SAHARAWI: LA RISOLUZIONE 2548 RISCHIA DI MANTENERE LO STATUS DELL’INGIUSTIZIA

La riemersione della questione Saharawi, una delle tante impasse del diritto internazionale e delle relazioni internazionali postcoloniali, accende i riflettori sulle trattative di pace ONU che rischiano di garantire impunità ai responsabili di una delle più grandi violazioni del principio di autodeterminazione dei popoli.

I fatti d’autunno

Risale a Martedì la notizia della dichiarazione di guerra da parte del Fronte Polisario nei confronti del Marocco. La dichiarazione arriva in seguito alla forzatura marocchina della zona cuscinetto di El Guerguerat, sotto copertura ONU, presidiata per oltre tre settimane dalle forze civili saharawi che ora non intendono più tollerare ulteriori soprusi. L’attacco sferrato nella notte tra il 12 ed il 13 Novembre scorso da parte del Marocco, infatti, ha riacceso i riflettori su una delle grandi questioni irrisolte della storia giuridica postcoloniale; le vicende che vedono protagonista l’autoproclamata Repubblica araba democratica Saharawi (conosciuta come l’ultima colonia africana) non nascono certamente ieri. E così, allo stesso modo “Lo scoppio del conflitto non è arrivato per caso” afferma Massimiliano Lorenzo, direttore responsabile di Venti di Ponente, che spiega: “l’offensiva del Marocco ha rotto un cessate il fuoco che durava dal 1991, quando proprio il Regno di Mohamed VI ed il Fronte Saharawi avevano firmato il ‘Piano di Pace ONU’, un documento che istituì la MINURSO, ovvero la Missione ONU per il Referendum nel Sahara Occidentale, per l’autodeterminazione del popolo Saharawi”.

L’accordo, poi, prevedeva anche la realizzazione di una zona cuscinetto invalicabile, appunto, fino a El Guerguerat, al confine mauritano, zona che il Marocco non ha rispettato, infrangendo ripetutamente i limiti per garantire la libera circolazione di beni commerciali. Già, perché l’origine della rinascita dei diverbi è proprio di natura commerciale. Dal 21 ottobre scorso, infatti, il Regno marocchino avrebbe continuamente ricercato un casus belli per riprendere le proprie azioni espansionistiche sul Sahara occidentale e contemporanemente permettere al proprio import/export di non subire alcun turbamento, specialmente alla luce del periodo di crisi che si prospetta per il mercato globale in seguito alla pandemia da Covid-19. L’area, inoltre, nonostante possa apparire arida e rocciosa, è ricca di fosfato, banchi di pesce e -si mormora- di giacimenti petroliferi. Il Marocco considera il Sahara occidentale una propria regione, avendone annessa quasi tre/quarti dopo la dipartita coloniale spagnola, non riconoscendo pertanto alcuna violazione internazionale ma rivendicando, anzi, la propria egemonia su quelle terre, terre dove sorge il cd “popolo del deserto” dei saharawi, che non ne legittima l’autorità e mai si piegherà alla tirannia marocchina invocando incessantemente il principio di autodeterminazione dei popoli e il principio di democraticità.

Una storia già sentita?

Palestina, Cipro, Sahara Occidentale: i grandi limiti del diritto internazionale postcoloniale. Cosa hanno in comune il conflitto arabo-palestinese e turco-cipriota con la faida saharawi-marocchina in analisi? Innanzitutto l’assenza di un esercito regolare, perlomeno nel caso palestinese e nel caso saharawi. L’assenza di una regolare forza d’opposizione, pattuita in sede internazionale, rappresenta un grosso limite alla resistenza e protezione attiva dei civili di entrambe le popolazioni. Se da una parte gli Accordi di Oslo non hanno di fatto riconosciuto uno Stato palestinese perfetto in tutti i suoi rami, infatti, dall’altra anche il popolo saharawi viene rubricato nella lista ONU dei territori non autonomi; la cd. Repubblica araba democratica dei Sharawi è stata riconosciuta da 76 stati, principalmente africani e sudamericani, dall’Unione Africana ma non dall’ONU.  La frammentazione e l’assenza di soggettività internazionale, hanno determinato ovviamente il fenomeno dei rifugiati e dei campi profughi. Entrambi poi hanno hanno condiviso le ‘assurde’ strategie della Comunità Internazionale per la cooperazione tra le parti: se oggi, ad esempio, si può tranquillamente affermare che oramai la cooperazione strategica e di polizia prevista negli accordi tra Autorità palestinese e Israele possa definirsi un ampio fallimento (vedendo le azioni arbitrarie di una sola delle due parti nei territori occupati) così allo stesso modo il popolo saharawi ha visto passare varie “soluzioni” controverse tra le quali ricordiamo certamente il “Framework Agreement” proposto nel 2001 dall’inviato ONU per il Sahara Occidentale, James Baker, un piano di autonomia sotto sovranità marocchina del territorio (ovviamente rigettato dal fronte polisario) o ancora, la seconda proposta di Baker nel 2003, “Self Determination of the People of Western Sahara”, un piano sostenuto all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza ONU, con la costituzione dell’Autorità per il Sahara occidentale, che avrebbe amministrato il territorio per tre anni, al termine dei quali un referendum avrebbe scelto tra indipendenza, autonomia nell’ambito marocchino, integrazione piena nel Marocco. Il fronte polisario accettò le proposte mentre il Marocco le ritenne inaccettabili, costringendo James Baker alle dimissioni nel 2004.

Vi è poi il terzo fattore che accomuna i tre conflitti tutt’ora vigenti: la realizzazione di muri di separazione. Potrebbe tranquillamente affermarsi, oramai, che dove non arriva la diplomazia arriva il cemento ed il ferro: ed ecco che puntualmente, al vanificarsi degli sforzi sovranazionali nei processi di pace, si è assisti inermi alla realizzazione del ‘Separation Wall’ del 2002 tra Israele e Territori Palestinesi (sul quale pesa la condanna della Corte internazionale di giustizia nei confronti dello stato ebraico); alla realizzazione della ‘Green Line’ nel 1974 tra Cipro Sud e la -non riconosciuta- Repubblica Turco Cipriota del Nord (zona cuscinetto all’interno della quale ogni anno, secondo i rapporti delle forze dell’UNFICYP, avvengono circa un migliaio di incidenti, da semplici provocazioni verbali a pestaggi e veri e propri colpi di artiglieria); ed infine il ‘Moroccan Western Sahara Wall’, costruito tra il 1980 e il 1987, in sei fasi distinte, dividendo il Marocco dal Fronte Polisario, e circondato da quasi 10 milioni di mine antiuomo.

In ultima analisi tutte e tre le esperienze condividono la natura dell’incapacità della Comunità Internazionale a gestire fenomeni di decolonizzazione e controversie interne dovute a occupazione militare. Una riflessione che dovrebbe farci riflettere molto sulle nostre pesanti eredità coloniali che, dal Sistema dei Mandati della Società delle Nazioni alle moderne Nazioni Unite, abbiamo tramandato determinando dinamiche fratricide e guerrafondaie che oggi non sappiamo più gestire, cercando di arginare malamente, tramite la superficiale dichiarazione di intenti diplomatici, controversie che andrebbero affrontate con l’ammissione di responsabilità e con la partecipazione attiva nell’applicazione dei principi di diritto generale internazionale

Dalla decolonizzazione ai rischi della Risoluzione 2548

Proprio la Spagna, infatti, dovrebbe giocare un ruolo chiave nel processo di pace e nella ferma condanna delle arbitrarie violazioni del Marocco. Come osservato da Affari Internazionali  si tratta di una ferita aperta del colonialismo europeo che vede protagonista proprio lo stato iberico il quale, nel 1975, abbandonò il popolo Saharawi al suo destino attuale concedendo, tramite l’accordo di Madrid, il territorio al Marocco e alla Mauritania (dando luogo all’occupazione militare marocchina a seguito della dipartita mauritana, costringendo il Fronte all’esilio nel deserto algerino). Ed invece lo scorso Maggio la Spagna ha deciso di schierarsi indirettamente con il suo partner commerciale, il Marocco, emanando la Sentencia núm. 564/2020 del Tribunal Supremo, ponendo il divieto di esporre in tutto il territorio nazionale qualsiasi simbolo della Rasd perché lederebbe il “dovere di neutralità e obiettività” che caratterizza l’amministrazione della Spagna. E se da una parte la ‘storica responsabile’ opta per la levata di scudi, dall’altra è la stessa ONU ad avere le mani legate, non potendo far altro che prorogare la missione MINURSO tramite la recente Risoluzione 2548 emanata il 30 Ottobre scorso dal Consiglio di Sicurezza. Prorogando la missione, l’ONU spera di poter giungere il prima possibile ad un negoziato e ad un reale processo di pace che, però, è stato vanificato proprio dalla riapertura delle ostilità della scorsa settimana.

Ma la notizia della proroga del mandato ONU non ha incontrato il favore dei Saharawi. Ivan Lisanti, presidente della Rete Saharawi, ha infatti recentemente affermato che “ancora una volta si dimostra che l’assenza di democraticità delle Nazioni Unite penalizza i popoli che, maggioritari nel mondo, sono minoritari nelle istituzioni sovranazionali”.  Secondo il Fronte Polisario, inoltre, la risoluzione si tradurrebbe nell’assenza di “alcuna misura concreta per far avanzare il processo di pace” ed anzi in un “ritorno inaccettabile alla politica del lasciare le cose come al solito”.  Non ci è dato sapere come evolveranno le dinamiche tra i due popoli. Si può solo sperare che il formalismo delle NN.UU non tramuti nel tristemente noto fenomeno del laisséz-faire a discapito dei deboli, confermando la teoria del professor Antony Anghie riguardo alla “never ending dynamic of difference” che contrappone nord e sud del mondo in seno agli organi sovranazionali.

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