CANNABIS RICREATIVA IN ITALIA E NEL MONDO: ANALISI COSTI-BENEFICI E REGOLAMENTAZIONE INTERNAZIONALE

In una situazione come quella attuale, in cui i governi di tutto il mondo devono fronteggiare una crisi economica (e di liquidità) senza precedenti, un’analisi costi-benefici della regolamentazione del mercato della cannabis ricreativa è doverosa.

L’epidemia di Covid-19, come ormai noto a tutti, ha provocato un netto rallentamento dell’attività economica e una perdita generalizzata di posti di lavoro. La risposta dei governi di tutto il mondo è stata quella di rilasciare massicci pacchetti di stimolo fiscale. Questi ultimi, che raggiungano o meno il loro obiettivo, dovranno probabilmente essere compensati in futuro da un aumento del gettito fiscale. Pertanto, le potenziali nuove fonti di lavoro e tassazione non possono più essere ignorate.

Ciò presenta una situazione simile a quella degli Stati Uniti durante la Grande depressione. Il 5 dicembre del 1933, a causa della necessità di creare ulteriore gettito fiscale e, più in generale, come conseguenza del fallimento del proibizionismo, venne liberalizzata la produzione e la vendita di alcolici. Immediatamente il governo vide impennare le proprie entrate. Nel 1934 le imposte provenienti dalla produzione e dal consumo di alcol ammontavano a 1,35 miliardi, quasi la metà delle entrate totali del governo federale. La fine del proibizionismo non ha di certo invertito la Depressione, ma ha contributo a finanziare gran parte del New Deal. Oggi, l’industria dell’alcool sostiene milioni di posti di lavoro a livello globale e garantisce miliardi di entrate per le casse statali.

 Attualmente la legalizzazione della cannabis rappresenta un’opportunità simile sotto molti aspetti.

In Colorado, dove l’uso ricreativo della cannabis è consentito dal 2014, le entrate fiscali hanno sfondato il miliardo di dollari (303 milioni per il solo 2019). Nello Stato di Washington, invece, le imposte sulla vendita legate alla cannabis hanno permesso entrate fiscali per circa 400 milioni di dollari nel 2019. L’ultima tornata elettorale statunitense mostra una sorta di effetto domino riguardo alla regolamentazione del mercato della cannabis ricreativa. Infatti, vincitrice indiscussa delle recenti elezioni è senza dubbio la marijuana. Se, da un lato, l’election day statunitense ha mostrato una netta divisione tra la popolazione per quanto riguarda la scelta del prossimo Presidente, dall’altro ha evidenziato una netta presa di posizione comune per quanto riguarda la cannabis ricreativa: Arizona, Montana, New Jersey, e Sud Dakota si sono espressiampiamente a favore di una regolamentazione del mercato della cannabis. Ad oggi sono 15 gli Stati a stelle e strisce ad aver regolamentato l’uso ricreativo della marijuana e circa un cittadino statunitense su quattro può farne uso legalmente (pagando le tasse e contribuendo alla crescita economica del Paese). Questa è la situazione dall’altra parte dell’Atlantico.

Ma quali sono le potenzialità della regolamentazione del mercato della cannabis in Italia?

A livello europeo circa 25 milioni di adulti (15-64) hanno consumato cannabis nel 2019 e oltre 91 milioni ne hanno fatto uso nel corso della vita. In Italia le attività economiche connesse al mercato delle sostanze psicoattive illegali sono stimante intorno ai 16 miliardi di euro, di cui circa il 40% attribuibile al consumo dei derivati della cannabis. Secondo uno studio condotto nel 2019, il 33,5% degli studenti italiani (850.000 ragazzi) di età compresa tra i 15 e i 19 anni ha utilizzato cannabis almeno una volta nella vita. Il 25,8% (circa 660.000 studenti) ne ha fatto uso durante il 2019 e il 15,6% nel corso dell’ultimo mese. Questi numeri mostrano, da un lato, come le politiche proibizioniste non portino gli effetti sperati e, dall’altro, quanto potenziale ci sia nella regolamentazione del mercato multimilionario della cannabis.

Passando ad un’analisi laicamente economica, l’impatto netto della regolamentazione del mercato della cannabis si può determinare confrontando costi e benefici. I costi possono essere suddivisi tra costi diretti e indiretti.

I costi diretti sono legati alla regolamentazione del nuovo mercato legale e comprendono la creazione di un’agenzia specifica, il controllo sul rispetto della legislazione e la sensibilizzazione ed informazione dei consumatori. I costi indiretti, invece, potrebbero essere quelli connessi ad un incremento della spesa sanitaria come conseguenza di un eventuale aumento dei consumi di cannabis. In realtà, alcuni studidimostrano che questi costi sono molto ridotti. In aggiunta a ciò, un’indagine effettuata in Colorado nel 2015 mette in luce come i consumi di cannabis non siano aumentati dopo la regolamentazione del mercato, ma, anzi, sono diminuiti costantemente dal 2009. A questo riguardo è doveroso ricordare che la marijuana crea meno dipendenza rispetto ad altre sostanze, compresi alcol e tabacco. Inoltre, solo nel 2018, oltre 60.000 persone hanno perso la vita come conseguenza diretta dell’uso/abuso di alcol (sono escluse le cause di morte indirette, come incidenti e omicidi). Non sono mai stati documentate, invece, morti riconducibili direttamente all’abuso di cannabis.

Riassumendo, i costi della regolamentazione del mercato dovrebbero essere molto contenuti e limitati alle sole spese volte alla creazione della struttura amministrativa.  Per quanto riguarda i benefici, possono anch’essi essere suddivisi tra benefici diretti e indiretti. I benefici diretti sono essenzialmente due: una riduzione delle spese di repressione e un maggior gettito fiscale.  Le spese di repressione sono connesse principalmente ai minori costi che forze dell’ordine, magistratura e sistema carcerario si troverebbero ad affrontare se venisse cancellato il reato di produzione e vendita di cannabis e derivati. Per quanto riguarda il 2019, le operazioni di contrasto al mercato della cannabis sono state circa 14.000 e i detenuti per reati droga-correlati circa 21.000 (il 35% della popolazione carceraria). Il risparmio totale stimato ammonterebbe a oltre 700 milioni di euroIl gettito fiscale, invece, ipotizzando l’applicazione di un’aliquota simile a quella per i tabacchi (circa il 75% del prezzo di vendita), è ricavabile dalla stima dei consumi di cannabis moltiplicata per il relativo prezzo di mercato. Stimando un costo medio di 10 euro al grammo, il beneficio economico per lo Stato sarebbe di circa 7,5 miliardi di euro. Questa cifra potrebbe però ridursi se fosse consentita anche l’autoproduzione. In questo caso, la riduzione delle entrate fiscali potrebbe essere compensata dall’aumento del reddito reale dei consumatori. D’altro canto, alle entrate generate dalla vendita dovrebbero aggiungersi quelle provenienti dalle imposte sul reddito degli addetti al settore. In questo caso, però, l’ammontare non è facilmente deducibile poiché il numero dei lavoratori può variare notevolmente in base a diversi fattori di natura economica e politica. A questi benefici vanno aggiunti quelli indiretti, non meno significativi. Il primo di essi è una migliore qualità del prodotto che va a tutela del consumatore finale. Il mercato clandestino favorisce la contaminazione della sostanza al fine di aumentarne il peso e accrescere i profitti. Una regolamentazione del mercato permetterebbe invece la commercializzazione di un prodotto con elevati standard qualitativi.

Un secondo beneficio indiretto è rappresentato dal taglio dei canali di comunicazione tra il mercato della cannabis e quello delle droghe pesanti. Regolamentare significa anche limitare i rischi per un consumatore di cannabis di avere a che fare con sostanze di gran lunga più dannose. Infine, ma non meno importante, si favorirebbe il contrasto alla criminalità organizzata. Una regolamentazione del mercato della cannabis ridurrebbe di molto i guadagni delle organizzazioni criminali (la cannabis rappresenta il 40% del mercato delle sostanze stupefacenti in Italia) e, allo stesso tempo, permetterebbe un’azione di contrasto al commercio delle droghe pesanti più incisiva.   In conclusione, alla luce delle evidenze riportate, la questione non è più se conviene o meno regolamentare il mercato della cannabis nel nostro Paese, ma quando si deciderà di farlo. Seppur non sia possibile ridurre alla mera analisi economica una questione che coinvolge temi come la libertà di scelta dell’individuo, la protezione del consumatore e altre questioni di natura etica o morale, è innegabile che i benefici economici siano tangibili e che l’opinione pubblica sia sempre più incline a riconoscere il fallimento del proibizionismo e favorevole ad un approccio innovativo alla materia. In una situazione di crisi come quella attuale la regolamentazione del mercato della cannabis non salverebbe di certo l’Italia dall’eccessivo indebitamento, come d’altronde non ha fatto l’alcol durante la Grande Depressione, ma garantirebbe un sostanzioso introito fiscale e un considerevole risparmio sui costi di repressione.

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