LA TREGUA PER UN NAGORNO KARABAKH SENZA PACE

A 26 anni dal fragile cessate-il-fuoco raggiunto grazie ad una congiunta mediazione internazionale, lo scorso 10 novembre è stato siglato un nuovo accordo per la pace in Nagorno-Karabakh sotto la guida di Mosca. All’indomani della firma, all’aria di festeggiamenti e all’esultante accoglienza azera sono corrisposte la rabbia e la frustrazione armene. Tuttavia, a prescindere dagli squilibri emotivi, l’accordo si configura come un punto di svolta in un conflitto riaccesosi lo scorso settembre dopo anni di apparente “congelamento”, e implica una riflessione sul futuro complesso delle popolazioni degli stati coinvolti.

L’accordo mediato da Mosca

L’accordo è giunto al termine di uno dei momenti più critici e violenti del conflitto a partire dal suo scoppio nel 1992. La riaccensione degli scontri dello scorso settembre non aveva però lasciato sorpreso nessuno. Nel significato dell’espressione “conflitto congelato” si cela l’idea di una battuta d’arresto del conflitto dopo il raggiungimento del cessate il fuoco nel 1994. Tuttavia, chi conosce la natura degli scontri che coinvolgono la regione non rimane stupito di fronte a nuove escalation di violenza nell’area, che non hanno mai cessato di esistere, sebbene in maniera più o meno latente.

La tregua, annunciata nella notte tra il 9 e il 10 novembre, ha predisposto un iniziale dispiegamento di forze russe di peacekeeping nell’enclave armeno, poiché gran parte dell’area disputata verrà assegnata all’Azerbaigian in linea con le conquiste effettuate durante gli scontri delle ultime settimane. L’accordo ha inoltre prestabilito un ritiro graduale dei contingenti armeni dai territori azeri disposti precedentemente intorno ai confini del Nagorno Karabakh, oltre alla creazione di un corridoio per collegare l’enclave e l’Armenia sotto la protezione delle forze russe entro il 1° dicembre 2020. Il ministro della Difesa russo ha già confermato l’avvio delle operazioni nell’area. Nel frattempo, sia Armenia che Azerbaigian hanno accettato uno scambio di prigioneri e la restituzione alla controparte dei corpi dei caduti nel conflitto.

Il presidente azero Alyev ha dichiarato come l’accordo trilaterale appena firmato segnerà “un punto di svolta” e una soluzione di “lungo termine” nell’assestamento del conflitto, mentre il presidente armeno Pashynian ha commentato la resa come dolorosa, ma necessaria per una risoluzione quanto più indolore della crisi. Al netto dei fatti, l’accordo segna un bilancio negativo per l’Armenia, che registra numerose perdite e ha già accettato di ritirare le sue forze dalla maggior parte del territorio, lasciando all’Azerbaigian anche la città strategica di Shusha.

Poco dopo la capitolazione è arrivato anche il commento di Recep Tayyip Erdogan a sostegno della tregua. Il presidente infatti ha tenuto a sottolineare il suo impegno nella supervisione, congiutamente e contestualmente a quella russa, del ritiro armeno e della liberazione dei territori azeri dall’  “occupazione”.L’espressione del risentimento armeno nei confronti di un accordo che per molti versi risulta a svantaggio dei sostenitori dell’indipendenza del Nagorno Karabakh è giunta sotto forma di proteste da parte della popolazione armena nei confronti del presidente Pashynian, che si è dichiarato colpevole di aver stipulato un compromesso volto ad evitare una catastrofe di maggiori dimensioni e di difficile risoluzione.

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La fine di un conflitto

Come in ogni conflitto in cui siano compresi interessi maggiori e potenze internazionali, è difficile ipotizzare delle soluzioni alternative che siano in grado di lasciare soddisfatte entrambe le parti coinvolte e al contempo scongiurare ulteriori escalation. Il conflitto si è mosso per anni su due binari scivolosi che scorrono paralleli tra un passato burrascoso di rivendicazioni sanguinose e il dibattito su quale dei due grandi principi il dritto internazionale debba prevalere.

In un certo senso, la necessità di non creare un precedente giuridico troppo ingombrante ha fatto  propendere per la preservazione dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian a sfavore del diritto all’autodeterminazione del popolo armeno in un territorio nel quale ha sempre vissuto come un estraneo. Questo conflitto ci insegna molto sulla contemporaneità e sulla frequente prevalenza di interessi internazionali su quelli locali. Il ruolo di ombrello protettivo della Russia nei confronti dell’Armenia potrebbe, con questo accordo, essere giunto ad un termine. Mosca ha infatti sempre giocato una strategia di protezione con il popolo armeno, un asset strategico per la difesa nei confronti di un revanchismo turco che oggi rappresenta una minaccia troppo grande per non essere assecondata.

Al contempo, alla grande presenza di Russia e Turchia si è accompagnata l’assenza dell’Unione Europea, che ancora una volta ha deciso di non intervenire nella questione. Tuttavia, seppur la motivazione addotta potrebbe sembrare nobile agli occhi dei più, l’Unione Europea ha dimostrato in questo modo di non essere così diversa dai paesi contro i quali si è spesso espressa, preferendo la tutela dei propri interessi e la stabilità delle relazioni con i suoi partner allo schieramento. L’Armenia non ne esce semplicemente sconfitta territorialmente, ma anche in termini ideologici. La Turchia di un Erdogan definito spesso come l’interprete contemporaneo della politica del Sultano Hamid è ancora lontana dall’ammettere le proprie responsabilità per il genicidio armeno, uno dei crimini più importanti della storia moderna. Il presidente turcoha un piano ben preciso che non prevede la consolazione degli armeni entro i suoi progetti di influenza in Libia e Siria.

Al consolidarsi del ruolo russo nel Caucaso meridionale, dunque, si è accompagnata l’estensione dell’influenza turca nell’area, che risulta rilevante nel contesto di spostamento degli equilibri non solo nella zona caucasica, ma anche in quella mediorientale. Nonostante l’arrivo dell’agognato accordo di pace per il Nagorno Karabakh, rimane dunque un margine di osservazione molto ampio per i futuri sviluppi della regione. Essendo storicamente difficile riuscire a sedare le richieste di una popolazione che possiede così tante cicatrici, l’accordo trilaterale firmato lunedì è dunque ben lungi dal rappresentare una garanzia di pace.

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