GLI USA E LO SCONTRO NAGORNO-KARABAKH: UTILI O INDIFFERENTI?

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Il casus belli

Armeni e azeri, negli ultimi mesi, sono ritornati a combattere con forza una battaglia per contendersi un piccolo appezzamento di terra compreso tra Armenia e Azerbaijan: il Nagorno-Karabakh. Nel 1992 questa piccola area stretta tra i due contendenti venne proclamata repubblica e gli scontri ebbero inizio, provocando morte e distruzione per due anni consecutivi. Solo nel 1994 si decise di firmare una pace tanto desiderata quanto effimera, poiché questa non portò mai ad un effettivo cessate il fuoco, lasciando spazio a numerose violazioni del trattato di pace per tutti gli anni a venire fino ai nostri giorni. Tuttavia, da sempre le grandi potenze internazionali, tra cui gli Stati Uniti, hanno cercato di mediare al fine di mettere un punto definitivo agli scontri che negli anni hanno portato le vittime e i dispersi a raggiungere numeri esorbitanti

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Le origini storiche del conflitto

Quando parliamo del conflitto del Nagorno-Karabakh, tuttavia, non possiamo tralasciare l’eredità storica che ha segnato questa regione sin dall’antichità. Infatti, questo territorio non è certo nuovo agli scontri per il suo controllo. Si tratta di un’area contesa da millenni dalle diverse potenze che si sono succedute alternativamente nei territori del Caucaso meridionale. La fase moderna dei conflitti, tuttavia, è riconducibile al 1989 quando la dissoluzione dell’Unione Sovietica ha significato l’inizio degli scontri tra questi due stati che erano precedentemente annoverati tra i territori sotto il controllo dell’URSS stessa. Infatti, l’inizio del primo conflitto armato avvenuto in questi territori risale proprio intorno al 1988, quando il parlamento votò perché il territorio del Nagorno-Karabakh fosse annesso all’Armenia, ma la popolazione azzera boicottò il voto, raggiungendo, attraverso un referendum popolare, i voti necessari a dichiarare l’indipendenza. E nonostante inizialmente non vi fossero i presupposti per un conflitto, la successiva caduta e dissoluzione dell’Urss provocò l’escalation del conflitto. Conflitto terminato solo nel 1994, quando, a seguito di vari interventi di stati esteri e organizzazioni internazionali e soprattutto dopo l’intervento della Russia come potenza mediatrice, le due fazioni firmarono l’accordo di Bishkek.

L’interesse-o il mancato interesse-statunitense

Innumerevoli forze politiche estere hanno, negli anni passati, cercato di mediare tra armeni e azeri a partire dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa e dall’ONU. Decisioni e risoluzioni che però hanno avuto poco successo. Gli Stati Uniti sono stati, nell’opinione pubblica e politica, alquanto assenti. Negli anni ’90 e nei primi 2000 gli Stati Uniti si erano dichiarati nettamente a favore dell’integrità del territorio dell’Azerbaijan. Ciononostante l’accusa che fu mossa loro fu di aver, in realtà, posto in atto provvedimenti a favore di tutte quelle correnti armene che inneggiavano alla ribellione e all’irredentismo. Il risultato fu un’azione incoerente e che mancava di effettività, se non del tutto assente. A tal proposito, in quegli anni gli Stati Uniti risultavano spaesati e contesi tra lobby opposte. Secondo lo studioso russo Sergo Mikoyan, il Congresso americano  in quegli anni era sotto l’influenza delle lobby armene, mentre il Presidente e il Dipartimento di Stato attuavano contemporaneamente politiche a favore della lobby azera che faceva l’interesse turco e delle compagnie petrolifere.  Riflettendo le sue visioni della situazione nel Nagorno-Karabakh, il Congresso statunitense emanò nel 1992 il Freedom Support Act, il quale, posto in essere, andava a vietare ogni tipo di assistenza all’Azerbaijan. Tuttavia, la politica dell’ex presidente G.W. Bush dopo il suo insediamento nei primi anni del 2000 segnò la rottura con le scelte fatte dal Congresso nel 1992. Molti furono i finanziamenti giunti sia alla fazione azera e, seppur in minor misura, anche alla fazione armena, successivi all’approdo di Bush alla Casa Bianca.

Il quadriennio di Trump

L’approdo alla Casa Bianca di Donald Trump ha significato una riconferma di quelle che erano state le scelte portate avanti dagli Stati Uniti fino a quel momento. Una politica confusa e bipolare dagli atteggiamenti deboli o ininfluenti, come le affermazioni di Trump dello scorso settembre quando ha dichiarato che lui e la sua amministrazione avrebbero tenuto sotto stretto controllo e analizzato la situazione esplosa nuovamente in Nagorno-Karabakh con occhio clinico e attento agli sviluppi. Infatti, la ripresa dei conflitti avvenuta proprio nel settembre di quest’anno ha riacceso i riflettori dell’attenzione internazionale sulla riapertura degli scontri. Tra gli spettatori esteri, anche gli Stati Uniti di Trump non hanno mancato di tentare una presa di posizione risolutiva nel conflitto apertosi alla fine di settembre. Inizialmente, alcuni esponenti del Comitato degli Affari Esteri del Senato statunitense hanno esortato il Segretario di Stato Pompeo a fermare gli aiuti di stato devoluti all’Azerbaijan. La successiva affermazione di Pompeo stesso è stata mirata a sottolineare la necessità di un cessate il fuoco e di un successivo accordo di pace in uno scontro che, con l’entrata in campo della Turchia, era destinato a divenire più violento e dalle ripercussioni più gravi. Alcuni membri del Congresso avevano proseguito le osservazioni a riguardo sottolineando la necessità di porre delle sanzioni contro l’Azerbaijan. Tuttavia, il miglior risultato raggiunto dalla diplomazia statunitense e dalla mediazione di Pompeo è stato un cessate il fuoco durato meno di sessanta minuti in totale.

La prospettiva di Biden

L’armistizio è stato finalmente firmato lo scorso 9 novembre, con la Russia a fare da tramite tra l’Azerbaijan e l’Armenia. La Russia ha infatti deciso di fornire i suoi soldati a garantire la pace tra i due attori del conflitto. Questi Stati hanno subito diversamente la conclusione del conflitto, non dal punto di vista delle perdite che sono state indistintamente drammatiche, quanto dal punto di vista territoriale che ha visto prevalere l’Azerbaijan, con plauso dell’alleata Turchia. Proprio alla Turchia, intervenuta nel conflitto ad appoggiare l’Azerbaijan e i suoi interessi petroliferi, un allora candidato alla presidenza statunitense Joe Biden aveva intimato di restare fuori dal conflitto azero-armeno, richieste rimaste inascoltate dalla Turchia di Erdogan. Tuttavia le posizioni di Biden restano ben chiare e fanno ben sperare in un ritorno ad una politica delle leggi e non degli interessi. Si può chiaramente leggere la sua posizione a riguardo sul suo sito ufficiale, utilizzato durante la campagna per le presidenziali vinte all’inizio di novembre e che lo vedranno succedere Donald Trump alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio 2021. Sul suo sito dichiara: “[…]Trump deve ancora impegnarsi personalmente per mettere fine a questa Guerra. L’amministrazione deve implementare il Freedom Support Act nella sua interezza […] per fermare il flusso di equipaggiamento militare all’Azerbaijian e chiedere alla Turchia e alla Russia di smettere di alimentare il conflitto attraverso la fornitura di armi e, nel caso della Turchia, mercenari. Gli Stati Uniti dovrebbero condurre lo sforzo diplomatico per porre fine alle lotte, assieme ai partner europei, e spingere per l’assistenza umanitaria internazionale allo scopo di mettere fine alle sofferenze.”

 

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