L’HIRAK ALGERINO TRA REFERENDUM COSTITUZIONALE E L’INIZIATIVA “NIDAA 22-2”

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Il 22 febbraio 2019, a seguito della dichiarazione di una candidatura ad un quinto mandato dell’ormai ex presidente Abdelaziz Bouteflika, migliaia di algerine e algerini sono scesi in piazza per manifestare il loro malcontento nei confronti di uno stato e di una élite dirigente ritenuti corrotti ed incapaci di rispondere alle istanze politiche, economiche e sociali di una intera nazione. Le proteste della popolazione, che hanno dato vita ad un movimento sociale di portata eccezionale, l’Hirak (letteralmente “Movimento”), sono tra le più longeve rimostranze a cui lo stato algerino abbia assistito dalla fine dell’epoca coloniale e non intendono arrestarsi, sebbene abbiano subito un forte rallentamento e ridimensionamento dovuto al dilagare del Covid-19.

Le dimissioni di Bouteflika non sono riuscite a sedare l’animo delle proteste -che chiedevano un cambio totale di regime-, così come non vi è riuscita l’elezione di Abdelmadjid Tabboune, eletto con una scarsa affluenza alle urne. Stessa sorte è toccata al referendum costituzionale del 1° novembre, passato con il 66,8% dei voti ma con un’affluenza pari al 23,7% della popolazione. La riforma costituzionale, presentata come segno di apertura del governo Tabboune nei confronti del movimento, è stata percepita dalla popolazione come un cambiamento meramente estetico nel tentativo di sedare le proteste. Nello specifico, per quanto riguarda gli emendamenti relativi a “diritti e libertà fondamentali” vengono sanciti la libertà di stampa e il diritto ad esercitare la libertà di riunione e di dimostrazione. Cambiamenti epocali per lo stato algerino, solito all’utilizzo di strumenti di repressione del dissenso quali incarcerazione arbitraria e censura dell’opposizione, ma che rimangono solamente “su carta”. Il mancato coinvolgimento dell’Hirak nella stesura degli emendamenti risulta essere dunque un’occasione persa da parte delle autorità per conferire legittimità popolare alla nuova costituzione.

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Hirak: un movimento resiliente

Movimento di natura spontanea, privo di una leadership centrale e non violento, l’Hirak ha saputo adattarsi anche alle contingenze poste dalla crisi causata dall’emergenza Covid-19. Nonostante le limitazioni alle manifestazioni e il divieto di assembramenti imposti a Marzo 2020 per contenere l’epidemia, l’Hirak è riuscito a mutare la propria forma di dissenso trasponendola dallo spazio pubblico- del quale la società algerina si è riappropriata scendendo in piazza- all’arena virtuale. Il “restare a casa” è divenuto dunque un vero e proprio atto politico ed è stato reso dal movimento una nuova forma di protesta. Se da una parte l’imposizione di un lockdown è stata colta dall’élite politica come occasione per fermare le proteste, dall’altra va tenuta in considerazione la natura stessa del movimento che, dalla sua nascita, agisce in modo tale da non permettere azioni violente nei propri confronti. La scelta, da parte dell’Hirak, di cessare le proteste di piazza è stata dettata sia dalla responsabilità civile, sia dal fatto che una continuazione in tal senso avrebbe dato modo al governo di riversare sui manifestanti le accuse di un possibile fallimento nel contenimento di una crisi causata da incapacità di governo e sistema sanitario fragile.

“Nidaa 22-2”: una prima struttura politica delle istanze popolari

La mancanza di una leadership definita in seno all’Hirak ha rappresentato sin dal principio un punto di forza per il movimento: non essendo possibile identificare delle figure chiave al suo interno, non è risultato possibile per il governo -come avvenuto in passato- cooptarne i leader né portare avanti una retorica di divisione e marginalizzazione interna al movimento. Nel corso dei quasi due anni di proteste, l’arresto arbitrario di protestanti che mostravano la bandiera Amazigh -dunque l’imposizione di una frattura su base etnica- risulta in tal senso un esempio lampante di tale retorica, così come dimostrato anche dalla scarcerazione di soli alcuni dei protestanti. Nonostante ciò, la mancanza di una leadership chiara, a distanza di quasi due anni, risulta essere al contempo un punto debole per il movimento. Tale mancanza non rende possibile per il governo dialogare in maniera diretta con gli esponenti per cercare un punto di incontro che permetta il superamento di questa impasse politica. L’Hirak, difatti, è spesso stato accusato di mancanza di visione politica e strategica nel trattare con il pouvoir

Ad una settimana dal voto referendario, attivisti del movimento popolare algerino, riuniti all’interno del collettivo Moubadarat 22, hanno annunciato la nascita di “Nidaa 22-2”, una iniziativa indipendente che ha lo scopo di definire una prima struttura delle richieste popolari. Tale iniziativa rappresenta un primo passo verso la politicizzazione del movimento, che fino a questo momento è sempre risultato apolitico e privo di una struttura di rappresentanza unitaria. L’obiettivo di tale iniziativa è la creazione di un programma che raccolga tutte quelle istanze rimaste in stallo per giungere ad una transizione democratica e all’imposizione della sovranità popolare. Il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali sono uno tra i cardini principali di tale programma, così come la libertà di associazione, di pensiero e di espressione, tramite l’accesso a mezzi di comunicazione non sottoposti a censura o controllo statale. Infine, il movimento ribadisce e conferma la sua lotta a sostegno del popolo algerino in relazione all’elezione di istituzioni legittime attraverso le quali esercitare il proprio diritto ad una Costituzione consensuale, in un clima privo di corruzione e cooptazione. “Nidaa 22-2” sembrerebbe dimostrare una evoluzione in chiave politica dell’Hirak. La ricerca di una struttura ben definita così come di una coesione al suo interno rappresentano un punto di svolta per un movimento di tale portata. Resta da vedere se tale movimento riuscirà ad imporsi come attore di dialogo sullo scacchiere politico interno senza che questo porti ad un mutamento nella propria natura e a dover scendere a dei compromessi che vedrebbero inficiata la vera portata della sua missione.

Bibliografia:

 

 

 

 

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