L’UCRAINA FRA IL SOGNO EUROPEO E LA VICINANZA A MOSCA

La crisi in Ucraina, iniziata con le proteste di piazza a Kiev verso la fine del 2013, continua ancora oggi ad influenzare i rapporti fra l’Unione Europea e la Federazione Russa, ma nonostante i tentativi una soluzione definitiva non è stata trovata e la volontà di riavvicinamento rischia di riaccendere il conflitto.

Sono passati ormai 7 anni dall’inizio delle proteste in Ucraina, preambolo dell’ escalation di violenza nell’ est del paese tutto iniziato dalla decisione del governo ucraino di non continuare sulla strada di un sempre maggiore avvicinamento a Bruxelles, ma rifletteva anche l’insofferenza della popolazione nei confronti della corruzione dilagante (uno dei temi sollevati dall’UE). Alla decisione seguì una serie di proteste che hanno consegnato l’immagine di un paese spaccato con circa la metà della popolazione a favore dei manifestanti. I disordini furono particolarmente violenti, così come la reazione del governo, causando la morte di centinaia fra manifestanti e forze dell’ordine. Le proteste durarono 3 mesi e portarono alla deposizione del presidente Janukovyč; giorni dopo, forze filorusse iniziarono l’occupazione della Crimea, fra di loro vi erano i “little green men” ovvero soldati con l’uniforme di Mosca senza distintivi, ma con armi della federazione. Nel giro di pochi giorni la penisola fu occupata e il governo locale della Crimea (abitata per la metà da popolazione russa)  indisse un referendum che vide la schiacciante vittoria di coloro che chiedevano l’indipendenza dell’Ucraina e l’annessione alla federazione Russa. il 17 marzo il parlamento della Crimea dichiarò l’indipendenza e chiese di aderire alla Russia, richiesta accettata dal presidente Putin che durante un discorso davanti alla duma citò il principio di autodeterminazione dei popoli, ovvero il diritto di ogni popolo di scegliere da sé quale forma di governo darsi. Anche se in realtà, l’applicazione del suddetto principio è tutt’altro che scontata.

Le conseguenze delle proteste di piazza Maidan non erano ancora finite: il 6 aprile 2014 alcuni manifestanti armati si impadronirono di alcuni palazzi governativi dell’ucraina orientale nelle oblast’(regioni) di Doneck, Luhans’k e Charkiv, ma solo le prime due si dichiararono indipendenti. Il governo rispose con l’avvio di un operazione “anti-terrorismo” in risposta dell’estensione del controllo separatista. In seguito all’abbattimento di un aereo cargo che provocò la morte di 49 soldati, una folla raccolta in piazza Maidan chiese al governo di agire con più determinazione. In un susseguirsi di offensive e contro-offensive da/e verso le due città, dopo giorni di colloqui di pace a Minsk, si arrivò ad una tregua il 5 settembre. continuamente rotta fra la notte del 6 e la giornata del 7 settembre. nella capitale bielorussa venne firmato il così detto protocollo di Minsk, dai rappresentanti di Francia, Germania, Ucraina, Russia. A causa della continuazione delle ostilità, nel 2015 i membri del suddetto accordo firmarono un nuovo “cessate il fuoco” e un pacchetto di misure per renderlo effettivo, attualmente una soluzione al conflitto è ancora lontana, e tutt’ora si hanno sporadiche azioni da entrambe le parti, le ultime delle quali avvenute il 20 novembre di quest’anno.

Dopo l’annessione della Crimea, la Russia sarebbe intervenuta durante la guerra nella regione, tramite la fornitura di armi, veicoli blindati, carri armati e altre attrezzature, che ha visto un numero significativo di Russi combattere come volontari. A causa di detto appoggio sono state intraprese una serie di sanzioni da parte dell’unione europea nei confronti della federazione Russa, portando le relazioni fra i paesi del primo e il secondo ai minimi storici. In particolare, la Germania ha avuto un approccio più attivo dall’inizio della crisi. Le tensioni fra i due si sono riaccese di recente con l’avvelenamento del dissidente Russo Navalny.

La guerra ha comportato un significativo calo del PIL ucraino e un aumento consistente delle spese militari, la perdita della Crimea e la guerra non hanno però spento la volontà del paese di aderire all’unione europea, volontà espressa dall’ex presidente Porosenko pochi mesi prima della fine del suo mandato. Dubbi sulla capacità di aderire sono stati avanzati da più parti iniziando dall’ex ministro degli esteri Pavel Klimkin e anche dal ex presidente della commissione europea Juncker, che nel 2016 (durante il suo mandato durato dal 2014 al 2019), parlò della possibilità che l’ucraina non sarebbe stata in grado di far parte dell’EU e della NATO “per i prossimi 20-25 anni”. In effetti, molti nodi rimangono ancora da sciogliere, a partire dalla corruzione già uno dei temi di piazza Maidan e la riforma della burocrazia. A favore del raggiungimento del primo obiettivo si è espresso anche il nuovo presidente Zelenskyy anche se, gli ultimi sviluppi fanno temere sulla reale possibilità di mantenere gli impegni presi. Infatti, nell’autunno dello scorso anno, nonostante il supporto di due importanti istituzioni quali l’ufficio anti corruzione istituito nel 2015 e la corte per l’anti corruzione nata nel 2019, le riforme giudiziarie sono state bloccate da 20 membri dell’alto consiglio della giustizia alcuni dei quali accusati di corruzione, e 49 parlamentari hanno chiesto alla corte costituzionale di dichiarare incostituzionale la creazione della corte anti corruzione. Casi analoghi sono innumerevoli,e riflettono un quadro in cui le istituzioni ucraine sembrano essere impotenti difronte al dilagare del fenomeno.

Questa impotenza non giova ai tentativi di avvicinamento fra Kiev e Bruxelles, quest’ultima già alle prese con altri stati membri “problematici” vale a dire Ungheria e Polonia, è poco propensa a dover gestire un ulteriore fonte di problemi. Se da un lato quanto detto sembra avallare le dichiarazioni di Juncker e degli scettici, un eventuale ingresso dell’Ucraina potrebbe acquisire un significato di ripresa del “sogno europeo” dopo la Brexit e le sempre più crescenti spinte centrifughe. C’è da chiedersi se i tentativi di riavvicinamento possano riaccendere il conflitto nell’est del paese. Dunque, il futuro dell’Ucraina fuori o dentro l’Unione Europea rimane sospeso fra la vicinanza ad est con la Russia, e ad ovest con l’occidente

[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Latest from ANALISI

LA CAMBOGIA RISCHIA DI NON VEDERE PIÙ LA DEMOCRAZIA

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22″][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] Tra