LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA: UN’OCCASIONE PER RILANCIARE IL PROGETTO EUROPEO

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All’inizio dell’anno, la Commissione Europea si è posta un ambizioso obiettivo: la convocazione di una Conferenza sul futuro dell’Europa per rilanciare il processo di integrazione a settant’anni dalla Dichiarazione Schuman. L’irrompere della pandemia, tuttavia, ha stravolto l’agenda delle istituzioni europee e il progetto è passato in secondo piano.

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L’idea di lanciare una Conferenza sul futuro dell’Europa trova le sue radici nella lettera “Per un Rinascimento europeo” del presidente francese Emmanuel Macron, datata 4 marzo 2019. In questa lettera, che aveva come destinatari i cittadini dell’Unione, Macron invitava i rappresentanti delle istituzioni europee e gli Stati membri ad inaugurare “una Conferenza per l’Europa al fine di proporre tutti i cambiamenti necessari al nostro progetto politico, senza tabù, neanche quello della revisione dei trattati”. La vera novità risiedeva nella richiesta di “associare gruppi di cittadini, dare audizione a universitari, parti sociali, rappresentanti religiosi e spirituali” al fine di definire “una roadmap per l’Unione europea”. La proposta è stata accolta con fervido entusiasmo soprattutto dal Parlamento europeo, che fin da subito ha visto nella Conferenza uno spazio attraverso cui estendere il dibattito ai cittadini, rafforzando così la dimensione della democrazia partecipativa nel processo di policy making europeo. Anche la Commissione ha fatto della Conferenza sul futuro dell’Europa uno dei capisaldi per ridurre quel deficit democratico di cui soffre l’Unione europea.

Gli obiettivi della Conferenza sul futuro dell’Europa

Lo scorso gennaio, la Commissione ha offerto il suo contributo per la fase preparatoria della Conferenza. Secondo le linee guida proposte dalla Commissione, la Conferenza sul futuro dell’Europa dovrebbe costituirsi come “un nuovo forum pubblico per un dibattito aperto, inclusivo, trasparente e strutturato con i cittadini”. Inoltre, il dibattito dovrebbe svolgersi seguendo due filoni: il primo riguardante le politiche e gli obiettivi da perseguire, come la lotta ai cambiamenti climatici, l’equità sociale e l’uguaglianza, la trasformazione digitale dell’Europa e il rafforzamento del ruolo dell’Unione nel mondo, mentre il secondo incentrato su tematiche correlate agli aspetti istituzionali. Commissione, Parlamento e Consiglio sarebbero poi chiamati ad uno sforzo interistituzionale per definire le modalità, la struttura e la portata di tale conferenza e per sollecitare gli Stati membri, le società civili e i vari organismi europei a contribuire al dibattito. La scelta di adottare un approccio bottom-up, che contempli cioè la partecipazione attiva di tutti i cittadini e il coinvolgimento efficace degli stakeholder, permetterebbe così di rafforzare il legame tra l’Unione e la sua base costituente. Se l’obiettivo della Conferenza sul futuro dell’Europa è da rintracciarsi nel rinnovamento dell’Unione e dei suoi meccanismi politico-istituzionali, auspicabilmente il dibattito dovrebbe portare ad un progetto di revisione dei trattati.

I nodi che hanno causato frizioni tra le istituzioni

Tuttavia, l’accordo congiunto tra Parlamento, Commissione e Consiglio non è ancora stato raggiunto. Uno dei motivi per cui l’iter è stato rallentato è collegato all’emergenza sanitaria. La Conferenza, infatti, si sarebbe dovuta aprire il 9 maggio, ma è stata rinviata a data da destinarsi. Ad oggi, però, non vi sono state comunicazioni in merito da parte delle istituzioni europee e sono poche le voci che spingono per accelerare il processo. Ma la pandemia non è stata l’unica ragione di questo rinvio. Fin dall’inizio dell’anno, infatti, sono emerse divergenze circa chi dovrebbe presiedere la Conferenza. Già a gennaio, il Parlamento europeo aveva chiesto che il consiglio esecutivo di coordinamento fosse composto dalle tre principali istituzioni dell’Ue, rivendicando per sé stesso un ruolo guida. Quest’ultimo aveva individuato in Guy Verhofstadt, ex premier belga, il possibile chairman della Conferenza. Il Consiglio, dal canto suo, non si era dimostrato favorevole a questa scelta, dal momento che Verhofstadt è da sempre un convito federalista e quindi alcuni Stati membri lo avevano considerato una persona “senza chance di successo”. È per questo motivo che il Consiglio ha tentato di strappare la leadership al Parlamento, sottolineando come la governance dovrebbe “garantire la parità di ruolo delle tre istituzioni dell’UE, il rispetto delle prerogative di ciascuna istituzione e la stretta associazione dei parlamenti nazionali”. E quindi ha proposto di scegliere “un’eminente personalità europea come suo presidente unico e indipendente”.  Questa scelta, però, non è ancora stata fatta. La questione veramente spinosa, tuttavia, riguarda la possibilità di rimettere mano al Trattato di Lisbona. L’Europarlamento non ha mai escluso l’eventualità che, se la Conferenza dovesse promuovere una chiara posizione a favore della modifica dei trattati, si potrebbe aprire una nuova “fase costituente”. Il Consiglio, invece, ha preso le distanze da questa posizione, ricordando che “la conferenza non rientra nell’ambito dell’articolo 48 del trattato sull’Unione europea, che stabilisce le procedure per la modifica del trattato”. Le conclusioni della Conferenza sul futuro dell’Europa, quindi, dovrebbero assumere la forma di un rapporto da presentare al Consiglio europeo del 2022. In questo caso, il rischio è che la necessità di raggiungere l’unanimità soffochi lo spirito riformista, qualora il Consiglio fosse chiamato a prendere una decisione sugli aspetti più salienti contenuti all’interno del rapporto.

L’imperativo è velocizzare il processo

È ormai evidente, soprattutto alla luce delle sfide innescate dalla pandemia, che il progetto europeo debba essere ripensato. Si parla ora di adottare politiche sanitarie comuni, di istituire un debito europeo comune, di seguire politiche fiscali e di tassazione comuni, di stilare liste transnazionali di candidati al Parlamento. I tempi sono cambiati e con essi devono necessariamente cambiare anche i meccanismi istituzionali e di governance alla base dell’Unione. È in questo scenario che la Conferenza sul futuro dell’Europa potrebbe rilanciare il dibattito e smuovere finalmente le fondamenta dell’Unione. E l’aspetto non meno importante è che il dibattito potrebbe fiorire proprio grazie alla mobilitazione dei cittadini e degli esponenti della società civile, su cui indirettamente ogni giorno ricadono le conseguenze delle azioni decise a livello europeo. Come ha sostenuto di recente il Presidente dell’Europarlamento David Sassoli, “la Conferenza sul futuro dell’Europa è un’occasione per riscoprire l’anima del progetto europeo. Per questo deve iniziare il prima possibile”. Per evitare che anche questa iniziativa sprofondi nel baratro dell’inconsistenza, le istituzioni europee dovrebbero riportare la Conferenza sul futuro dell’Europa tra le priorità e accordarsi velocemente sulle modalità di svolgimento.

 

 

 

 

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