BIDEN E LA CONTINUITÀ DI UNA POLITICA ESTERA SINOFOBICA

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Dalla distensione di Nixon alle tensioni odierne, passando per il negoziato per l’ammissione della Cina nel WTO, le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono qualitativamente e quantitativamente lievitate. Nell’ultimo decennio, in particolare, si sono approfondite interdipendenze in diversi campi, come il volume del commercio bilaterale, gli investimenti diretti esteri, l’accaparramento di dollari e titoli di stato statunitensi da parte della Cina, la catena di distribuzione nel campo tecnologico, la delocalizzazione di settori chiave della produzione statunitense, i considerevoli scambi accademici e culturali. Dal momento che questa Cina in costante ascesa potrà presto soppiantare gli USA come prima potenza economica globale,  Washington non può ignorare la sfida diplomatica ed economico-commerciale proveniente da Pechino. Indipendentemente dal colore delle amministrazioni che si avvicenderanno, il confronto è inevitabile; mentre negli Stati Uniti il sentimento anticinese assume sempre più natura bipartisan. Stati Uniti e Cina non sono destinati alla guerra, bensì alla competizione strategica. E chi avrà elaborato e condotto la strategia più efficiente prevarrà. Il compito della nuova amministrazione democratica sarà correggere l’approccio di Trump ed inscriverlo in una strategia a lungo termine. In che modo?

Al di là della narrativa trumpiana che definiva la presidenza del “debole e morbido” Biden come un “regalo alla Cina”, il Presidente eletto non ha mai nascosto di ritenere prioritario il confronto con la Cina. Da Vicepresidente dell’amministrazione Obama, nove anni fa Biden si è recato in Cina nell’ambito di una serie di colloqui bilaterali. In un clima abbastanza disteso, egli ha avuto modo di conoscere personalmente il Presidente cinese Xi Jinping e discutere delle relazioni bilaterali. L’approccio di quell’amministrazione democratica ai rapporti con la Cina era riassunto in un discorso di Susan Rice, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Obama: “Dobbiamo gestire l’inevitabile competizione mentre cooperiamo sui temi in cui i nostri interessi convergono”. Oggi, dopo un quadriennio di tensioni diplomatiche e commerciali, gli spazi per la cooperazione si sono ristretti. Tuttavia, secondo Biden esistono opportunità di cooperazione con Pechino su non proliferazione, salvaguardia del clima e salute pubblica. Proprio sui temi sanitari Biden potrebbe imprimere una seria inversione di marcia. A parte le misure interne per il contrasto all’epidemia da Covid-19, il Neopresidente sospenderà quasi certamente l’uscita degli Stati Uniti dall’OMS, organismo criticato da Trump per essere stato “filocinese” nelle prima fasi della pandemia. Attraverso una rivitalizzazione del ruolo statunitense nelle sedi multilaterali, l’amministrazione Biden insisterà sulla mancanza di trasparenza del Governo cinese sulle origini e sulla comunicazione del virus. Si coglie già come le azioni di contrasto di quest’amministrazione nei confronti della Cina saranno all’insegna della pressione multilaterale, un decisivo fattore di discontinuità rispetto all’amministrazione Trump ma che si colloca in continuità con una politica estera anticinese.

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Diciamocelo chiaramente: l’approccio unilaterale con cui Trump ha sfidato la Cina non ha dato i suoi frutti, né ha condotto a proposte di riforma per il commercio internazionale. Così, la prossima Presidenza Biden si concentrerà su una piattaforma multilaterale, in cui la formazione di alleanze stabili sulla base di interessi specifici comuni servirà da contraltare all’ascesa globale della Cina. Il “mondo libero”, per utilizzare le parole di Biden, deve unirsi contro l’ “autoritarismo high-tech” e le “pratiche economiche” cinesi. In tale contesto, Washington dovrà guidare la creazione di regole, norme e istituzioni che governeranno nel futuro l’economia e l’utilizzo delle tecnologie. Una prospettiva, questa, che sarà accolta con favore dall’Europa e dal Giappone e che fu quasi impossibile sotto le politiche dell’America First di Trump. Le potenziali leve designate per esercitare pressione sulla Cina saranno il rispetto dei diritti umani– vecchio pallino delle amministrazioni Dem- e l’impiego di dazi coordinato con gli alleati al fine di estrarre concessioni economiche alla Cina, magari verso una riforma delle regole WTO. Sull’osservanza delle libertà e dei diritti umani in Cina, Biden auspica una condanna del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In particolare, ci si riferisce alle leggi cinesi per restringere le libertà ad Hong Kong e alla repressione della minoranza uighura nella provincia dello Xinjiang.

La scorsa amministrazione non ha posto eccessiva enfasi sui suddetti temi, ma negli ultimi tempi ha cominciato ad occuparsene, imponendo sanzioni economiche su importanti funzionari del Partito Comunista Cinese nello Xinjiang. Si partirà da queste basi e, probabilmente, verrà alzato il tiro; tanto che Biden ha già parlato di un “Summit for Democracy” da organizzare con i Paesi Occidentali. Non possiamo escludere, inoltre, un futuro collegamento tra i progressi nel rispetto delle libertà e dei diritti umani in Cina e l’applicazione di misure tariffarie e non. La politica dei dazi dei Trump, sfociata in una guerra commerciale, è stata ad avviso di Biden “erratica” e “controproducente”. Tuttavia, Biden continuerà a fare ricorso ai dazi, seppur in modo più preciso e circostanziato. A lungo termine, l’applicazione di dazi non è sostenibile, poiché, se reciproca, danneggia entrambe le economie coinvolte. Ed effettivamente è proprio ciò che è accaduto nell’ultimo triennio. Adesso la sfida che si profila all’ombra della Casa Bianca è conciliare l’impiego dei dazi con una strategia organica di contrasto alla Cina, che tenga conto altresì delle rivalità nel settore cibernetico, del confronto per la supremazia tecnologica, dei temi della proprietà intellettuale e della protezione dei dati. Competizioni inedite richiedono approcci inediti. Vedremo se e in che misura Biden farà meglio del suo predecessore.

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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