LA RINUNCIA DELL’INDIA ALL’ADESIONE AL PARTENARIATO ECONOMICO GLOBALE REGIONALE

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ _module_preset=”default”]

A prima vista, i fattori che hanno portato alla rinuncia dell’India sarebbero riconducibili al delicato ruolo operato dalla Cina, ma nella realtà sono ben più complessi.

[/et_pb_text][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ _module_preset=”default”]

Il 15 novembre 2020, in occasione del 37° vertice dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations; Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) quindici Paesi della regione dell’Asia-Pacifico hanno firmato il più grande accordo commerciale del mondo. Tra questi Paesi, che combinati hanno un prodotto interno lordo di oltre 26 trilioni di dollari e che comprendono quasi un terzo della popolazione mondiale, ci sono, oltre ai 10 Stati membri dell’ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam) anche quelli con i quali i membri dell’ASEAN intrattengono accordi di libero scambio (FTA; Free Trade Agreement), vale a dire Australia, Cina, Corea, Giappone e Nuova Zelanda.  Originariamente, l’accordo prevedeva la presenza di sedici Stati firmatari, essendovi inclusa anche l’India. Nel novembre 2019 però, con una mossa a sorpresa, e mentre i negoziati volgevano nelle fasi finali, il primo ministro indiano Narendra Modi dichiarò l’intenzione indiana di non prendere parte all’accordo.  I motivi di questa rinuncia sono molteplici. Nonostante sia stato chiarito in più fasi da parte delle autorità indiane che non si tratta di una rinuncia definitiva, innegabilmente al momento la causa maggiore è rappresentata dal progressivo deterioramento delle relazioni sino indiane e dalla volontà di New Delhi di aggirare la crescente influenza cinese nella regione. Si tratta, in buona sostanza, di ragioni di natura tanto economico-commerciale quanto politica. Molti degli Stati firmatari, in particolare quelli dell’area ASEAN, sono già, di fatto, economicamente dipendenti dalla Cina. Per le autorità indiane quindi, il RCEP rappresenta quindi un aperto tentativo di Pechino di estendere la sua influenza in tutta la regione.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Cos’è l’RCEP?


Il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership; Partenariato Economico Globale Regionale) è il più grande accordo commerciale della regione dell’Asia-Pacifico. I negoziati del RCEP hanno avuto ufficialmente inizio nel novembre 2012 durante il 21° vertice dell’ASEAN a Phnom Penh, in Cambogia. Lo scopo dell’accordo è stato quello di stabilire un insieme di regole comuni per la riduzione delle tariffe doganali tra gli Stati firmatari finalizzato allo snellimento delle procedure commerciali per una più facile circolazione di prodotti e servizi di ciascuno di questi Paesi. Il Regional Comprehensive Economic Partnership mira a raggiungere un accordo economico moderno, completo e reciprocamente vantaggioso sia per gli Stati membri dell’ASEAN che per i loro partner dell’area di libero scambio. Inoltre, questo nuovo regime tariffario che entrerà in vigore nel 2022 dovrebbe anche incoraggiare gli investimenti esteri nella regione da parte di multinazionali, mediante catene di approvvigionamento e centri di distribuzione.  Poiché la Cina è la principale fonte di importazioni ed è anche la principale destinazione di esportazione per la maggior parte dei paesi membri, è probabile che l’accordo la metta nella posizione di modellare le regole commerciali della regione.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Il ruolo della Cina nel ripensamento indiano


Come detto, a novembre 2019 l’India scelse di interrompere i negoziati per la firma del RCEP a causa di “importanti questioni in sospeso”, le quali secondo i vertici indiani erano fonte di costanti preoccupazioni la cui mancata risoluzione non permetteva la firma l’accordo. Narendra Modi ha affermato che la decisione dell’India è stata guidata dall’impatto che tale accordo avrebbe sulle vite e sui mezzi di sussistenza di tutti gli indiani, in particolare le fasce vulnerabili della società.
Nello specifico, l’apprensione indiana era relativa al pericoloso squilibrio commerciale esistente tra l’India e gli altri Paesi parte dell’accordo. L’adesione al RCEP e quindi l’accettazione di una progressiva riduzione tariffaria avrebbero quindi pericolosamente posto il rischio di una marginalizzazione dell’economia indiana su base regionale.
Infatti, la riduzione dei dazi doganali avrebbe provocato un’impennata delle importazioni non solo con la Cina, con la quale l’India ha già un enorme deficit commerciale, ma anche con gli altri Paesi firmatari del RCEP. Nonostante la rinuncia di novembre 2019, i vertici indiani si sono riservati il diritto di riprendere i colloqui in un secondo momento se le condizioni dovessero mutare. A seguito della dichiarazione di Narendra Modi nella quale aveva enunciato la decisione dell’India di ritirarsi dal RCEP infatti, il ministro degli affari esteri S Jaishankar affermò che la decisione dell’India è stata motivata da un’analisi costi-benefici dell’accordo.
Con il 2020 però, il peggioramento delle relazioni tra Cina e India influenzato dagli eventi legati alla pandemia Covid-19, seguito poi da una vera e propria escalation della tensione tra i due Paesi materializzatosi con scontri di confine e da un parzialmente fallimentare boicottaggio indiano delle merci cinesi, ha avuto un effetto decisivo anche su un’ipotetica futura adesione dell’India alla Regional Comprehensive Economic Partnership.

I rapporti India-ASEAN. Quanto può costare cara la decisione indiana?


La decisione dell’India avrà un impatto nel lungo termine sui suoi legami commerciali bilaterali con i Paesi membri del RCEP, poiché questi ultimi potrebbero essere più inclini a concentrarsi sul rafforzamento dei legami economici all’interno del blocco. La mossa potrebbe potenzialmente lasciare l’India con meno possibilità di accedere al grande mercato rappresentato dal RCEP e alle enormi risorse finanziarie e demografiche ad esso collegate.
In un’ottica di accessione all’accordo, l’India rappresenterebbe la terza più grande economia del RCEP. Rimanendone fuori però, nel lungo periodo, New Delhi potrebbe perdere numerose opportunità di investimento. Inoltre, a causa dell’alta integrazione dell’economia indiana nelle dinamiche commerciali regionali e globali, i suoi consumatori sarebbero sottoposti a un aumento generalizzato dei prezzi. Questo sarebbe il risultato degli alti costi che il Paese dovrebbe sostenere per l’approvvigionamento di materie prime, semilavorati e prodotti finiti, che porterebbe a una riduzione dei consumi e una pericolosa contrazione della domanda aggregata.
Di contro però, la non adesione al RCEP rappresenterebbe per l’India l’opportunità per rafforzare le sue industrie nazionali nel perseguimento dell’“autosufficienza” così tanto agognata dal governo Modi.
I rappresentanti di un gran numero di settori produttivi indiani hanno espresso serie apprensioni nei confronti dell’adesione  al RCEP, poiché l’accesso di beni stranieri a buon mercato porrebbe gli operatori nazionali in evidente svantaggio.
Tuttavia, la posizione dell’India sull’accordo deriva anche dalle bilance commerciali sfavorevoli con diversi membri del RCEP, dove con ben 11 dei 15 Paesi sussistono già deficit nella bilancia commerciale, sebbene sussistano già con alcuni di questi accordi bilaterali di libero scambio.
La relazione con l’ASEAN rappresenta uno dei canali prioritari della politica estera indiana e il fondamento della sua Act East Policy.[1] Le relazioni commerciali dell’India con il blocco dei Paesi dell’ASEAN sono cresciute costantemente, e oggi questi ultimi rappresentano complessivamente il quarto partner commerciale dell’India. Il totale del commercio con l’area ASEAN ammonta a 81,33 miliardi di dollari, che rappresenta circa il 10,6% del commercio complessivo dell’India. Mentre, le esportazioni dell’India verso l’ASEAN sono pari all’11,28% delle nostre esportazioni totali del Paese.

 

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Quali sono le opzioni dell’India?


L’India, in qualità di partecipante ai negoziati iniziali del RCEP, ha la possibilità di aderire all’accordo in qualsiasi momento, senza quindi dover attendere 18 mesi come previsto per i nuovi membri che desiderano aderirvi. Inoltre, gli Stati (già) firmatari del RCEP hanno dichiarato che intendono avviare negoziati con l’India non appena avvierà la richiesta di intenzione, e concedendole comunque fino a quel momento lo status di “osservatore”. Tuttavia, la possibile alternativa per l’India all’adesione vera e propria al RCEP potrebbe essere rappresentata da una serie di revisioni dei diversi accordi bilaterali di libero scambio esistenti con alcuni dei membri del RCEP, nonché la firma di nuovi accordi con altri Paesi localizzati in mercati potenzialmente interessanti per le esportazioni indiane.  L’India ha attualmente accordi con membri come il blocco dell’ASEAN, la Corea del Sud e il Giappone e sta negoziando accordi con l’Australia e la Nuova Zelanda. Sono state completate due revisioni all’Accordo di Cooperazione Economica con Singapore; mentre con il Bhutan è stato rinnovato nel 2016 l’Accordo sul Commercio e il Transito; e nello stesso anno è stato rinnovato anche Trattato Commerciale con il Nepal. Otto nuovi negoziati sono stati completati per la revisione dell’Accordo di Partenariato Economico con la Corea del Sud a partire dal 2016, così come passi simili sono stati mossi anche per la revisione dell’accordo esistente con il Giappone.

Note 

[1] L’Act East Policy è uno dei canali prioritari della politica estera indiana. Questo fu lanciato dal governo Modi nel 2014 con l’obiettivo di concentrarsi sul miglioramento delle relazioni con l’ASEAN e altri Paesi dell’Asia orientale. L’Act East Policy rappresenta il proseguimento di un altro dei canali storici della politica estera indiana, la Look East Policy, formulata durante il governo di Narasimha Rao nel 1991. La differenza tra le due è che mentre la Look East Policy era quello di aumentare l’integrazione economica con i Paesi del blocco ASEAN, l’Act East Policy non si limita al solo ASEAN ma si rivolge anche ai Paesi dell’Asia Orientale.

[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Latest from ASIA E OCEANIA