I PALESTINESI SOLI TRA GLI ARABI

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Il ministro degli esteri palestinese Riyad al-Maliki ha deciso di abbandonare la chairmanship della Lega Araba. La decisione arriva dopo l’accordo siglato da alcuni paesi arabi con Israele.

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L’abbandono della charimanship

 La decisione di abbandonare la guida della Lega Araba da parte del ministro degli esteri palestinese Riyad al-Maliki arriva dopo lunghe ed estenuanti negoziazioni con gli altri membri arabi della Lega. La delegazione palestinese ha cercato per mesi di convincere i delegati arabi che fosse doveroso condannare i paesi che esprimessero intenzione di stringere accordi formali con Israele. La guida della Lega spettava alla Palestina per i prossimi sei mesi. L’abbandono, da parte del ministro degli esteri palestinese, mette in luce non solo la crescente ostilità nei confronti di Israele, ma soprattuto quella verso i paesi arabi, nello specifico verso gli Emirati Arabi Uniti e al Bahrain. Questi infatti, hanno siglato, con Israele, accordi diplomatici importanti allo scopo di stabilire delle formali relazioni bilaterali.

 La Palestina ha condannato fortemente questi paesi, sottolineando come queste azioni siano assolutamente contrarie alla causa palestinese. Questa rivendica i confini de facto istituiti prima della guerra del 1967 nella quale Israele occupò la West Bank e la striscia di Gaza, annettendo Gerusalemme. I paesi arabi, per anni, hanno condannato la strategia di Israele, chiedendo al paese di ritirarsi dal territorio illegalmente occupato. Inoltre hanno rivendicato una soluzione finale per tutti i palestinesi — che purtroppo divennero rifugiati nel loro stesso territorio — che potesse dar vita a uno stato palestinese indipendente. L’ultimo accordo di normalizzazione con Israele da parte degli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein fa parte di una più generale spinta diplomatica verso Israele operata da parte degli Stati Uniti e dall’allora ex presidente americano Donald Trump. Lui stesso, all’inizio di quest’anno, portò alla luce il suo Middle East Peace Plan che ha, con sufficienti prove, danneggiato gravemente gli interessi palestinesi.

 

I Paesi pronti ad un avvicinamento con Israele

 Nonostante alcuni paesi, come il Sudan e l’Oman, si sono sempre dimostrati non favorevoli ad un accordo di amicizia con Israele, ad oggi, la situazione sembra essere notevolmente mutata. Secondo l’ONU, l’84% dei paesi del mondo riconosce lo stato di Israele, mentre il 72% riconosce lo stato Palestinese. Molti report ufficiali dimostrano anche come alcuni stati del Golfo hanno stabilito relazioni segrete con Israele negli anni passati, alcune delle quali addirittura negli anni ’90. I paesi, che ad oggi, si muovono verso la direzione degli Emirati e del Bahrein sono numerosi. Soprattutto in Bahrein, la spinta verso Israele fu notevole. Si scelse come capro espiatorio l’Iran e come fertile punto di incontro.

L’Iran viene infatti accusato dal Bahrein, di manipolare la componente sciita di Manama e dintorni, a scopo di rovesciarne il regime. L’Oman, che da sempre detiene un ruolo di mediatore all’interno dei conflitti regionali, fu il primo a congratularsi con gli Emirati ed il Bahrein, per aver stabilizzato le loro relazioni formali con Israele. L’Arabia Saudita, primo nemico dell’Iran, è stata al centro della strategia diplomatica di Trump. Nel regno saudita, grazie ad un report pubblicato dal Wall Street Journal, sappiamo che sulla questione di Israele esistono delle discordanze tra le massime gerarchie. Mentre il de facto leader Mohammad bin Salman sembra voler stringere accordi con Israele a scopi economici e politici — come per esempio potenziale la lotta contro l’Iran — il padre, il re King Salman bin Abdulaziz, non è d’accordo, essendo stato da sempre un vivace sostenitore della causa palestinese.  

Per ciò che concerne il Sudan, storico nemico di Israele soprattutto durante il governo di Omar al-Bashir, ci sono numerosi elementi che fanno pensare ad un avvicinamento con Israele. Uno dei più importanti è la decisione da parte degli Stati Uniti di rimuovere il paese dalla lista dei paesi con più elevato tasso di terrorismo. Questo renderebbe il paese non eleggibile a ricevere prestiti dalle istituzioni finanziarie internazionali con la conseguenza di limitare l’azione degli investitori internazionali nel territorio. Versando in una grave crisi economica, il Sudan ha estremo bisogno di liquidità. Per questo, il governo attuale, rendendosi conto di non poter più ricevere gli aiuti da parte delle istituzioni internazionali, sta valutando l’ipotesi di stringere accordi con Israele, accaparrandosi le simpatie degli USA. Il governo ha infatti chiesto più di 3 bilioni di dollari utili al campo dell’assistenza umanitaria. Il Kuwait, nonostante ribadisca la sua ferma posizione contro un accordo con Israele, è ritenuto da Trump, il prossimo paese a firmare, con questo, un accordo.

 

L’importanza delle primavere arabe

 Chi supporta la decisione degli Emirati e del Bahrein, vede questo processo di normalizzazione di fondamentale importanza per una stabilizzazione della pace in Medio Oriente. In realtà però questa lettura risulta essere priva di contenuto se si tiene in conto della storia. Dopo le primavere arabe del 2011, l’ordine regionale che ne scaturì, sembra riflettere quello attuale. All’epoca, il desiderio condiviso dall’Arabia Saudita, dagli Emirati, dall’Egitto post 2013 e da Israele di dominare quello specifico “balance of power” diede vita a due blocchi di alleanza regionali che sopravvivono ancora oggi: da una parte il Qatar e la Turchia, che hanno lottato per una propria politica estera indipendente, e dall’altra l’Iran insieme ai suoi alleati regionali. Questa entante tra i tre paesi Arabi — Emirati, Bahrein ed Egitto post-2013, facenti parte del CBR, – Counterrevolutionaly Bloc — e Israele, che si creò proprio a seguito delle primavere arabe, la ritroviamo ancora oggi: da una parte il target “Iran”— utilizzato e manipolato dagli USA per attrarre più paesi arabi possibili verso Israele e dall’altra la Turchia e il Qatar. Infatti, oggi i paesi del CBR e l’Iran si ritrovano, proprio come nel 2011, contro questi due blocchi regionali. Questo in parte si spiega col fatto che le conseguenze derivate dallo scoppio delle primavere arabe rappresentano un pericolo comune, una minaccia alla sicurezza nazionale e agli interessi regionali di Israele allo stesso modo degli Emirati, del Bahrein e dell’Egitto.

 

I palestinesi e il popolo lasciato solo

 

Per questo motivo Israele ha lavorato, per anni, con i paesi del CRB alla lotta contro l’Iran, la Turchia, il Qatar e l’Islam politico. Ma i palestinesi in tutto questo che ruolo hanno? Gli accordi formali tra Netanyahu e i due leader dei paesi arabi sono avvenuti alle spese di tutti i palestinesi e senza garanzie di alcuna concessione. Da sempre la questione palestinese rappresenta un punto di frizione tra Israele e i paesi arabi. Molti studiosi ritengono che, durante gli anni, i palestinesi hanno via via perso sempre di più il loro potere negoziale e sono stati eliminati dalle preoccupazioni delle élite al potere.

 Conclusione

 Le normalizzazioni delle relazioni tra Israele, Bahrein e gli altri paesi facenti parte del CBR sono avvenute senza tenere conto delle protese dei vari popoli arabi, sfavorevoli alla sigla degli accordi, soprattutto in Bahrein. Proprio in Bahrein, il leader della comunità sciita l’Ayatollah Sheikh Isa Qassim rigettò gli accordi in uno statement pubblicato dal partito di opposizione ormai dissolto, al-Wafeq. Questo ultimo riavvicinamento tra Israele e i paesi arabi dunque non pare essere un riavvicinamento bottom-up quanto piuttosto uno top-down ossia non prevede alcuna attenzione all’opinione della popolazione e alle obiezioni dei palestinesi.

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