LA SCACCHIERA KOSOVO-SERBIA ALL’INDOMANI DELL’ARRESTO DEL PRESIDENTE THAÇI

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Giovedì 5 novembre, il presidente kosovaro Hashim Thaçi ha indetto una conferenza stampa, durante cui ha annunciato le proprie dimissioni, in seguito alla conferma di rinvio a giudizio per crimini di guerra e contro l’umanità da parte del giudice preliminare delle Kosovo Specialist Chambers. Una scelta che si attendeva già da quest’estate, quando si erano diffuse le prime indiscrezioni sulla possibilità di indagare e procedere contro i capi dell’Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UÇK; in italiano, Esercito di liberazione del Kosovo) per i crimini perpetrati durante la guerra di liberazione di Pristina contro il dominio dell’allora dittatore serbo Slobodan Milošević.

Pur continuando a sostenere la propria innocenza e ribadendo – d’altra parte – il proprio orgoglio ad aver preso parte all’UÇK, Thaçi ha annunciato le proprie dimissioni per “proteggere l’integrità del Kosovo”. Un’integrità che, tuttavia, rischia di essere messa in dubbio dai molti Paesi che ancora oggi non riconosco l’indipendenza di Pristina e che permetterebbe alla Serbia di rivendicare con maggior fervore il proprio controllo sui territori, annullando qualsiasi sviluppo dei rapporti tra le due nazioni intercorso negli ultimi anni e trascinando Pristina verso una crisi politica.

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Hashim Thaçi: l’eroe Gjarpëri o un comune criminale?

Hashim Thaçi è stato l’indubbio protagonista principale della scena politica kosovara degli ultimi trent’anni: dal suo ritorno in patria clandestino per combattere contro i serbi col nome di “Gjarpëri” (il “serpente”) alla partecipazione come leader indiscusso dell’UÇK durante i negoziati di pace di Rambouillet nel 1999, fino alle cariche come primo ministro (nel 1999 del Governo Provvisorio del Kosovo e – in seguito all’indipendenza di Pristina dalla Serbia – dello Stato Kosovaro tra il 2008 e il 2014) e – successivamente – presidente della Repubblica del Kosovo tra il 2016 e il 2020, egli ha influito sulla politica del Paese più di chiunque altro.

Proprio per questo, le accuse mosse contro di lui hanno spaccato l’opinione pubblica: alcuni sostengono che – finalmente – verrà resa pubblica e confermata la natura criminale di Thaçi, già sospettata negli scorsi anni a seguito della pubblicazione del report del procuratore svizzero Dick Marty per il Consiglio d’Europa, secondo cui, durante il conflitto e nel periodo immediatamente successivo, l’UÇK si è resa responsabile della tortura e/o della detenzione in condizioni disumani o degradanti di prigionieri serbi e albanesi kosovari, così come della sparizione di migliaia di oppositori, nonché dell’asportazione di organi da alcuni prigionieri e la loro successiva vendita nel mercato nero europeo. Altri, tuttavia, si sono opposti alle accuse mosse dalle Kosovo Specialist Chambers, accusando il tribunale di cercare di riscrivere in maniera del tutto errata parte della storia dei Balcani e schierandosi dalla parte di Thaçi. Fra questi, degna di nota è stata l’opposizione di Tirana: il primo ministro albanese Edi Rama, infatti, ha dichiarato assurdo il processo aperto contro l’ormai ex-presidente kosovaro, sostenendo che la guerra indipendentista combattuta dall’UÇK sia stata assolutamente giusta. Commento simile è stato reso pubblico anche dal presidente della Repubblica albanese, Ilir Meta, che, pur apprezzando le dimissioni di Thaçi, è assolutamente convinto della sua innocenza e del fatto che la guerra combattuta dall’UÇK possa essere considerata solo come “giusta ed eroica”.

Certo è che le accuse di molteplici crimini (persecuzione, imprigionamento, detenzione illegale o arbitraria, omicidio, tortura, trattamenti crudeli, altri atti inumani) perpetrati dall’UÇK, tra il marzo 1998 e il settembre 1999, sia contro membri delle forze armate nemiche sia contro la popolazione civile – per lo più, di etnia serba, rom, albanese, così come appartenente all’opposizione politica – gettano un’ombra sulla politica kosovara; anche visto il sospetto che alcuni politici abbiano sfruttato il loro potere per nasconderne la realizzazione ed ostacolare in ogni modo la loro persecuzione in tribunale.

Il Kosovo all’indomani dell’arresto di Thaçi

In seguito alle dimissioni di Thaçi, il Presidente del Parlamento, Vjosa Osmani, è stata nominata presidente facente funzione, in attesa che l’Assemblea nomini un nuovo presidente entro maggio. Secondo la legge kosovara, l’elezione potrà avvenire grazie a un massimo di tre tentativi, di cui i primi due con una maggioranza di due terzi, l’ultimo con una maggioranza semplice. Se così non fosse, il Kosovo sarebbe costretto a tornare alle urne per nuove elezioni; le terze anticipate nel corso di un triennio – dopo quelle del 2017 e del 2019. Un’opzione che acuirebbe l’evidente instabilità politica di Pristina, con possibili effetti devastanti sulla sua economia, già in difficoltà.

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I rapporti tra Pristina e Belgrado e la minaccia di Vuçiç

In tale precaria stabilità, il ruolo del Kosovo a livello internazionale rischia di vivere una fase nera, soprattutto a causa della Serbia di Aleksandar Vuçiç. I rapporti con Belgrado sono storicamente tesi sin da quando il Kosovo non era altro che una regione autonoma all’interno della Repubblica Popolare Serba. Desiderosa di autonomia una, intenzionata a mantenere il potere l’altra, Pristina e Belgrado non si sono mai realmente avvicinate e la salita al potere di Slobodan Milošević ha solo acuito le contese fra i due territori, portando – così – a una frattura insanabile, prima con la guerra d’indipendenza kosovara tra il 1998 e il 1999 e – dieci anni dopo – con la Dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte di Pristina. Da allora, i due Paesi non sono più riusciti a portare avanti una politica di amicizia. Tra il 2008 e il 2011 la Serbia e il Kosovo non si sono nemmeno parlati. Solo un intervento dell’Unione Europea ha permesso di porre una prima pietra per la costruzione del dialogo tra i due Stati ex-jugoslavi; una pietra ben rappresentata dall’Accordo del 2013, che stabilisce il controllo del Kosovo anche sui comuni serbi presenti all’interno del suo territorio e – al contempo – l’ingerenza delle comunità serbe in tali comuni, grazie alla possibilità di avere forze di polizia proprie.

Tuttavia, lo stallo creato dall’enlargement fatigue europea e il conseguente raffreddamento degli interessi serbi alla politica comunitaria hanno causato un cambio di rotta negli ultimi anni: Vuçiç, infatti, forte del sostegno della storica alleata Mosca, non solo ha riaffermato il suo totale rifiuto di riconoscere il Kosovo quale Stato autonomo e indipendente, ma ha ripreso la sua campagna di de-riconoscimento di Pristina a livello internazionale, così da assicurarsi che l’avversario non possa contare su troppi alleati stranieri o sulla protezione di organizzazioni sovranazionali e/o internazionali. Tale campagna ha portato ben nove Stati a ritrattare, tra il 2017 e il 2020, il proprio riconoscimento: dal Suriname al Ghana, passando per São Tomé e Príncipe e la Repubblica Centrafricana, fino a giungere al ritiro della Sierra Leone lo scorso 3 marzo, numerosi sono i Paesi che hanno ritirato il proprio sostegno al Kosovo a favore della posizione serba.

In tale contesto, l’Unione Europea ha visto deteriorarsi il suo ruolo di mediatore e garante del dialogo tra Serbia e Kosovo. Uno spazio che nell’ultimo anno è stato sapientemente colmato dagli Stati Uniti: infatti, lo scorso febbraio, Washington è riuscita a far riaprire parte delle conversazioni tra le due capitali balcaniche dopo una totale chiusura dei rapporti durata venti mesi, cominciata a seguito dell’opposizione serba all’ingresso del Kosovo nell’Interpol e della conseguente decisione di Pristina di porre dazi elevatissimi (pari al 100%) alle merci e i beni importati da Belgrado. Tuttavia, la mediazione statunitense si è risolta in mere dichiarazioni d’intenti dalla dubbia effettività: a febbraio, i due presidenti Thaçi e Vuçiç hanno firmato due letterecontenenti l’impegno dei due Stati a riaprire i collegamenti – rispettivamente – autostradale e ferroviario; a questi doveva far seguito un terzo accordo per la creazione di un collegamento aereo, di cui – però- non si ha ancora notizia. Lo scorso settembre, poi, i rappresentanti kosovaro e serbo si sono ritrovati alla Casa Bianca per firmare un accordo – propagandisticamente ritenuto dagli Stati Uniti ‘storico’. In realtà, tale documento si è mostrato più una dichiarazione degli interessi e della politica statunitense, che un vero e proprio riconoscimento tra Pristina e Belgrado: accanto alla decisione di dilazionare i tempi del conflitto grazie all’obbligo – per Vuçiç – di stoppare la campagna serba per il ritiro del riconoscimento del Kosovo quale Stato indipendente e – per Thaçi – di non portare avanti alcuna richiesta per accedere ad ulteriori organismi internazionali, Washington ha chiesto ai due Paesi balcanici di sottoscrivere il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale israeliana, di condannare Hezbollah come gruppo terroristico e di opporsi alla tecnologia 5G.

L’incerto futuro del Kosovo

È indubbio che il futuro del Kosovo attualmente appaia fumoso. Sebbene l’uscita dalla scena politica di Hashim Thaçi offra al Paese l’occasione di ripensare la propria identità lontana dal passato bellico, con conseguenti possibilità di ripensare i rapporti con la Serbia e l’Unione Europea al di fuori dell’appannaggio dell’ex-presidente, è indubbio che la situazione nasconda molti più rischi. In primis, a livello nazionale, le dimissioni di Thaçi rischiano di aggravare l’instabilità di Pristina; non solo, la forte ammirazione che molti kosovari provano nei confronti di Thaçi potrebbe ostacolare il processo di ricostruzione e giustizia nazionale, che è portata avanti dalle Kosovo Specialist Chambers. D’altra parte, a livello internazionale, la partenza di Thaçi rischia di offrire un’ottima scusante al presidente serbo Vuçiç per ignorare gli accordi firmati precedentemente – soprattutto quelli redatti sotto l’egida di Trump e diretti a un mero dilazionamento dei tempi del conflitto fra Pristina e Belgrado. In tal senso, suona allarmante la dichiarazione recentemente rilasciata da Belgrado, secondo cui “il conflitto del Nagorno-Karabakh mostra che un conflitto congelato può degenerare in qualsiasi momento. La situazione intorno al Kosovo non è migliore per noi oggi, né sarà più facile nei prossimi mesi. Non dobbiamo lasciare ai nostri figli un conflitto congelato. […] Ecco perché lavoreremo per rafforzare ulteriormente le nostre capacità di difesa e il nostro esercito”. Un annuncio che suona come una dichiarazione di guerra.

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