LA LUNGA E COMPLICATA STORIA DELLA PRESENZA USA IN IRAQ

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La presenza delle truppe americane è stata fin dall’inizio controversa. Ora la decisione di Trump è stata ampiamente criticata, ma è dubbio che riuscirà a mantenere fede alle promesse fatte.

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Dopo aver riconosciuto la sconfitta, Trump si accinge a compiere le ultime operazioni di politica estera nella regione del Medio Oriente e, in particolare, riguardo il caldo dossier della presenza delle truppe statunitensi in Iraq e Afghanistan. L’ormai uscente presidente ha annunciato che ridurrà ulteriormente il numero delle forze militari nei due Paesi, in ottemperanza alla promessa elettorale del 2016 di voler porre fine alle “ridicole guerre senza fine” in Medio Oriente.
Già prima delle elezioni, nel settembre di quest’anno, la Casa Bianca aveva disposto il ritiro di circa un terzo delle truppe in Iraq, passando da 5.200 a 3.000 unità.

La presenza delle truppe americane è stata fin dall’inizio controversa.  Ha avuto inizio con l’invasione dell’Iraq nel 2003, all’interno della cornice della war on terror lanciata da G.W. Bush, ma fu ampiamente criticata dalla popolazione in quanto occupazione straniera che ha portato alla ribalta nuovi attori politici e nuove forze sociali, alcuni di questi particolarmente problematici per la stabilità del Paese.  A seguito del forte sentimento anti-americano sviluppatosi in Iraq, gli attacchi contro le basi statunitensi divennero la normalità, costringendo l’amministrazione Bush a rafforzare il suo impegno militare nel 2007, questo ricordato come l’anno con più morti tra le forze statunitensi (852 soldati uccisi).

La presenza delle truppe USA in Iraq fu ridotta sotto la presidenza di Obama che nel 2009 annunciò il completo ritiro dall’Iraq, con una drastica riduzione da 142.000 a 50.000 unità, queste ultime funzionali per l’addestramento delle forze di sicurezza irachene.   La nascita dello Stato Islamico e la minaccia che rappresentava per la sicurezza globale spinse Washington a ristabilire la sua presenza nel Paese nel 2014, attraverso la collaborazione con le forze irachene. Alla fine del 2019, in Iraq erano presenti 5.000 truppe, necessarie per controbilanciare l’influenza iraniana nel Paese, ma spesso oggetto di attacchi da parte delle milizie sciite. L’uccisione di Soleimani ha, inevitabilmente, riacceso la questione sulla legittimità della presenza USA. A pochi giorni di distanza dalla morte dell’ex generale iraniano, il parlamento iracheno votò per chiedere al governo la fine dell’accordo con gli Stati Uniti nella lotta congiunta contro lo Stato Islamico e la fine di qualunque presenza militare straniera sul territorio iracheno.

Ora la decisione di Trump di ridurre la presenza USA nei due Paesi mediorientali è stata ampiamente criticata dalla leadership americana perché rischia di mettere a repentaglio la sicurezza degli Stati Uniti, a causa del pericolo rappresentato dai talebani in Afghanistan e dallo Stato Islamico e milizie armate in Iraq.  
Pertanto, è dubbio che Trump riuscirà a mantenere fede alle promesse fatte. Nessuna guerra “ridicola” è giunta al termine, l’accordo tra talebani e governo afghano è particolarmente fragile e l’Iraq ha rischiato di essere il terreno di scontro dell’escalation tra Stati Uniti ed Iran.

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Noemi Verducci

Buon sabato a tutti, sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione Medio Oriente. Attualmente studentessa di Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa all’Università “L’Orientale” di Napoli.
Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus.
Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico.
Il lavoro di tesi triennale, su Hezbollah e le sue strategie comunicative, mi ha fatto comprendere la necessità di studiare ed analizzare un’area geopolitica di cui si parla spesso in maniera impropria, attraverso una lente “orientalista” che impedisce di interpretare in maniera corretta eventi storici e politici.
Essere parte di IARI è un modo per mettermi in gioco ed approfondire dinamiche politiche che risultano centrali per comprendere ciò che accade nel mondo. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.

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