LA RUSSIA E IL COVID

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La pandemia di covid-19 scoppiata sul finire dello scorso 2019, è diventata una delle più grandi emergenze degli ultimi anni, destinata a modificare gli equilibri globali. Non sono a livello medico, ma anche a livello politico/economico. In questi mesi si è potuto osservare e confrontare la capacità delle vari stati di affrontare una situazione d’emergenza, e l’impatto e l’efficacia delle misure del welfare state.

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Interessante è osservare la risposta della Russia in un contesto del genere, uno stato inserito fra i paesi emergenti, ma che ha un peso diplomatico non indifferente, basti pensare all’intervento in Siria, all’Ucraina, Libia, e altri. Di fatto, una delle conseguenze più temute della pandemia è la recessione dovuta alle misure di contenimento, più o meno uguali in ogni paese, flessioni che già sono rilevabili in molti paesi fra cui la stessa Russia, la quale negli ultimi 30 anni, dopo la caduta dell’URSS, non è riuscita a creare un “miracolo economico”. In particolare, è da rilevare la mancanza di misure di assistenza alla popolazione, paragonabili a quelle dell’occidente. Questo aspetto se in un primo momento può sembrare uno svantaggio, è, se visto in prospettiva, un punto di forza, poiché ha impedito la creazione nella pubblica opinione, la convinzione che lo stato fosse in grado di dare e difendere migliori condizioni di vita ai propri cittadini.

La risposta del Cremlino alla crisi segue uno scenario già visto in altri stati: divieto di entrata per i cittadini degli stati più colpiti, divieto di assembramenti, annullamento di eventi fino ad arrivare al lockdown. Ma più di tutti ha stupito l’annuncio della oligarc-tax” per far fronte all’emergenza. Sul fronte economico, però, all’ aumento dei contagi e dei riflessi economici della pandemia, non corrisponde una risposta adeguata da parte del governo; infatti, le misure economiche, sono relativamente minori se confrontate con le misure adottate dalle altre economie del G-20 e consistono in una serie di misure a sostegno delle imprese e famiglie colpite. la pandemia, ed in particolare le misure restrittive, hanno comportato una riduzione prevista del GDP del -4,1% ( mentre nel 2019 era cresciuto dell’ 1,3%), con un inflazione che dopo essere aumentata ad aprile, è diminuita a maggio al 3,0%, quali effetti del lockdown in Russia ma anche negli altri stati; infatti, il lockdown interno è una delle cause della riduzione della produzione industriale e dell’aumento della disoccupazione, ma i lockdown esterni contribuiscono alla caduta del prezzo del petrolio avvenuta fra gennaio e aprile di quest’anno. A ciò si aggiunge un deprezzamento del 23% del valore del rublo. Nonostante ciò,  il debito pubblico  ha registrato una considerevole flessione ed é sceso da 668 miliardi di dollari rilevati a dicembre 2013 a 461.20 miliardi del giugno 2020.

Dalla prospettiva interna, gli effetti di questa recessione rischiano di acuire le tensioni in siberia, dove ad inizio settembre, il partito di Putin (Russia unita) ha subito una sconfitta elettorale, seguita da una serie di proteste a causa dell’accusa di brogli. La crescita del malcontento è dovuta anche alla situazione economica generale della regione, particolarmente peggiorata grazie al disinteresse di Mosca per le sue periferie e grazie anche alla mancanza di piani di sviluppo in una zona che la banca mondiale ha definito fra le meno sviluppate della Russia, e che rischia di essere peggiorata da questa ulteriore frenata dell’economia per la diminuzione della domanda di petrolio (ma anche di metalli e minerali), settore portante dell’economia locale siberiana.

Chiaramente gli effetti appena descritti della pandemia sull’economia russa, non possono non influenzare la sua politica estera, ma ancor prima di questa, sembra essere la propaganda ad avere una priorità, come ad esempio l’annuncio della già citata “oligarc-tax”, del vaccino, o gli aiuti che dalla Russia sono stati dati a molti paesi fra cui l’Italia, cercando in questo modo di mostrare un occidente nel caos, mentre la Russia no. Gli effetti di questo soft-power usato da Mosca vanno oltre alla semplice propaganda interna, fino a veri e propri tentativi di espandere la propria influenza, in particolare in Africa, continente già sotto gli occhi di altre potenze. Mosca è stata particolarmente prodiga a fornire ad alcuni stati africani attrezzature sanitarie, cercando in questo modo di ridimensionare il ruolo dei vari competitor, come gli U.S.A, il Canada, Francia, Cina e di qualificarsi come partner principale. Ma, di recente, Mosca si vede costretta a fare i conti con le conseguenze del tentativo di avvelenamento di Navalny, che ha innescato un’ ulteriore crisi con Berlino, le proteste in Bielorussia che rischiano di far cadere Lukashenko. Il 2020 si candida come l’anno più difficile; in ballo non c’è solo la credibilità internazionale, ma l’intero sistema politico faticosamente costruito negli ultimi 20 anni.

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