MEDIO ORIENTE E BIDEN: CAMBIANO GLI ADDENDI MA NON IL RISULTATO

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Ci aspetteremmo che l’inversione strategica da unilateralismo a multilateralismo nella politica estera di Biden apporti cambiamenti,  ma questo non succede se ti chiami Medio Oriente.  Nelle modalità di gestione dell’ordine internazionale decidere se muoversi in un’ottica uni, bi o multilaterale è un processo che ha alla base motivazioni prettamente geopolitiche.

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Uni, Bi e Multilateralismo: il nuovo assetto di Biden 

L’altalena statunitense ha visto oscillare presidenti rossi che hanno seguito una politica estera unilaterale a presidenti blu schierati dalla parte del multilateralismo. La cooperazione coordinata ed istituzionalizzata tra diversi attori globali non è per tutti. Il razionale alla base della scelta di coordinarsi con un unico Paese piuttosto che con un gruppo di Stati risiede soprattutto nello status in cui si trova il Paese che la compie. Come sostenuto da Victor Cha, è l’asimmetria di potere a determinare la scelta del protocollo da seguire. Se io sono gli USA, non avrò interesse ad instaurare una politica estera multilaterale in Asia, cosa che invece farei (e faccio) in Europa. Questo perché se creo un gruppo di piccole potenze, questo potrebbe coalizzarsi e non sarò più in grado di controllarlo. Se invece ho delle alleanze bilaterali con ognuno di questi Paesi, il mio controllo sarà al sicuro. Dopo la vittoria di Joe Biden alle presidenziali americane gli USA cambieranno strategia in politica estera, passando dall’unilateralismo trumpiano ad un nuovo multilateralismo. Cosa significa per il Medio Oriente quest’inversione politica? Un retrofront al ritiro delle truppe dal suolo iracheno, afgano, siriano? Un nuovo approccio al counterterrorism che finalmente potrebbe portare alla fine delle cosiddette “forever wars”? Ebbene se c’è una cosa su cui la politica del presidente eletto non si discosta da quella di Trump è proprio l’approccio alla politica estera in Medio Oriente.

Nelle svariate interviste rilasciate ai più prestigiosi giornalisti del mondo, Joe Biden dichiara che “è ora di mettere fine alle forever wars. […]e definire la nostra missione strettamente come volta a sconfiggere al-Qaeda e lo Stato Islamico. Dovremmo anche porre fine al supporto dato alla guerra Saudita in Yemen […]”.Se il multilateralismo è necessario quando si parla di affrontare le attuali sfide globali, perché il suo ritorno non coinvolge questa parte di mondo? L’amministrazione Biden continuerà a muoversi lungo i tre capisaldi trumpiani quando si parla di MENA: ritiro delle truppe, quindi disimpegno militare; alleanza con Netanyahu; contenimento ed isolamento dell’Iran. Il ritiro delle truppe americane in realtà riprende la politica del disimpegno militare iniziata da Obama e, di per sé, non sarebbe un evento infausto per quei Paesi piegati dall’occupazione americana, se venisse portato avanti con cognizione di causa.

Il problema sono le motivazioni alla base delle azioni. Ritirarsi dal Medio Oriente una volta raggiunta l’autonomia sul petrolio la dice lunga sull’interesse per la “lotta al terrorismo” di Trump. Così come è significativo agire a favore di Israele o dell’Arabia Saudita quando si attua una politica anti-Iran. Negli ultimi anni la frammentazione dell’area come l’aveva vista Biden durante il mandato Obama non ha fatto che aumentare, la conflitualità è alle stelle ed il terrorismo è tutto fuorchè sotto controllo.Se poi consideriamo il via libera lasciato ad altri attori internazionali, si intende come il MENA sia teatro di interesse dove più Stati muovono i burattini a seconda delle scelte USA. Per quanto Biden voglia dimostrare di poter agire da paciere per risolvere i conflitti in atto, non sarà facile inserirsi nello scenario di crisi siriano, yemenita o libico, soprattutto attuando una politica remissiva. Se manca la volontà politica di agire, il resto non conta, e la volontà manca poiché serve spazio per altre annose questioni con cui gli USA devono fare i conti, a partire da quella cinese.

Aree Interessate

Ma quanto può essere vincente una strategia pensata più di cinque anni fa in una zona in cui cambiano continuamente gli scenari? Il primo Paese in ordine di coinvolgimento di Biden è l’Iraq. Durante l’amminsitrazione Obama, Biden ha avuto un ruolo primario che ha portato ad un inevitabile fallimento dei rapporti con il neo governo a cui seguì un ritiro delle truppe che, con tutta probabilità, lasciò quel vuoto che permise la crescita dell’ISIS. Sarà forse per questo precedente che – nonostante il voto del governo iracheno per espellere le truppe americane – Biden crede sia meglio non abbandonare del tutto il territorio? Facendo un salto ad ovest, diamo uno sguardo ad Israele.

Storicamente sostenitore di Israele, “si può essere sionisti senza essere ebrei” è il motto di Biden. Il suo rapporto di amicizia con Netanyahu va avanti da anni. Forte sostenitore della soluzione a due Stati, Biden ha incitato i leader dell’Autorità Palestinese a mettere da parte la violenza in favore di una convivenza sul territorio che vedrebbe, comunque, uno stop all’espansione di Israele in Cisgiordania, ma senza porre condizioni sugli aiuti concessi a Netanyahu, più preoccupato per la questione Iran. Infatti la questione iraniana sarà il vero nodo delle relazioni tra Biden e Netanyahu.

Biden con tutta probabilità attuerà una politica a metà strada tra quella di Obama e quella del pugno di ferro gradita a Netanyahu e ai suoi alleati arabi. Ma se volessimo guardare alla questione da un punto di vista temporale, è l’Afghanistan il Paese in cui c’è “la guerra più lunga mai portata avanti”. Sebbene non faccia geograficamente parte del Medio Oriente, la retorica è sempre la stessa: minor presenza, più ponderata. Lasciare delle truppe ad assicurare la bonifica dal terrorismo, accertandosi di trovare alleati interessati affinchè l’Afghanistan diventi territorio di pace. Ma è vero che se i Paesi della NATO dovessero decidere di ritirarsi dall’Afghanistan, il rischio che i talebani riprendano il potere, e che ricominci la guerra, è altissimo.  

Forse è nei confronti di Turchia ed Arabia Saudita che Biden si discosta di più da Trump. Il Presidente blu ha sicuramente un pugno più forte e deciso nei confronti di chi si è macchiato di innumerevoli violazioni dei diritti umani. La spregiudicatezza delle azioni saudite e l’arroganza del presidente turco sono alcuni degli ingredienti che hanno portato Biden ad adottare una politica più amara nel trattare con i giganti mediorientali. Nel caso turco, la posizione USA nei confronti della Siria alimenta la divergenza con l’”autocrate” Erdoğan. Pur essendosi duramente schierato contro la decisione di Trump di abbandonare le truppe dell’YPG nel nord della Siria, acconsentendo tacitamente all’invasione turca, la diminuzione di unità americane presenti sul territorio sembra essere in programma, seppur non implichi un assoluto abbandono del campo su cui, più che su altri, si combatte l’ISIS.

La questione iraniana

Quella che sicuramente Biden non potrà ignorare è la situazione che lo vede protagonista in Iran: con l’uscita unilaterale dal JCPOA, i diversi conflitti nello stretto di Hormuz fino alla morte per mano statunitense di Soleimani in Iraq, sembra che i fili che regolano i rapporti con l’Iran si siano progressivamente tirati fino a spezzarsi. Ma Biden sembrerebbe essere intenzionato a rientrare nella JCPOA, a dimostrazione del fatto che almeno su questo tema voglia abbandonare l’unilateralismo di Trump. Non è disposto invece ad abbandonare le sanzioni imposte all’Iran in quanto supporter del terrorismo, anche perché c’è da ammettere che queste, ed altre, si sono rivelate anche efficaci.

Anche il presidente Rohani, dopo aver appreso della vittoria del democratico, ha dichiarato che “la prossima amministrazione Usa deve sfruttare l’opportunità di rimediare agli errori” e che “l’Iran è favorevole a un rapporto costruttivo con il mondo”, mentre il vice Jahangiri spera “che gli Stati Uniti modifichino le loro politiche distruttive”. Vedremo nei prossimi mesi se Biden sarà in grado di recuperare questo rapporto minacciato da Trump, sempre che il tycoon non decida di bombardare gli Ayatollah out of the blue, come ha minacciato di fare negli ultimi giorni.

Conclusioni

L’analisi delle scelte politiche ha mostrato come una presidenza Biden porterebbe solo a minori correzioni di rotta delle politiche americane nella regione. Quello che si scorge dall’esterno è un calo di interesse nella regione dal momento in cui l’approvvigionamento energetico non è stato più al centro della relazione tra USA e Medio Oriente. Il progressivo disimpegno nella regione, positivo sotto diversi punti di vista, rischia di essere deletereo se non ponderato e portato avanti per giuste ragioni. Che senso avrebbe riportare a casa i soldati se questo comportasse la perdita dei risultati finora ottenuti? Lasciare alcune zone in balìa di terroristi e guerre civili in corso, tutto provocato in principio dall’invasione occidentale per l’esportazione della democrazia, non sarebbe eticamente giusto ma, politicamente parlando, sarebbe un grande errore strategico.

È certo che nel futuro bisognerà lasciare la leadership di questi posti alle principali potenze della regione senza continuare ad influire sulla vita sociale, culturale e politica delle popolazioni che le abitano, ma la gradualità con cui si agisce è fondamentale e non si può pensare di abbandonare il campo solo perché non è più economicamente fruttuoso restare. Sulla scia di quanto detto, nella migliore delle ipotesi Biden potrebbe lasciare un contingente di forze speciali in Siria, un gruppo più sostenuto in Iraq (anche per non darla vinta all’Iran) e qualche sentinella di sicurezza in Afghanistan.

Sicuramente l’obiettivo è quello di ridimensionare l’impegno militare, ma perlomeno i metodi sarebbero diversi, coerenti con l’idea di azione diplomatica di Biden, e la regione non potrebbe che beneficiare di questo. Per quanto riguarda la lotta al terrorismo forse gli USA dovrebbero rivedere la strategia d’azione. È probabile che uccidere i vertici dei gruppi terroristici faccia audience ma non sia sufficiente né necessario a porre fine al terrorismo come ideologia, ed è possibile che la strategia kingpin coniata dalla DEA qui non sia efficace. Il problema di Biden è che il mondo, il Medio Oriente e l’Iran sono molto cambiati negli ultimi tre anni. La nuova amministrazione deve discostarsi dalla linea di Obama, che operava in tempi molto diversi, o rischierà di essere un totale fallimento in Medio Oriente.

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