LE TENSIONI TRA CANADA E CINA ESPLODONO SU HONG KONG

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Le violente ingerenze perpetrate dalla Cina nei confronti di Hong Kong stanno spingendo molti oppositori politici del governo di Pechino verso il Canada. Lo scontro commerciale e politico tra il Paese di Trudeau e il gigante asiatico ha raggiunto il culmine nelle ultime settimane, generando pesanti pressioni diplomatiche.

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Negli ultimi mesi le tensioni tra Hong Kong e Pechino sono aumentate e molti Paesi si sono espressi duramente in merito alla repressione cinese. Recentemente il Ministro all’Immigrazione del Canada Marco Mendicino, ha deciso di accogliere studenti, professionisti e giovani laureati provenienti da Hong Kong, specificando che, anche qualora essi avessero violato la nuova legge imposta dalla Cina sulle questioni di sicurezza nazionale, tale fatto non avrebbe comportato il diniego delle loro domande di asilo in Canada. La legge cinese è volta a condannare duramente i sostenitori dei movimenti indipendentisti ed è stata approvata conseguentemente alle proteste susseguitesi ad Hong Kong nell’ultimo anno e mezzo, arrivando a imporre il trasferimento in Cina degli accusati al fine di svolgere processi a porte chiuse.

Le elezioni del Consiglio Legislativo del territorio del Sud Est cinese erano recentemente state rinviate ed era stato impedito a molti membri di potersi ricandidare, tale azione aveva visto il repentino susseguirsi di ulteriori restrizioni: il governo pechinese avrebbe potuto espellere e allontanare i consiglieri legislativi con decisione unilaterale dovuta al mancato adempimento degli obblighi di lealtà verso la Cina. Agli inizi di novembre quattro politici addetti alle procedure legislative pro-democrazia sono stati espulsi da Hong Kong: due di loro erano ex cittadini del Canada. Per Fenella Sung, membro del Canadian Friends of Hong Kong, i legami tra i due espulsi e il Canada sono la rappresentazione plastica dei rapporti profondi tra i due Paesi.

Per alcuni attivisti il fatto che le espulsioni cinesi dal Consiglio legislativo di Hong Kong abbiano riguardato proprio due ex cittadini canadesi non è casuale. Alvin Yeung e Dennis Kwok, avevano rinunciato alla cittadinanza canadese per entrare attivamente nella vita politica e candidarsi. Yeung era emigrato in Canada negli anni ’90 dove aveva frequentato sia il liceo che l’università in Ontario, cosa che lo legava visceralmente al Paese d’oltreoceano, soprattutto per la sua formazione politica, mentre Kwok, cittadino canadese di nascita, era tornato ad Hong Kong a soli 3 anni conservando la cittadinanza natale fino al 2012. Considerati moderati dai loro colleghi in quanto membri del Partito Civico, potrebbero essere stati presi di mira per la loro provenienza e come avvertimento rivolto ai partiti più radicali. Per Cherie Wong, direttrice esecutiva del collettivo Alliance Canada-Hong Kong, “il fatto che fossero ex cittadini canadesi è un segnale molto forte. Molte di queste cose stanno accadendo in modo simbolico. E ora sono in pericolo”.

Alle espulsioni sono seguite le dimissioni di altri quindici legislatori, che hanno sprovvisto completamente la politica interna di alcuna opposizione, generando accresciuta indignazione per l’atteggiamento cinese tra la comunità internazionale, a partire dal Canada, che ha condannato, tramite le parole del Ministro degli Esteri François-Philippe Champagne,  il fatto che “la Cina abbia scelto di rompere i suoi obblighi internazionali volti a riconoscere l’elevato grado di autonomia promesso per Hong Kong”. In assenza di opposizione, le pressioni di Pechino sono esponenzialmente aumentate. Con le ultime leggi cinesi è naufragato definitivamente l’approccio “un Paese, due Sistemi” concordato al termine della vita coloniale di Hong Kong con gli accordi sino-britannici del 1997, che avrebbero dovuto garantirne l’autonomia dalla Cina fino al 2047.

Alla luce del contrasto in corso tra governo canadese e cinese, il Paese nordamericano ha quindi deciso di accogliere chi presenterà richieste di asilo, facilitando e aprendo nuovi sistemi per le procedure d’immigrazione, alla luce dell’incriminazione dovuta alla nuova legge e soprattutto davanti a crimini non riconosciuti dalla legislazione canadese. Riduzione delle tasse, nuovi e duraturi permessi di lavoro, agevolazioni per le richieste di residenza e per i documenti di viaggio, queste alcune delle nuove possibilità offerte dal Canada, che con tale apertura intende rafforzare la sua dura opposizione alle politiche cinesi. Sono 300.000 i cittadini canadesi che vivono a Hong Kong e il Ministro Mendicino, nonostante la crisi da Covid-19 in corso, sta facendo di tutto per agevolarne il rientro in patria.

 

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Il Canada ha dichiarato di voler incentivare in particolar modo gli immigrati che possano supportare il Paese in settori dove al momento vi è maggiore domanda occupazionale, come l’assistenza sanitaria e l’innovazione tecnologica. In poche parole “sì all’immigrazione, meglio se qualificata”. Tale approccio è stato criticato da Cherie Wong che teme che chi vive e lavora in settori marginali dell’economia possa essere abbandonato alle ingerenze cinesi, segnalando inoltre il fatto che a molti attivisti e oppositori del governo siano stati sottratti tutti i documenti necessari alla partenza e alla richiesta di asilo.

Come ulteriore segno della volontà del Canada di contrastare l’autoritarismo cinese, il Comitato per i Diritti Umani della Camera dei Comuni, ha discusso e valutato le condizioni degli uiguri musulmani dello Xinjiang, e si è espresso, tramite le parole del Presidente della Commissione, il liberale Peter Fonseca, condannando il partito comunista cinese, che starebbe attuando un vero e proprio genocidio della comunità. Gli uiguri detenuti, interpellati per i lavori della Commissione parlamentare, hanno dichiarato di aver subito incarcerazione di massa, sterilizzazioni forzate e violenze sessuali. In Cina sarebbero più di un milione i membri delle minoranze musulmane costretti alla prigionia forzata sulla base della propria appartenenza etnica o religiosa. In conclusione dei lavori, il Comitato ha dichiarato di volersi appellare alla Convenzione Internazionale sul Genocidio del 1948.

Tali condanne non possono che essere lette all’interno di una più ampia azione del governo canadese rivolta contro Pechino che, tramite percorsi e questioni diversificate, punta al medesimo obiettivo: condannare la Cina per la violazione sistematica di diritti umani, la repressione politica e il disimpegno dagli accordi stipulati a livello globale. Tali azioni hanno raccolto la rapida reazione dell’ambasciatore cinese in Canada, Cong Peiwu, che ha segnalato le difficoltà che potrebbero crearsi per i canadesi residenti a Hong Kong davanti a una così netta avversione alle azioni del governo cinese, unitamente all’accusa, per il governo canadese, di incentivare l’emigrazione di “criminali violenti”. Come ulteriore risposta alle acuite tensioni, Peiwu ha rifiutato di presenziare alla riunione della Commissione speciale creata per gestire le controversie diplomatiche con la Cina. L’ambasciatore si è espresso molto nettamente sul fatto che il Canada non dovrebbe intromettersi sulle questioni relative agli affari interni del proprio Paese.

Tale deterioramento dei rapporti ha posto in discussione l’eventuale imposizione di sanzioni da parte del Canada nei confronti del governo asiatico, in primis verso Carrie Lam, Capo Esecutivo di Hong Kong. Per Guy Saint-Jacques, ex ambasciatore canadese a Pechino, tali sanzioni potrebbero rappresentare un punto focale, ma ha ammonito il suo Paese sulla necessità di stabile collaborazioni estere prima di metterle in atto. Il governo canadese potrebbe decidere di applicare le sanzioni previste dal Global Magnitsky Human Rights Accountability Act, legge derivante dal Magnitsky Act statunitense, volte al perseguimento di chi abbia compiuto gravi violazioni dei diritti umani, abusi e corruzione in Stati terzi.

Le tensioni con la Cina non si limitano ovviamente ai soli aspetti umanitari, ma riguardano visceralmente  questioni economiche. Gli Stati del G20 accusano la Cina di praticare sistematicamente furti della proprietà intellettuale. Su questo aspetto l’amministrazione Trudeau deve difendersi in questi giorni anche dalle accuse del nuovo leader del Partito conservatore, Erin O’Toole, che giudica il governo troppo morbido nei confronti della Cina, tacciandolo di non riuscire a dar seguito alle segnalazioni di violazioni cinesi del Canadian Security Intelligence Service. O’Toole presenterà un’interrogazione parlamentare per richiedere di negare l’ingresso di Huawei nello sviluppo nazionale del 5G. I problemi tra il Canada e il colosso cinese derivano dal primo dicembre 2018, quando Meng Wanzhou, capo finanziario di Huawei su cui gravava un mandato di arresto degli Stati Uniti, è stato arrestata dalla Royal Canadian Mounted Police all’aeroporto di Vancouver con l’accusa di aver eluso le sanzioni statunitensi contro l’Iran. Il Canada, a seguito dell’arresto,  è stato accusato dalla Cina di aver violato i diritti dell’arrestata nelle fasi di interrogatorio.

Pochi giorni dopo l’arresto, Michael Kovrig e Michael Spavor, due cittadini canadesi, sono stati accusati di spionaggio da parte del governo cinese e presi in custodia. Per il Presidente Trudeau questo atto rappresenta un’azione di “democrazia coercitiva” in segno di rappresaglia per l’arresto di Meng Wanzhou. I due sono ancora detenuti in Cina e secondo molti osservatori internazionali, sono stati vittime di trattamenti disumani. Il governo di Trudeau cerca da mesi di rimpatriarli ma al momento senza risultati. Il problema delle ingerenze economiche della Cina in Canada esiste ormai da tempo ed è soprattutto in questo ambito che possiamo aspettarci le prossime tensioni, che non mancheranno di arrivare. Come molti altri Paesi occidentali, il Canada assiste da anni al processo di delocalizzazione industriale verso Paesi economicamente più competitivi. L’opposizione accusa le forze di governo e i vertici finanziari di aver tradito i lavoratori canadesi, lasciandogli grandi comparti manifatturieri in mano alla gestione cinese. Il conservatore O’Toole accusa il proprio Paese di aver permesso alla Cina, decenni fa, di poter fare il buono e il cattivo tempo nel mercato nazionale. Sembra impossibile immaginare una risoluzione delle controversie per i prossimi mesi, essendo le tensioni arrivate ad un punto di non ritorno.

 

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Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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