L’ASCESA ISLANDESE NELLA GEOPOLITICA ARTICA

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Grazie ad una posizione strategicamente vantaggiosa e ambiziosi progetti in cantiere, l’isola si ritaglia un ruolo fondamentale.

 

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“The Cold War is history” affermava l’ex Ministro degli esteri islandese Össur Skarphéðinsson nel discorso pronunciato alla conferenza “Arctic Frontiers” nel Gennaio 2011. L’affermazione porta con sè numerosi significati non tutti necessariamente legati ad una nuova realtà storica, ma è rivelatrice di un nuovo approccio strategico in Artico. Uno dei territori geologicamente più giovani d’Europa, l’isola è anche uno dei territori meno popolati del continente. Un territorio ostico, in cui il 37.6% della popolazione vive nella capitale Reykjavík e il 6.6% nelle comunità limitrofe alla capitale. Terra di conquista dei norvegesi prima e dei danesi poi, l’Islanda diviene una repubblica indipendente nel 1944. Nonostante il Paese sia membro dell’Arctic Council e venga ritenuto a tutti gli effetti un Paese artico è forse il Paese in cui l’identica artica è più difficilmente rintracciabile. E’ anche l’unico dei membri a non trovarsi a Nord del Circolo Polare Artico (componente interessante ma assolutamente non esclusiva). La rinnovata importanza geopolitica dell’Artico assegna all’Islanda un ruolo di prim’ordine nell’ordine globale e, tornando al discorso dell’ex Ministro degli esteri Skarphéðinsson, risaliamo ai punti centrali del nuovo approccio strategico dell’isola: 

  • Firstly, Iceland aims to assert her position as a coastal state in the Arctic and is committed to ensuring that all international discussions and decisions about the future of our region reflect the interests and aspirations of Arctic residents.
  • Secondly, Iceland will actively encourage inclusive high level political cooperation within the Arctic Council with a strong focus on the human dimension.
  • Thirdly, in international fora Iceland will actively seek to ensure, that the interests and concerns of Arctic residents are put to the front in the global effort against climate change, transboundary pollutants and in developing agreements that will contribute to the sustainable development of the Arctic region.  

Affermare la propria posizione come uno Stato costiero e, più in generale, come un attore artico affidabile da un punto di vista della ricerca scientifica,  del partenariato commerciale e dello sviluppo sostenibile. L’Islanda, facilitata dalla posizione intermedia tra Europa e il continente americano, si propone come hub di collegamento tra i due continenti sia tramite le rotte aeree che marittime. Come membro Nato è sempre stata sotto l’egida statunitense, nonostante l’abbandono del 2006 di Keflavik come ultimo avamposto americano sull’isola sia stato vissuto come un affronto da parte degli isolani. Un parziale allontanamento dagli americani che ha di certo messo in condizione gli islandesi di rafforzare i rapporti con altri membri Nato, Norvegia su tutti. Oltre ad aiuti finanziari giunti sull’isola all’indomani della crisi del 2008, i due Paesi hanno firmato un accordo per il pattugliamento aereo norvegese dei cieli islandesi in tempi di pace. Ma la volontà di “assert her position” ha superato i confini Nato e si è estesa a tutto il mondo. L’inedita centralità dell’Artico concede all’Islanda la possibilità di ritagliarsi un ruolo molto rilevante tra i grandi che governano l’area. Motivo per il quale Reykjavík strizza l’occhio ad Est e ad Ovest. Da oriente i primi promettenti rapporti sino-islandesi non sembrano però decollare. Da parte cinese l’apertura della più grande ambasciata all’estero e, da parte islandese, la sottoscrizione di un patto di libero scambio con Pechino (il primo Paese in Europa) sembravano ottime premesse per un rapporto duraturo e profittevole. Ma lo sguardo di Pechino gira a 360 gradi e si è esteso anche verso altre fertili occasioni, la Groenlandia ne è  un chiaro esempio. La forza di Pechino in Artico consiste proprio nel diversificare, evitando di concentrare attenzioni ed investimenti in una sola ed unica area che potrebbero rafforzare le interpretazioni egemoniche delle intenzioni cinesi. Ad Ovest la collaborazione internazionale trova la sua più concreta realizzazione nel progetto infrastrutturale previsto a Finnafjord, nella parte nord orientale dell’Islanda, non molto lontano da Langanesbyggð. Un progetto a partecipazione internazionale a guida tedesca (Bremenport) che getta le basi per una rivoluzione del mercato marittimo artico.

Dal report rilasciato da Efla, azienda partner della Bremenport nella realizzazione del progetto, si apprende che il sito previsto per la nascita dell’impianto portuale è ideale per attività di carico e trasbordo, stoccaggio di petrolio e gas, raffinazione di petrolio, liquidazione del gas ed altre attività industriali in cui è necessario un porto con acque profonde. Inoltre la baia di Finnafjord è ideale anche da un punto di vista atmosferico poichè la zona è perennemente libera da ghiacci ed esente da fenomeni atmosferici marittimi estremi. Numerosi studi rivelano la presenza di minerali ed idrocarburi nelle acque groenlandesi e il continente americano e quello europeo sono due grandi mercati petroliferi e gasiferi. L’islanda si trova proprio al centro del corridoio atlantico tra la Groenlandia e la Norvegia e il porto di Finnafjord, come hub di smistamento e stoccaggio, è destinato ad assumere un ruolo primario. I vantaggi che se ne generano non sono destinati eslusivamente agli Stati limitrofi. Infatti percorrendo la Northern Sea Route, e quindi verso oriente, la distanza marittima che separa Finnafjord da Dalian (Cina) è di sole 5800 miglia nautiche a cospetto delle 11000 previste partendo da Rotterdam. Tra tutti, proprio la Cina, già leader globale del commercio marittimo, è destinata a ricavarne diversi vantaggi. E’ doveroso aggiungere però che le problematiche che intervengono per la rotta nordica sono molte, ma i progressi tecnologici e il costante e inarrestabile scioglimento dei ghiacci inducono a pensare che anche questa rotta sarà sicura ed efficiente nei prossimi anni.

Tornando al secondo punto, le parole dell’ex Ministro pronunciate nel 2011 hanno trovato effettivo riscontro nella gestione della presidenza islandese dell’Artctic Council. Mandato non ancora terminato e che ha dovuto fare i conti con il diffondersi della pandemia che ovviamente ne ha fortemente condizionato i piani. Nonostante ciò, la presidenza islandese si è distinta per l’accento posto sul rispetto dell’ambiente artico e delle comunità locali che non deve però precludere uno sviluppo dell’area. Uno dei più importanti eventi organizzati ha avuto luogo a metà giugno del 2019: in una conferenza con gli alti funzionari artici, non solo gli Stati artici, ma anche le comunità indigene (il Consiglio Circumpolare Inuit, l’Aleut International Association, il Consiglio Saami, RAIPON, l’Athabaskan Council, il Gwich`in Council International) hanno preso parte alla discussione.  Durante l’incontro sono stati discussi i metodi per ridurre il rischio di contaminazione dell’Oceano Artico e dei mari. Durante la conferenza i rappresentanti della “Ocean Conservancy” hanno proposto di rendere le organizzazioni pubbliche locali responsabili della pulizia delle coste ed è stata inoltre avanzata la proposta di organizzare un evento globale di “Ripulitura delle coste artiche” nel 2020.

L’Islanda ha condotto un ottimo lavoro nell’aver indirizzato la mission dell’Arctic Council verso la protezione ambientale, la preservazione della biodiversità e la prevenzione dell’inquinamento degli oceani. Altro grande merito risiede nel non aver approfittato della sua attuale posizione per rafforzare politiche di interesse nazionale e di aver fortificato le relazioni dei Paesi membri all’interno dell’Arctic Council stesso. Da Maggio 2021 sarà il turno della Russia che ritiene l’Artico una regione fondamentale per lo sviluppo nazionale. Non sfruttare la presidenza dell’Arctic Council per fini nazionali è il principio cardine del sistema democratico che vede gli Stati membri alternarsi alla sua guida. Gli anni sotto la guida russa saranno fondamentali per il futuro dell’Artico e, soprattutto, per l’equilibrio tra i diversi attori.

Da piccolo Stato spesso lontano dai radar delle grandi potenze a uno dei principali hub del contesto artico del futuro. Una parabola ascendente quella dell’Islanda che, dopo la crisi del 2008 alla quale è riuscita a far fronte grazie anche a cospicui aiuti ricevuti dall’estero, si ritaglia un ruolo decisivo nella partita artica. L’equidistanza tra il continente americano e il continente europeo è un vantaggio enorme a fronte dello sviluppo del mercato da idrocarburi e delle rotte artiche. Una certa equidistanza anche diplomatica (anche se la componente culturale angloamericana è fortemente presente)  che permette all’isola di non dipendere da nessuno Stato in particolare ma la legittima a giocarsi la partita. Se la presidenza dell’Arctic Council da un lato ha dato un saggio su come le priorità regionali da promuovere siano uno sviluppo basato sulla cooperazione che sia innanzitutto rispettoso dell’ambiente e delle popolazioni locali, dall’altro, ha confermato il ruolo islandese come centrale per il futuro artico.

 

 

 

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Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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