LA DIFESA STATUNITENSE NELL’ERA BIDEN: ANALOGIE E DIFFERENZE CON LA PRESIDENZA TRUMP

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A una settimana dalla vittoria elettorale di Joe Biden – salvo stravolgimenti legali – diversi analisti e commentatori politici hanno iniziato a interrogarsi sulle mosse e sulle decisioni del nuovo corso democratico in materia di difesa e politica estera. Se lo stile presidenziale sembri assumere toni radicalmente diversi, una simile considerazione sarebbe più difficile da formulare riguardo gli aspetti più strettamente strategici come la particolare attenzione nei confronti di Cina e Russia e lo sviluppo di nuove tecnologie militari.

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Il contesto della Great Power Competition       

Il ritorno della competizione tra le grandi potenze ha rappresentato l’elemento centrale della National Security Strategy(NSS) ed. 2017 – ovvero del documento redatto dall’amministrazione nel quale si stabiliscono la direzione e l’uso dei diversi mezzi dello stato idonei al raggiungimento degli obiettivi politici[1] – e della National Defense Strategy (NDS) ed. 2018, il documento stilato dal segretario per la Difesa che si propone di rendere attuabili gli obiettivi della NSS dal punto di vista militare,  promosse dall’amministrazione guidata da Donald Trump.

A differenza di quanto verificatosi nel primo decennio degli anni 2000, la presidenza Trump ha deciso di spostare l’attenzione della difesa a stelle e strisce da soggetti non statali dediti ad atti di terrorismo internazionale verso attori statali (nello specifico Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa) considerati rivali e potenziali sovvertitori dell’ordine internazionale consolidatosi a seguito della conclusione della Guerra Fredda. Una posizione che la nuova amministrazione Biden sembrerebbe intenzionata a confermare: durante un evento organizzato dall’Atlantic Council tenutosi a fine agosto, Michèle Flournoy – ex sottosegretaria per la Politica presso il dipartimento per la Difesa nel secondo mandato Obama e principale indiziata per la guida del Pentagono nella presidenza Biden – aveva riconosciuto in Cina e Russia i principali avversari della difesa statunitense.

A dispetto della sua volontà – più volte rimarcata in Senato – di ristabilire delle relazioni economiche migliori con Pechino, lo stesso Biden – secondo quanto riportato da DefenseNews – si sarebbe espresso in toni scarsamente concilianti nei confronti del gigante asiatico, definendolo come “la più grande sfida strategica per gli Stati Uniti e per i nostri alleati asiatici ed europei”.

Ancora più netta la posizione nei confronti della Russia guidata da Vladimir Putin. In un articolo pubblicato in occasione delle elezioni, gli analisti dell’Ispi hanno sottolineato come il Biden vicepresidente si sia espresso in toni molto duri nei confronti del vertice del Cremlino, sia durante l’amministrazione Obama sia durante quella Trump, e come lo stesso staff russo consideri negativamente la vittoria democratica: il pessimo rapporto personale tra i due leader e la volontà di Biden di rafforzare l’Alleanza Atlantica e la NATO sembrerebbe mettere definitamente da parte i grandi sorrisi che hanno contraddistinto le uscite pubbliche tra Trump e Putin. Indicativa, in questo senso, la decisione di Mosca di non inviare le usuali congratulazioni per la vittoria al presidente eletto in mancanza di un risultato ufficiale.

Al netto delle differenze di vedute, Biden e Putin potrebbero trovare un terreno di incontro su un tema centrale per entrambi gli stati, ovvero quello del mantenimento di uno dei trattati relativi al controllo degli armamenti nucleari: il prossimo febbraio scadrà il termine del trattato New START (New Arms Reduction Treaty), cioè del trattato internazionale stipulato dai due stati nell’aprile 2010 che stabilisce in 1550 unità il numero di testate nucleari intercontinentali (o strategiche) che le parti possono conservare nei propri arsenali. Sia Biden sia Putin sembrerebbero intenzionati a estendere il trattato per altri cinque anni.

Il budget della difesa e l’importanza dell’innovazione tecnologica

L’ampiezza del budget per la difesa richiesto dall’amministrazione Biden sarà fondamentale per la valutazione dell’azione militare della nuova presidenza nel sempre più mutevole contesto internazionale. Sebbene – come sottolineato in un articolo di DefenseNews – il presidente eletto abbia accusato Trump di “aver abbandonato la disciplina fiscale riguardo le spese militari” (analizzando lo storico degli stanziamenti annuali dell’ultima presidenza repubblicana, infatti, è possibile osservare un costante aumento del borsino della Difesa a stelle e strisce: si è passati dai circa 692 miliardi di dollari del primo bilancio dell’Era Trump, ai 738 miliardi per il 2020; di cui circa 704 miliardidevoluti interamente nelle casse del Pentagono), lo stesso Biden non ha lasciato intendere la possibilità di sostanziali mutamenti in materia fiscale.

Intervenuto in un recente evento organizzato dal think tank statunitense Center for a New American Security (CNAS), Robert Work – vicesegretario per la Difesa durante l’ultimo mandato Obama – ha ipotizzato una sostanziale stabilità dei prossimi bilanci della difesa, se non addirittura una loro diminuzione dopo il 2022. Risulterebbe, infatti, scarsamente realistico escludere a priori possibili rimodulazioni della spesa militare che siano utili al mantenimento delle promesse fatte in campagna elettorale (un welfare più robusto, solo per citare una delle più rilevanti) o che siano determinate – ad esempio – dalla reticenza dei più liberal nei confronti dell’ammodernamento di alcuni dei più longevi sistemi d’arma nucleari presenti nell’arsenale statunitense.

In attesa di scoprire l’entità dei prossimi fondi per la difesa, quello che immediatamente è apparso chiaro dalle parole di Biden è la volontà del presidente di proseguire con lo sviluppo di quelle tecnologie, come l’intelligenza artificiale e la robotica, che consentirebbero agli Stati Uniti di conservare il primato tecnologico della macchina bellica a stelle e strisce. Un punto che – cruciale per la stessa amministrazione Trump (pubblicato lo scorso mese la National Strategy for Critical and Emerging Technologies) – finirebbe col riprendere quella Defense Innovation Initiative (più nota come Third Offset Strategy) lanciata nel 2014 dall’amministrazione di cui Biden era vicepresidente e di cui Work rappresentava uno dei più strenui sostenitori. La posizione promossa dal presidente eletto riguardo l’innovazione tecnologica in campo militare potrebbe rafforzarsi ulteriormente con la nomina alla Difesa di Michèle Flournoy. Quest’ultima, infatti, ha uno stretto legame con il mondo della ricerca, in particolar modo con il CNAS di cui è stata una delle fondatrici.

Il disimpegno dal Medio Oriente e la questione iraniana

Riportare i ragazzi a casa e combattere i terroristi con contingenti piccoli, meglio se composti da sole forze speciali. Questa in estrema sintesi la posizione di Biden nei confronti dell’impegno – o meglio del disimpegno – da quel teatro mediorientale che vede la stabile presenza statunitense da circa vent’anni: il prossimo ottobre ricorrerà, infatti, il ventesimo anniversario dell’Operazione Enduring Freedom in Afghanistan.

Oltre al monitoraggio dei colloqui di pace tra governo afghano e talebani avviati a Doha lo scorso settembre, la presidenza Biden sarà impegnata anche nel tentativo di recuperare i rapporti con l’Iran. Secondo quanto riportato dalla BBC, il presidente eletto avrebbe intenzione di allontanare lo Stato degli Ayatollah dal raggiungimento delle capacità nucleari idonee alla costruzione di ordigni nucleari non con la politica della “massima pressione”, ritenuta fallimentare da Biden, ma piuttosto con lo strumento diplomatico. L’auspicio sarebbe quello di riportare le lancette dell’orologio della politica statunitense indietro all’accordo nucleare siglato a Vienna nel 2015.

Ritorna il sereno sull’Atlantico?

Tra i diversi attestati di stima e di congratulazioni che hanno raggiunto Biden nella notte americana che lo ha incoronato come nuovo presidente eletto, non è certo passato inosservato quello inviato dal Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg. Come rimarcato da Karolina Muti e Alessandro Marrone – ricercatori dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) in una recente analisi, la vittoria del candidato democratico lascerebbe presagire un rasserenamento degli animi all’interno dell’Alleanza, spesso sconquassata dalle azioni imprevedibili di Trump.

Se, sostengono gli autori, i toni che verranno adoperati dall’amministrazione Biden saranno difficilmente comparabili con quelli utilizzati nel corso degli anni dall’attuale inquilino della Casa Bianca e sia possibile che il nuovo corso democratico riesca a spingere in maniera positiva il processo di innovazione politica avviato da Stoltenberg mediante il progetto NATO2030, sarebbe erroneo “considerare la presidenza Biden come un ritorno al business as usual”: nonostante la diversità dei toni, resteranno ferme le richieste statunitensi –  bipartisan tanto nel Congresso quanto nell’opinione pubblica d’oltreoceano – nei confronti degli alleati europei riguardo una maggiore azione nel controllo e nella stabilizzazione del vicinato (Nord Africa e Medio Oriente) e in merito alla ripartizione delle spese per la difesa, ovvero della storica e mai risolta questione del burden sharing.

Un nuovo stile presidenziale per vecchi problemi

A due mesi dalla cerimonia di giuramento che si terrà il prossimo 20 gennaio nella cornice di una Capitol Hill probabilmente meno gremita del solito a causa delle norme di distanziamento dettate dall’emergenza pandemica, sono diversi gli aspetti relativi alla difesa che sembrano collegare la nuova presidenza con l’amministrazione uscente: stessi avversari, probabilmente stessi fondi e stessa attenzione nei confronti della superiorità tecnologica. Ciò che sembra essere diversa, però, è la percezione prodotta dallo stile dei due presidenti: l’imprevedibilità che ha caratterizzato la presidenza Trump sembra destinata a essere sostituita dall’azione compassata di un politico di professione con decenni di esperienza alle spalle: prima di ricoprire la carica di vicepresidente durante l’amministrazione Obama, infatti, Biden aveva occupato la carica di senatore del Delaware – piccolo stato della costa est – ininterrottamente per ben 37 anni, dal 1973 al 2009.

In conclusione, sebbene i tempi non siano ancora maturi per comprendere in che modo si muoverà realmente la difesa targata Biden, è possibile ipotizzare che sia proprio la personalità rassicurante di Biden e la sua volontà di riannodarsi, almeno idealmente con la precedente amministrazione democratica (ad esempio, è proprio nell’ultima NSS di Obama del 2015 che si inizia ad accennare per la prima volta al ritorno della competizione tra le grandi potenze) l’aspetto dirimente riguardo le questioni di sicurezza internazionale del dopo Trump. “L’America è tornata, torneremo nel gioco” ha detto Biden davanti alla folla festante del Delaware, parlando dei colloqui tenuti con gli alleati in quelle ore: la questione che attende nei prossimi mesi lo staff di Biden sembrerebbe quello di comprendere se le regole del gioco siano ancora quelle del 2015 o se siano state irrimediabilmente compromesse dal “Make America Great Again” di trumpiana memoria.

[1] Gray, S. Colin The Strategy Bridge (New York, Oxford University Press Inc. 2010) Parte 1; Liotta, P. H, Lloyd, M. Richmond, “From Here To There: The Strategy and Force Planning Framework”, in Naval War College Review, Spring 2005, Vol. 58, No. 2, p. 129

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