IL VIAGGIO DI DI MAIO IN ISRAELE E NEI TERRITORI PALESTINESI

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Di Maio rilancia la diplomazia italiana nel Mediterraneo: un’importante area di interesse – commerciale e non solo – per il nostro Paese.

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Il senso della prima missione diplomatica italiana in Israele e nei Territori Palestinesi

In una nota di martedì scorso, la Farnesina ha espresso “profonda preoccupazione per l’avvio della procedura di gara per la costruzione di 1.257 unità abitative a Givat Hamatos e chiede alle Autorità israeliane che questa decisione venga annullata”. Givat Hamatos si trova a Gerusalemme Est – territorio occupato da Israele dal 1967 – non lontano dal quartiere palestinese di Beit Safafa e da Betlemme. In realtà, il progetto che ha attirato la preoccupazione della Farnesina non è nuovo. Era stato, infatti, uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Netanyahu a febbraio scorso, il quale forte del recente annuncio dell’Accordo del Secolo da parte di Trump, aveva potuto puntare nuovamente su un piano di insediamenti presentato per la prima volta nel 2012 e di cui il piano attualmente in questione faceva parte, suscitando già allora ampie critiche nell’ambiente internazionale, considerate le conseguenze territoriali che determinerebbe nel momento in cui venisse reso esecutivo.

Nello specifico, separerebbe concretamente la Cisgiordania da Gerusalemme Est, Betlemme da Gerusalemme, andando così a minare la già precaria continuità territoriale di quello che dovrebbe essere il futuro Stato palestinese; ciò significa rendere sempre meno concreta la possibilità di procedere verso la soluzione dei due Stati, sostenuta a livello internazionale, come prontamente denunciato dall’Autorità nazionale palestinese. Nonostante questo, ad oggi, l’obiettivo di Tel Aviv pare non essere cambiato. In questo senso, è chiara l’intenzione del governo israeliano di sfruttare fino all’ultimo la maggiore libertà e impunità d’azione che questi anni di presidenza Trump gli hanno garantito, massimizzando i possibili benefici legati a quest’ultimo colpo di coda. Tant’è che in questi giorni si sta svolgendo l’ultima missione nella regione di Mike Pompeo, segretario di Stato dell’uscente amministrazione statunitense, nella cui agenda è prevista anche una visita senza precedenti alla colonia israeliana di Psagot in Cisgiordania. Dobbiamo quindi aspettarci nuove mosse verso il rafforzamento della già pesante eredità politica – pesante dal punto di vista sia materiale che simbolico – che Trump ha intenzione di lasciare alla nuova presidenza in questi due mesi critici di transizione.

Al contrario, ad essere preoccupato delle conseguenze territoriali derivanti dalla possibile implementazione del piano di nuovi insediamenti a Givat Hamatos è il governo italiano che, come si legge nel proseguo della nota di cui sopra, è ben conscio del fatto che “un simile insediamento comprometterebbe seriamente la prospettiva di un futuro Stato palestinese indipendente e contiguo”. Pertanto, si legge, “in linea con il diritto internazionale e la consolidata posizione europea, l’Italia considera illegali gli insediamenti, che rappresentano un grave ostacolo al raggiungimento di una soluzione a due Stati giusta, sostenibile e direttamente negoziata tra le due Parti.” E per finire, la Farnesina ricorda che “l’Italia, insieme ai partner europei, ha ripetutamente esortato Israele a cessare ogni attività di insediamento e a non intraprendere azioni unilaterali contrarie al diritto internazionale perché suscettibili di minare ulteriormente il già compromesso clima di fiducia necessario per un rilancio del Processo di Pace.”

Insomma, così facendo il nostro Paese ha voluto ribadire la sua posizione a favore della soluzione a due Stati del conflitto israelo-palestinese, nel rispetto del diritto internazionale ed in linea con le altre diplomazie europee. Una posizione già chiarita, per altro, durante la prima visita ufficiale di Di Maio in veste di ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale in Israele e nei Territori Palestinesi, avvenuta rispettivamente il 29 e il 30 ottobre scorso. Due giorni pieni per il nostro Ministro, che durante la missione in Israele ha incontrato il presidente Reuven Rivlin, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il suo corrispettivo Gabi Ashkenazi, l’alternate prime minister e ministro della difesa Benni Gantz ed il leader dell’opposizione Yair Lapid, recandosi, inoltre, allo Yad Vashem, l’ente nazionale per la Memoria della Shoah; in Palestina ha visto il primo ministro Mohammad Shtayyeh e il ministro degli esteri Riad Malki, passando poi per Gerusalemme per l’incontro con il custode di Terra Santa, Padre Francesco Patton, ed il nunzio apostolico, monsignor Leopoldo Girelli, fino al colloquio con Nickolay Mladenov, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente.

Si è trattato di una serie di colloqui centrali per il rilancio della presa di parola italiana all’interno delle più generali questioni politiche regionali: dal conflitto arabo-palestinese – e quindi gli Accordi di Abramo – fino al dibattito attorno alla “libertà di blasfemia”, rilanciato da Macron a seguito degli ultimi attacchi terroristici. Allo stesso modo, i colloqui in questione sono stati altrettanto importanti per i Paesi che li hanno ospitati. Ad esempio, a conferma della centralità politica che la visita italiana ha avuto per Israele nel mantenere forte e viva la partnership con il nostro Paese, possiamo far riferimento alla richiesta esplicita del Ministro degli esteri israeliano a Di Maio di farsi portavoce, con la controparte palestinese, dell’importanza di un ritorno al tavolo dei negoziati. Inoltre, sempre durante l’incontro con il Ministro degli Esteri israeliano, Di Maio ha firmato il Protocollo di cooperazione in campo culturale e scientifico, definito dalla stessa Farnesina un “nuovo segmento dell’estesa cooperazione tra Italia e Israele”.

Tornando adesso all’analisi generale di questa missione diplomatica italiana, in un’intervista rilasciata al quotidiano Israel Hayom nella prima giornata della sua visita, Di Maio ha confermato il sostegno italiano agli Accordi di Abramo, come già precedentemente fatto dalla Germania, in quanto secondo il Ministro “la normalizzazione contribuirà alla creazione di condizioni di stabilità, dialogo e sviluppo per tutte le parti, che potrebbero portare all’avvio di negoziati diretti tra israeliani e palestinesi verso una soluzione a due Stati giusta, sostenibile e realizzabile”. Così, l’Italia ha riconosciuto il processo diplomatico statunitense, che in pochi mesi ha modificato sostanzialmente il quadro di alleanze regionali, e contemporaneamente ha rifatto propria la posizione europea rispetto alla soluzione a due Stati. Due posizioni che sul terreno appaiono inconciliabili, come per altro dai più ribadito. D’altra parte, per uscire da quella che sembra sempre più un’impasse politica europea di fronte all’evolversi delle vicende israelo-palestinesi, sarebbe necessario andare oltre i termini diplomatici e concentrarsi piuttosto su come localmente e quotidianamente vanno dispiegandosi i rapporti di forza tra i protagonisti del conflitto, quindi considerando finalmente la pace come processo sociale più che come semplice sostantivo.

Il Ministro ha poi sempre rispettato la linea europea – ed in particolare quella tedesca e francese – relativamente al rapporto con l’Iran, non sbilanciandoci davanti all’ormai tradizionale richiesta israeliana alle cancellerie dei suoi alleati di riconoscere Hezbollah come organizzazione terroristica nel suo complesso, probabilmente considerando anche le relazioni economiche che legano Roma a Teheran. Infine, si è posizionato accanto a Macron nello scontro con il Presidente turco, che ha fatto seguito agli attacchi terroristici delle ultime settimane, cavalcando quella che appare come la più recente versione europea della retorica dello scontro di civiltà di huntingtoniana memoria, dietro la quale si cela, tra le tante cose, anche la competizione geopolitica tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, un’area di primario interesse per il nostro Paese.

La centralità politica della cooperazione scientifica, tecnologica ed energetica

A dimostrazione del fatto che l’Italia sia inevitabilmente un player importante all’interno della disputa generale per e nel Mediterraneo, basta far riferimento alle discussioni attorno alla cooperazione scientifica e al dossier energia che hanno caratterizzato gran parte della missione di Di Maio. Ad essere ulteriore oggetto delle discussioni è stato, infatti, il progetto israelo-greco-cipriota del gasdotto East-Med, all’interno del quale le parti stanno cercando il coinvolgimento italiano sebbene, sempre dalle recenti dichiarazioni del nostro Ministro, l’attenzione dell’Italia, pur riconoscendo l’importanza nell’ambito dello sforzo per la diversificazione energetica di questo progetto, pare ricadere maggiormente sul Forum del Gas (EMGF), di cui siamo cofondatori assieme a Israele e che coinvolge Grecia, Cipro, Giordania, Egitto e Anp. In più, sempre nell’ambito energetico, SNAM, società italiana di infrastrutture energetiche, ha stipulato tre importanti accordi di cooperazione con alcune delle principali aziende israeliane nel settore degli idrocarburi e dell’idrogeno – quali Delek Drilling, Dan e la start-up H2Pro – assicurando in questo modo la partecipazione italiana a tutti i livelli della filiera produttiva per la messa a punto di progetti volti alla conversione ad energia pulita di mezzi di trasporto pubblico. Come sottolineato da Giuseppe Dentice, Associate Research Fellow del programma Medio Oriente e Nord Africa presso l’Ispi, questi accordi “sono strategicamente importanti perché segnano un ruolo ancora più accentuato dell’Italia nel campo dell’energia come veicolo di diplomazia economica e multilaterale, che vede l’Italia nel Mediterraneo come attore energetico coinvolto”, facendola diventare di conseguenza “un player molto importante con cui diversi attori regionali si confrontano”.

In sostanza, con questa sua prima missione in veste ufficiale di ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, lasciandosi alle spalle le gaffe diplomatiche degli anni passati, Luigi Di Maio ha contribuito a rafforzare la presenza italiana in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale, evidenziando al contempo alcune delle nuove aree di interesse strategico per il nostro Paese che vanno dalla cultura alla transizione energetica; dallo sviluppo della produzione a idrogeno fino alla mobilità sostenibile.

 

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