XI JINPING E LA LOTTA ALLA CORRUZIONE

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Il presidente cinese ha recentemente rafforzato in tutto il paese la sua storica campagna anticorruzione, le cui reali finalità rimangono dubbie e preoccupanti.

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La grande campagna di epurazione condotta da Xi Jinping atta a colpire funzionari di diverso livello, accusati principalmente di reati riconducibili a svariate forme di corruzione, mosse i suoi primi passi già dal 2012, anno in cui lo stesso presidente in carica della Repubblica Popolare Cinese (RPC) assunse il ruolo di segretario di partito. Nel 2012 infatti, nel corso del diciottesimo congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), si diede avvio in Cina a quella che da molti è stata definita una vera e propria “purga”: una campagna anticorruzione talmente sistematica ed efficiente da essere paragonabile solo alle epurazioni che ebbero luogo nel corso della Rivoluzione Culturale avviata da Mao Zedong nel 1966.

Per avere un’idea circa l’estensione di tale campagna, è sufficiente citare qualche dato: tra il 2012 e il 2017 ben 35 membri appartenenti al Comitato centrale del PCC sono stati vittima di sanzioni e allontanamenti dalla scena politica cinese, lo stesso numero era stato precedentemente registrato solo nell’arco di tempo che va dal 1949, anno di fondazione della RPC, al 2012. Mao Zedong giustificò la sua mossa presentandola come una lotta necessaria ad annichilire il riformismo dilagante in quegli anni, che avrebbe, a detta del leader cinese, minato le basi stesse della Repubblica. In maniera non dissimile, anche Xi Jinping presentò il suo intervento anti-corruttivo corruzione quale elementoessenziale al benessere dell’intera comunità. Rimase celebre in quel contesto la frase, dell’allora segretario di partito, “colpiremo sia le mosche che le tigri”. Tramite tale espressione Xi Jinping mise sin da subito in chiaro che la nuova campagna non sarebbe stata rivolta solo ai vertici governativi ma anche alla schiera di funzionari minori e locali incaricati di gestire fin nei più minimi dettagli il sistema statale.

Tale politica anticorruzione si è poi evoluta nel corso di quest’anno quando, durante la prima settimana di luglio, il PCC ha istituito una nuova task force atta a garantire la “sicurezza politica” che prenderebbe di mira in maniera sostanziale sia l’esercito sia il sistema giudiziario. Tale progetto che, a seguito di alcune sperimentazioni a livello locale sarà ufficialmente attivo a partire dal 2021, sarebbe ispirato secondo alcuni analisti al “Movimento di rettifica di Yan’an” messo in atto da Mao Zedong, tra il 1942 e il 1945, proprio nella base comunista di Yan’an (punto di arrivo della famosa Lunga Marcia). Tale movimento aveva quale scopo ufficiale quello di liberare il Partito comunista dagli elementi considerati corrotti e instabili, e di fatto aprì la strada alla riforma della giustizia degli anni 1952-1953 che mirava invece a smantellare definitivamente quel che restava dell’apparato giudiziario nazionalista. In entrambi i casi, tuttavia, le due riforme non fecero che imporre l’ideologia di partito a masse di popolazione sempre più estese, rafforzando di fatto il potere politico del leader.

Al momento, la decisione di Xi Jinping sembrerebbe più che altro colpire il sistema poliziesco, accusato di aver sostenuto una cattiva condotta nei confronti dello Stato, del Partito e della comunità. Caso eclatante in tale contesto è sicuramente quello di Gong Daoan, capo della polizia di Shanghai, il quale, solamente la settimana successiva all’attivazione della nuova task force, si è visto accusato di molteplici reati di un certo spessore riassunti dalla dicitura “gravi violazioni disciplinari e legali”. I riferimenti a Mao Zedong, e ad altre figure storiche del Partito comunista, non risultano tuttavia campate per aria. Lo stesso quotidiano Xinhua, organo di stampa ufficiale del PCC, rilasciò nel 2013 un lungo articolo dedicato ai primi 100 giorni di attività del nuovo presidente Xi.  Il premier in quel periodo rilasciò un importante discorso sul cosiddetto “sogno cinese”, astutamente tenutosi al museo nazionale di Pechino: ripercorrendo 170 anni di storia della nazione fu Xi Jinping stesso a nominare non solo Mao Zedong ma anche numerosi poeti dell’antichità. Successivamente, rimase storico il suo viaggio nel Guangdong, sede delle principali riforme economiche degli anni precedenti: in questo caso il paragone col leader Deng Xiaoping, padre delle riforme di apertura, fu inevitabile.

I critici del presidente comunista vedono in tali mosse un chiaro tentativo da parte di Xi di creare attorno alla sua figura un vero e proprio culto della personalità, i cui risvolti potrebbe essere indubbiamente allarmanti. In riferimento al tema della corruzione, è necessario qui citare il “pensiero di Xi”: le sue idee politiche e suoi progetti per il paese sono recentemente entrati a far parte della Costituzione (fino ad ora tale privilegio era stato riservato solo a Mao Zedong e in via postuma a Deng Xiaoping). Ciò sta a significare che un attacco alla persona del presidente corrisponderebbe automaticamente a un attacco alla nazione ed è qui che i confini fra il contrasto alla corruzione e l’eliminazione di avversari politici si fanno meno distinti.

Portavoce della teoria secondo la quale la lotta alla corruzione miri a un duplice obiettivo, ovvero quello di eliminare effettivamente gli abusi di potere ma anche quello di accentrare il potere nelle mani del presidente, è sicuramente Cai Xia. Secondo l’intellettuale, recentemente espulsa dal PCC a causa delle sue critiche nei confronti del governo e oggi rifugiata negli Stati Uniti, Xi Jinping starebbe attuando tramite le sue misure anticorruzione un’abile strategia atta a creare un clima di terrore all’interno del sistema statale affinché la sua leadership non possa essere messa in discussione. Specialmente tramite la formazione della task force garante della “sicurezza politica”, il presidente starebbe cercando di creare attorno a sé una schiera di giuristi, magistrati e organi coercitivi fedelissimi alla sua figura.

A favore di questa tesi è possibile presentare due scenari. Il primo riguarda la pesante serie di epurazioni messa in atto proprio durante il diffondersi della pandemia di coronavirus all’inizio di quest’anno. Alcuni analisti sostengono infatti che il diffondersi del virus abbia offerto al governo centrale la possibilità di espellere circa 400 personaggi “scomodi” dalle fila del PCC con l’accusa di aver mal gestito l’epidemia a livello locale. A supporto di tale visione, non parrebbe casuale l’incarico assegnato a Chen Yixin, fedelissimo del presidente, di gestire la situazione coronavirus nella provincia dell’Hubei (con capoluogo Wuhan, epicentro della pandemia) a seguito del licenziamento del precedente capo di partito della provincia. Chen Yixin, infatti, non solo è stato chiamato a proteggere la popolazione dal “demonio coronavirus” nella regione più sensibile del paese ma è stato anche successivamente incaricato di formare la task force di cui sopra e di annunciarne pubblicamente l’attivazione. Il fatto che una figura così centrale abbia preso in carico entrambe le problematiche parrebbe dare un forte messaggio alla comunità internazionale: è lo stesso presidente Xi ad assumere il completo controllo della delicata situazione attuale.

Altra prova circa la duplice finalità che si nasconderebbe dietro la campagna anticorruzione di Xi si fonderebbe invece su alcuni dati statistici che dimostrano come, dal 2012, le politiche di contrasto alla corruzione non abbiano portato a grossi risultati effettivi proprio in termini di eliminazione di suddetta piaga politica. Secondo un’analisi di Transparency International, parrebbe chiaro che la RPC abbia fatto qualche progresso in termini di trasparenza (strettamente legata al fenomeno della corruzione), progresso non sufficiente a giustificare le pesanti misure messe in atto dallo stato negli ultimi otto anni. La Cina infatti, secondo l’ultima classifica stilata dall’organizzazione il 23 gennaio di quest’anno, si posizionerebbe all’ottantesimo posto insieme a India e Marocco con un totale di 41 punti rilevati sulla base del cosiddetto “Corruption Perceptions Index”, acquisendo solo 2 punti in più rispetto al 2018.

In chiusura, pare opportuno citare anche il crescente clima di tensione con gli Stati Uniti, talvolta paragonato a una nuova Guerra Fredda. Il governo cinese parrebbe infatti interessato a estendere la propria lotta alla corruzione anche all’estero individuando pericolosi dissidenti politici e chiedendone l’estradizione. Se tale mossa si verificasse, non sarebbe impossibile immaginare la RPC dotata di una pesante arma di pressione internazionale, capace di colpire efficacemente qualsiasi funzionario aperto al dialogo con potenze straniere considerate nocive, come appunto gli Stati Uniti d’America. Dal quadro appena evidenziato parrebbe emergere un’immagine di Xi Jinping, in corsa verso il suo terzo mandato previsto per il 2022, ben lontana da quella del leader aperto e relativamente democratico che era stata presentata all’inizio della sua presidenza in un paese in cui la responsabilità del processo decisionale, l’indipendenza della magistratura e il dialogo con la popolazione si dimostrano ancora quasi completamente assenti.

 

 

 

 

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