HONG KONG SOTTO ARRESTO

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I tumulti ad Hong Kong non sembrano terminare: tra arresti, proteste e dimissioni, il destino della città sembra essere sempre più incerto e complesso.

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La National Security Law e le conseguenze

Durante l’estate Hong Kong era divenuta nuovamente il tema caldo per Pechino: a causa dell’abuso di potere intrapreso nei confronti di quella che doveva essere fino al 2047 la Hong Kong “Un Paese, Due Sistemi”, la quale secondo l’accordo siglato nel 1997 tra Cina e Regno Unito, avrebbe potuto mantenere il proprio apparato amministrativo ed economico dipendente dalla Cina, nonostante essa fosse insieme alla sua comunità di oltre 7 milioni di abitanti parte della Cina. La situazione odierna riflette molto di ciò che è accaduto quest’estate quando Hong Kong aveva sperimentato una nuova escalation di soprusi da parte della polizia locale in seguito all’approvazione della National Security Law entrata in vigore il 30 giugno e di avevamo già trattato in precedenza.

In questi ultimi tre mesi, la National Security Law ha iniziato a mostrare la sua efficacia e quanto essa possa colpire la libertà dei cittadini i quali si sono visti sempre di più togliere la possibilità di esprimersi liberamente e in modo democratico nei confronti del governo di Hong Kong, strettamente legato ed influenzato dalle decisioni della Cina. L’intimidazione da parte della polizia locale e i numerosi arresti hanno creato sempre di più sconforto e insicurezza negli attivisti pro-democrazia, dai più giovani fino agli illustri nomi della città (come Joshua Wong, Nathan Law e Agne Chow).

Ad agosto infatti è avvenuto uno degli arresti che più ha scosso la popolazione, ovvero quello di Jimmy Lai, tycoon di Hong Kong e fondatore del quotidiano Apple Daily, uno dei giornali maggiormente pro-democrazia presenti in città. La polizia sarebbe entrata nella sede di Apple Daily interrogando i dipendenti della sede, stilando la lista dei nominativi e raccogliendo prove per poi decidere di prendere in custodia Lai con l’accusa di essere in contatto con “forze straniere ostili”. Secondo la polizia infatti le prove erano sufficienti per incolpare Lai di aver infranto la National Security Law, confermando la necessità del fermo per svolgere poi ulteriori indagini.

L’arresto di Jimmy Lai si unisce alla lunga serie di arresti e fermi sottoposti ai cittadini di Hong Kong ritenuti colpevoli di violare la nuova legge sulla sicurezza, che prevede appunto l’arresto qualora i cittadini risultino essere pericolosi o qualora essi possano essere fautori di azioni terroristiche nei confronti della città. Questa famigerata legge speciale, entrata in vigore in estate, non solo risulta non essere conforme con la Basic Law, la costituzione firmata da Regno Unito e Cina entrata in vigore il 1° luglio 1997 e che regola la giurisdizione di Hong Kong e il suo sistema legislativo, ma ha causato l’arresto e la detenzione di attivisti e manifestanti intenti anche solo a manifestare pacificamente con la bandiera dell’indipendenza di Hong Kong o perché erano intenti ad intonare gli slogan di protesta nei confronti del governo.

Le elezioni posticipate e l’allontanamento dei legislatori pro-democrazia

Come se non bastasse la National Security Law, anche l’emergenza sanitaria del Covid19 è divenuto un alleato per il governo pro-Pechino: Carrie Lam, l’attuale capo esecutivo di Hong Kong, (soprannominata 777 per il numero di voti ottenuti durante l’elezione su un totale di 1200), ha infatti deciso di posticipare di un anno le elezioni, provocando sdegno tra i sostenitori pro-democrazia, i quali ritengono che queste siano ulteriori tattiche per minare ancora di più la libertà del Paese. A questo fatto avvenuto qualche mese fa si aggiunge un nuovo colpo inflitto questa volta direttamente al partito pro-democrazia di Hong Kong: l’11 novembre infatti quattro legislatori pro-democrazia sono stati obbligati a dimettersi poiché ritenuti un pericolo per la sicurezza di Hong Kong.

Grazie alla concessione da parte della Cina, il governo di Hong Kong può infatti decidere di allontanare i propri legislatori, senza la necessità di un giusto processo, qualora si ritenga che questi risultino essere un pericolo per la città, come sarebbe avvenuto per i quattro parlamentari, allontanati dal Consiglio Legislativo: secondo Carrie Lam tale allontamento sarebbe stato “costituzionale, legale, ragionevole e necessario”. Pronta è stata la reazione del partito pro-democrazia di Hong Kong che, dopo alcuni giorni, avrebbe annunciato che tutti i rappresentanti in Parlamento avrebbero presentato le loro dimissioni in segno di solidarietà per i colleghi ingiustamente allontanati. “Non possiamo più dire al mondo che abbiamo ancora “un paese, due sistemi“, sono state le parole della leader del partito pro-democrazia Wu Chi in merito all’accaduto. Nonostante il Consiglio Legislativo sia composto da solo 70 membri, qualora venissero accettate le dimissioni di tutti i membri del partito pro-democrazia, tale numero si assottiglierà fino ad arrivare a solo 51 membri ma, nonostante questo, il capo esecutivo Carrie Lam ha già fatto sapere che non verranno organizzate nuove elezioni per sostituire i legislatori, ma si aspetterà l’anno prossimo, così come è stato deciso quest’estate durante il rinvio delle elezioni per i motivi imposti dall’emergenza Covid19.

Laurea in protesta

Proprio ieri si è verificato un nuovo episodio di proteste questa volta di dimensioni ridotte ma dall’aspetto significativo. Presso l’Università Cinese di Hong Kong (CUHK), alcuni studenti avrebbero manifestato durante il giorno della laurea, indossando maschere per evitare il riconoscimento, ed intonando canti pro-democrazia, esponendo cartelli e manifesti critici nei confronti dell’operato del governo, invocando i giovani di Hong Kong a continua a combattere in nome della libertà. La polizia avrebbe aperto un’indagine poiché questo genere di manifestazione andrebbe contro la legge sulla sicurezza nazionale. Gli studenti sarebbero stati denunciati alla polizia locale dall’università stessa la quale in una nota ha riportato che gli studenti avrebbero utilizzato anche spray per scrivere graffiti sui muri, danneggiando così l’istituto e le zone limitrofe. La decisione della protesta dipenderebbe anche dal fatto che proprio l’università avrebbe deciso di posticipare la cerimonia della laurea a causa del Covid19 mentre per gli studenti questo è risultato essere l’ennesimo segnale politico volto ad evitare possibili manifestazioni pro-democrazia. Joshua Wong, leader del partito Demosisto e uno dei protagonisti delle proteste degli ultimi anni ad Hong Kong, intervenuto in diretta streaming con il Senato italiano, ha ribadito la necessità di supporto internazionale per Hong Kong, poiché i giovani non potranno portare avanti ancora a lungo la battaglia per la libertà, a causa delle forti prese di posizione del governo pro-Pechino.

Secondo Wong infatti dall’inizio delle proteste più di 10000 attivisti e manifestanti sarebbero stati arrestati e il nucleo centrale delle proteste rischia di infrangersi contro la dura legge sulla sicurezza nazionale. Mentre in questi giorni si è discusso nei tribunali di Hong Kong se la polizia debba indossare il numero identificativo sulle uniformi, in modo da evitare che qualora questi passino inosservati in caso commettessero atti violenti contro i manifestanti, il destino di Hong Kong si fa sempre più complesso e sembra davvero che la sola speranza per la città sia una presa di posizione forte da parte del panorama politico internazionale.  

 

 

 

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