazione. Perciò chiamati ogni quattro anni a scegliere il loro Commander-in-Chief, spostando il loro voto determinante a favore del candidato che ne sappia incarnare lo “Zeitgeist”. Non è un caso se i tradizionali “swing States” si trovino tutti da queste parti – dall’Ohio all’Iowa, dal Michigan alla Pennsylvania, dal Winsconsin all’Indiana.

Con l’eccezione della Florida, del Nevada e ultimamente della Carolina del Nord e della Georgia, divenuti “oscillanti” in seguito a potenti trasformazioni demografiche di lungo periodo. Stati “viola” perché non preventivamente assegnabili al “rosso” repubblicano o al “blu” democratico. “Battleground States” perché teatro cruciale delle contese tra i due candidati per conquistare il consenso della parte decisiva del paese. Altro elemento peculiare del sistema elettorale Usa, profondamente anti-democratico e mediamente incomprensibile ad occhi europei, è il c.d. “gerrymandering”. Il termine gerry-mander trova origine etimologica dalla crasi del cognome dell’ex governatore del Massachussets Elbridge Gerry e dalla definizione inglese della salamandra (salamander), usato per descrivere la forma a chiazze dei distretti elettorali delineati dal governatore Gerry ad inizio ‘800. Il gerrymandering (o redistricting) consiste nel disegno dei collegi elettorali della Camera da parte delle Legislature dei singoli Stati secondo linee di faglia generazionali, educative, sociali, razziali ed etniche che avvantaggino i candidati del proprio partito, attribuendo un maggior peso alla parte di elettorato a sé favorevole a scapito di altri segmenti avversi, rendendo prevedibile il risultato elettorale, di fatto preassegnando i seggi contesi al candidato in carica.

L’obbligo di registrazione

Negli Usa il possesso della cittadinanza non è sufficiente all’esercizio concreto del voto. Questo costituisce un diritto ma non anche un dovere del cittadino. La legislazione elettorale richiede, con diverse modalità e regole tra i vari Stati, un quid plus volitivo. Un comportamento attivo del singolo elettore, onerato della registrazione nelle liste elettorali. E non tutti negli Usa, paese in cui non esistono carte d’identità, possiedono documenti validi per la registrazione. Così, alle presidenziali del 2016, quasi il 36% degli aventi diritto non risultava registrato, quindi impossibilitato ad esercitare il proprio voto per scegliere la massima magistratura dello Stato.

Nell’ultimo secolo la media dell’affluenza alle elezioni presidenziali è oscillata tra il 50% e il 60%, collocando gli Usa tra i paesi con tassi di partecipazione più bassi a livello internazionale.  Alle elezioni dello scorso 3 novembre si è celebrata la grande partecipazione elettorale degli americani che, grandemente incentivata dalla profonda polarizzazione sociale del paese, ha trasformato il voto in un referendum pro o contro la divisiva personalità caratteriale di Donald Trump. Eppure il tasso d’affluenza del 65%, che ha segnato il livello più alto degli ultimi 112 anni, rimane pur sempre lontano da quello di altre importanti democrazie.  E non è un caso se ancora oggi si voti per il Presidente in un giorno feriale, con milioni di persone distratte dal proprio lavoro. Nel 1845 il Congresso fissò per legge il giorno delle elezioni nel primo martedì dopo il primo lunedì di novembre. Nell’Ottocento il martedì costituiva infatti la vigilia del giorno del mercato. Così si tendeva e si tende a limitare la partecipazione politica del popolo, calvinisticamente impegnato nelle proprie faccende lavorative.

Conclusioni

Le radici storiche e geopolitiche che spiegano il deficit democratico insito nel sistema elettorale americano, volto ad ostacolare la partecipazione del corpo elettorale, risiedono nel passato, nella cultura e nella concezione filosofica dei padri fondatori, che nel redigere la Costituzione del 1787 e nel costruire una Repubblica federale presidenziale furono guidati da due stelle polari.

In primo luogo, essi miravano ad evitare che un’eccessiva attribuzione di poteri al Presidente ne facesse un’entità monarchica assolutistica priva di barriere contenitive a presidio delle libertà civili e religiose. Modello politico raffigurato nella monarchia inglese di Giorgio III dal quale erano fuggiti i primi “padri pellegrini”, giunti sulle coste di Plymouth nel 1620 a bordo della Mayflower, e contro il quale le 13 colonie del New England si ribellarono per ottenerne l’indipendenza. Da qui, lo sviluppo di un articolato e doppio sistema istituzionale di checks and balancies, tra potere federale e statale anzitutto, quindi tra i tre rami di questi due poteri (legislativo, giudiziario, esecutivo). In modo da delimitare le attribuzioni presidenziali attraverso una netta separazione tra esecutivo e legislativo, rafforzata dalla centralità del ruolo del Congresso (in assoluto l’istituzione più importante del paese), dal controllo e dalla legittimazione popolare verso tutte le magistrature (“una repubblica se riesci a tenerla“). Perché intimamente convinti del ruolo determinante della società civile e degli interessi privati quali sentinelle del potere pubblico, motori delle dinamiche politiche e geopolitiche della nazione.

In secondo luogo, accomunati da una visione aristocratica ed elitaria, i framers temevano una seconda forma di minaccia: la “tirannia della maggioranza” (Tocqueville, Democracy in America, 1835). Allarmati da una possibile degenerazione della forma democratica, attribuita alle passioni che la politica e la religione sono in grado di suscitare nelle masse. Dal rischio che incontrollate pulsioni maggioritarie potessero innescare anche nel Nuovo Mondo quelle profonde spaccature tribali, politiche, religiose e sociali che avevano dilaniato l’Europa durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648) combattuta tra potenze cattoliche e potenze protestanti.

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