TOKYO, CANBERRA E LA POLITICA DI CONTENIMENTO CINESE

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Il 17 novembre, Giappone e Australia hanno raggiunto un accordo militare che si one l’obiettivo di bilanciare l’influenza cinese nell’area Indo-Pacifica, e di incrementare al contempo la cooperazione a livello politico- militare tra i due paesi.

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Stando a quanto è emerso dall’incontro tra il primo ministro giapponese Yoshihide e il leader australiano Scott Morrison, Giappone e Australia si impegneranno a condurre esercitazioni militari congiunte, e potenzialmente operazioni militari nell’area. Il patto, che prende il nome di Reciprocal Access Agreement (RAA), fornisce un quadro legale e amministrativo per le forze armate di entrambi i paesi, garantendo l’accesso alle reciproche basi militare verso una cooperazione strategica sempre più coesa. L’accordo arriva dopo poco più di un mese dall’incontro avvenuto a Tokyo in cui Stati Uniti, Australia, India e Giappone hanno rinnovato la loro alleanza basata su principi democratici, la Quadrilateral Security Dialogue (QUAD).

C’è una chiara sovrapposizione di interessi quando si tratta di gestire la sicurezza marittima, in particolare nell’area Indo-Pacifica. L’Australia di fatti è consapevole del fatto che la ratifica dell’accordo possa generare ulteriore astio nelle relazioni Sino-Australiane, in quanto visto come un tentativo di coalizione anti-Pechino.  Il RAA rappresenta un’innovazione militare per Tokyo e Canberra; in fatti, le precedenti esercitazioni militari condotte da forze aeree e navali avevano coinvolto sempre delle unità statunitensi. L’accordo risulta essere una risposta ai dazi che la Cina ha prontamente imposto sui prodotti d’importazione Australiani, ed andrebbe ad alitare ulteriormente le crescenti ostilità tra i due paesi. Dall’altra parte, la risposta di Pechino non ha tardato ad arrivare: il Ministro degli Esteri si è di fatti rivelato abbastanza deluso dalle recenti azioni intraprese dall’Australia, accusando Canberra di essere influenzata da  “una mentalità da Guerra Fredda basata su pregiudizi ideologici che vedono lo sviluppo economico cinese come una minaccia” per la regione.  

L’accordo in sé non costituisce un’alleanza di difesa formale, ma punta maggiormente a mitigare l’atteggiamento cinese nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. Tramite il RAA, gli scambi militari tra i due paesi saranno semplificati e al contempo, sarà possibile inviare un pronto intervento a Tokyo nel caso in cui disastri naturali dovessero presentarsi (da ricordare che la zona è soggetta a frequenti terremoti e tifoni). A dimostrazione di ciò, l’Australia ha dichiarato di non voler prendere parte nelle dispute delle suddette zone, né tantomeno intende appoggiare il governo giapponese nell’ipotesi in cui Tokyo e Pechino dovessero scontrarsi vis-a-vis sulla questione Senkaku/Diaoyu.  Stando alle fonti governative australiane, da un lato l’accordo è da intendersi come uno sforzo comune tra governi di simili vedute al fine di contrastare la crescente influenza e le ambizioni della Cina nell’Indo-Pacifico, mentre dall’altro mira all’accrescimento strategico di entrambi i paesi e ad una diversificazione militare della zona; in tal modo, ambedue paesi non dovranno necessariamente ricorrere all’aiuto statunitense.

I rapporti tra Giappone e Australia sono basati su un’alleanza “naturale”, in quanto condividono numerosi interessi nella regione; il RAA andrebbe così ad accrescere le relazioni diplomatiche dei due, più che a minare la posizione cinese nella zona. Di recente però, Tokyo e Canberra hanno espresso crescenti preoccupazioni per la militarizzazione degli atolli nel Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino, e più volte le loro richieste volte al mantenimento delle rotte marittime non sono state prese in considerazione dalla comunità internazionale. Se da un lato l’atteggiamento giapponese e australiano sembri essere cauto e distaccato, dall’altro però non risultano indifferenti alle avances Cinesi. Dimostrazione di ciò sono le negoziazioni del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che si sono concluse al termine della trentasettesima conferenza dei membri ASEAN lo scorso 15 novembre. La partnership esclude ulteriormente gli Stati Uniti dall’area asiatica, incrementando l’isolamento statunitense iniziato sotto il governo Trump con la recessione dal Trans-Pacific Partnership (TPP), e amplia ulteriormente l’area di influenza cinese nella regione.

In conclusione, è dunque innegabile pensare che le sorti della stabilità politica globale non dipendano dal dragone asiatico.  Se da un lato le politiche aggressive di Pechino sembrino puntare ad un capovolgimento dello status quo nella regione, dall’altro lato la sua crescente impopolarità rende necessario il suo stesso coinvolgimento nelle questioni regionali, in particolare a carattere commerciale. In altre parole, se il suo sistema politico e le decisioni da esso scaturite non attraggano i paesi liberal-democratici, lo stesso non si può dire della sua economia. Secondo il Japan Times, la Cina ha infatti un’economia abbastanza forte e sta usando questo soft power per attrarre le regioni asiatiche sotto la sua sfera di influenza. Ma crescenti rapporti commerciali non implicano necessariamente che le scelte politiche cinesi vengano condivise dagli altri paesi, e che a loro volta riducano le tensioni militari. Ciò che risulta evidente però è che l’atteggiamento ambivalente della Cina continua ad accrescere le preoccupazioni dei paesi vicini, sfociando nel dilemma della sicurezza.

 

 

 

 

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