USA 2020: PRIME RIFLESSIONI SULLO STATO DELL’UNIONE

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Gli Stati Uniti d’America hanno eletto Joe Biden come loro 46° presidente. Secondo cattolico ad assurgere al vertice della nazione dopo John F. Kennedy – entrambi di discendenza irlandese – il democratico nato a Scranton (Pennsylvania) guiderà la Casa Bianca per i prossimi 4 anni. In attesa del voto dei Collegi Elettorali del 14 dicembre, il ticket presidenziale Biden-Harris ha già superato il muro dei 270 voti elettorali necessari alla nomina, raggiungendo quota 306, dopo aver conquistato i 20 grandi elettori assegnati dal Keystone State, gli 11 dell’Arizona, i 6 del Nevada e da ultimo i 16 della Georgia.

I Democratici hanno conservato la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti ma il Grand Old Party (GOP) ha accorciato il divario di seggi. I repubblicani, inoltre, manterranno probabilmente il controllo del Senato – saranno decisivi i ballottaggi per i rimanenti 2 seggi della Georgia il prossimo 5 gennaio (attualmente i repubblicani guidano 50 a 48). Con un tasso d’affluenza superiore al 68%, abbiamo assistito alle elezioni americane più partecipate negli ultimi 100 anni. Record che ha consentito ai due candidati di divenire i più votati di sempre nella plurisecolare storia del paese. Al 13 novembre, Biden viaggiava verso i 78 milioni di voti. Trump aveva superato la soglia dei 72 milioni di voti, migliorando notevolmente la sua performance sul 2016.

Grande partecipazione popolare favorita soprattutto dal massiccio ricorso al voto per posta e all’early voting – oltre 100 milioni di americani hanno votato con tali modalità. Incentivate dall’epidemia in corso e privilegiate dagli elettori democratici, più timorosi della diffusone del virus rispetto agli elettori repubblicani. Ciò ha contribuito a realizzare il previsto scenario di “red mirage”, con l’apparente vittoria di Trump nell’election night del 3 novembre, spazzata via nei successivi giorni di conteggio del voto per corrispondenza, in gran parte democratico. Ergo descritto da Trump come illegale perché truccato, al di là di ogni evidenza.

Il futuro di Trump

L’inquilino dello Studio Ovale ha rifiutato di concedere la vittoria al rivale. Con ciò ostacolando il processo istituzionale di transizione dei poteri, che tra l’altro prevede in favore del transition team del neoeletto presidente lo sblocco di milioni di dollari e l’accesso ai dossier di Agenzie e Dipartimenti federali, ivi comprese le informazioni riservate e classificate sulla sicurezza nazionale e il ricevimento del Daily Brief presidenziale da parte dell’Intelligence. Di più. Contro la realtà dei dati, Trump si è dichiarato vincitore presentandosi come vittima di brogli, ingaggiando una dura battaglia per il riconteggio dei voti presso i tribunali di 5 key States – Pennsylvania, Michigan, Nevada, Georgia e Arizona. Una dozzina i ricorsi presentati dal suo team di avvocati, molti dei quali già respinti dai giudici.

Secondo le ultime indiscrezioni, provenienti dall’interno della comunità di consiglieri del presidente, Trump potrebbe gradualmente accettare i risultati ma non riconoscere mai la propria sconfitta. Continuando ad alimentare i sospetti su un’elezione “rubata” per presentarsi alla propria base elettorale come vittima dell’establishment politico-mediatico-tecnologico-securitario (il c.d. Blob), in vista della decisiva campagna elettorale per il Senato che si sta combattendo in Georgia e di un eventuale, rinnovato impegno politico, diretto o indiretto (si vocifera sull’idea del presidente di fondare un network televisivo), con target al 2024.

Intanto, The Donald sta consumando le proprie vendette personali nei confronti degli apparati federali – da lui definiti in modo spregiativo come “the Deep State” – che ne hanno ostacolato e annacquato i propositi isolazionisti e protezionisti all’estero, nonché la retorica su “law and order” sul piano domestico.  A cadere è stato il Segretario alla Difesa Mark Esper, “eliminato” con un tweet e sostituito “ad interim” con Christopher C. Miller, direttore del National Counterterrorism Center. Sono seguite le dimissioni di alti funzionari civili del Pentagono, tra i più stretti collaboratori di Esper, sostituiti da posizioni considerate lealiste. I prossimi in lista licenziamento potrebbero essere il direttore dell’FBI Christopher Wray e il capo della Cia Gina Haspel.

Al di là delle speculazioni sul suo futuro politico, dietro la resistenza intrapresa da Trump vi è la pragmatica esigenza di sfuggire, una volta persa l’immunità presidenziale, a possibili rappresaglie legali da parte delle burocrazie federali, negoziando un salvacondotto dal prossimo Dipartimento di Giustizia. Oltre alle numerose cause statali penali per molestie sessuali, frode bancaria ed evasione fiscale e a quelle civili per frode fiscale aperte presso le Procure distrettuali di New York e Manhattan, è la possibile riapertura del fronte giudiziario “federale” connesso al c.d. “Russia probe”, che gli era costato la richiesta di impeachment poi respinta dal Senato repubblicano, a preoccupare il magnate newyorkese. 

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Il decisivo peso del Midwest nelle dinamiche socio-elettorali

Se il democratico Biden ha vinto queste elezioni, Trump e certamente il partito repubblicano non le hanno perse. Nonostante le conseguenze impattanti di Covid-19 sull’economia e le accuse di mala gestio sanitaria dell’epidemia. Quest’ultima probabilmente sopravvalutata, perché non avvertita come primario problema dai bianchi dell’“America profonda”, ancora una volta decisivi sul piano elettorale, perché heartland geopolitico del paese, portatori del canone identitario nazionale, profondamente germanico nell’affrontare di petto le avversità, nell’attitudine alla disciplina sociale, nel violento approccio al mondo.

Trump non è stato un “incidente della storia”. È riuscito a mantenere il sostegno del nucleo duro della sua costituencyelettorale, prevalentemente formata da maschi bianchi di mezza età, con basso livello di istruzione e di orientamento conservatore, protestante o cattolico. Abitanti dei sobborghi del sottoproletariato rurale e post-industriale della “Rust Belt”, nel decisivo Midwest. E nella “Cotton Belt” evangelica del Sud, interamente repubblicana.

Nel Dixieland ha avuto un certo peso la scelta narrativa del Commander-in-Chief di opporsi alla rimozione delle statue confederate, che lo ha portato a scontrarsi con gli apparati militari e con le élites politiche e mediatiche Yankees del Nord-Est (tra cui lo stesso Biden), da alcuni anni in pieno revisionismo storico contro il modello identitario degli Stati Confederati d’America, per chiudere definitivamente una guerra civile mai del tutto conclusa sul piano culturale e che rischia di minare l’unità del ceppo dominante bianco, base antropologica dell’impero.

Con l’eccezione della Georgia, vinta per la prima volta dal 1992 da un candidato democratico. Grazie alla massiccia opera di mobilitazione delle comunità afroamericane, avviata negli ultimi 4 anni da Stacey Abrams e cresciuta, specie tra i giovani, dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto bianco lo scorso maggio e la mancata presa di distanza di Trump dai suprematisti bianchi. Danneggiato dall’aver scientificamente gettato benzina sul fuoco durante i disordini razziali, contribuendo ad alimentare la polarizzazione sociale del paese.

Trump è persino riuscito ad ampliare il perimetro repubblicano, ottenendo un sostegno elettorale trasversale tra le coorti sociali ed etniche del paese. Ciò che lo stratega politico del GOP Brad Todd ha definito come “la nuova coalizione repubblicana”. Grazie ai successi economici ottenuti sino all’epidemia in termini di crescita e di minimi tassi di disoccupazione, a politiche “anti-socialiste” come il taglio delle tasse, alla dura postura nei confronti dei regimi di L’Avana e Caracas, ha conquistato nuove fette dell’elettorato nella minoranza ispanica, tutt’altro che politicamente monolitica secondo criteri etnici, perché in parte già assimilata al preminente canone identitario e culturale Wasp.

In Florida è riuscito a rafforzare il sostegno al GOP dei cubano-americani e delle diaspore venezuelane, su posizioni tradizionalmente conservatrici, ampliandolo anche a colombiani e nicaraguensi. Migliorando dell’11% le sue performance tra i latinos. Anche nella valle del Rio Grande, in Texas, una media di oltre 4 ispanici su 10 – prevalentemente chicanos – ha sostenuto Trump in diverse contee di confine fortemente latine come quella di Zapata. Ha perso invece l’Arizona – per la prima volta dal 1996 colorata di blu. Nello Stato del Grand Canyon Biden è riuscito a strappare un decisivo 10% di elettori repubblicani, sfruttando l’avversione trumpiana nei confronti dei chicanos (vedi Muro al confine e la dura retorica anti-immigrazionista), indotti ad una maggiore partecipazione a favore del democratico.

D’altra parte, Biden non ha ripetuto l’errore fatale commesso da Hillary Clinton nel puntare a rappresentare unicamente le minoranze del paese secondo una perdente strategia “majority minority”. Mantenendo un saldo controllo sulle ricche e multietniche coste e sulla minoranza afroamericana, il democratico è stato abile nel riuscire mobilitare una consistente parte di coloro che nel 2016 erano rimasti a casa.

Soprattutto, ha scientificamente mirato ad ampliare il proprio elettorato tra la classe media. A riconquistare i “blue collars”, german-americans, della regione dei Grandi Laghi – rivelatisi decisivi in poche migliaia di unità – in Pennsylvania, Michigan e Winsconsin. Vinti da Obama nel 2008 e nel 2012, conquistati nel 2016 dal magnate newyorkese di ascendenza tedesca che ne seppe incarnare la sofferenza economica, sociale e psicologica derivante dalla globalizzazione e dall’esposizione imperiale in termini di posti di lavoro persi, deindustrializzazione, costante crescita dell’immigrazione, permanente bellicosità interna ed esterna. Il tutto acuito dagli effetti economici di Covid-19 e dalle conseguenze impattanti delle guerre commerciali con la Cina, costate quasi 300.000 posti di lavoro, soprattutto manifatturieri, e circa 316 miliardi di dollari al pil Usa.

Consapevole dell’impossibilità strategica di rinunciare all’impero come promesso dallo sfidante, Biden ha quindi puntato su un’altra tattica. Offrendo un messaggio di riconciliazione e di unità. Per “ripristinare l’anima della Nazione“, ricostruirne i pilastri sociali, “guarire l’America” dalle criticità interne che la colpiscono. Impegnandosi ad allentare le tensioni razziali e le diseguaglianze economiche che affliggono il paese, attraversato da cleavages geografici, etnici, religiosi, residenziali e socio-culturali dei quali Trump è sintomo, non causa. Annunciando “una politica estera per la middle class”, strategicamente in piena continuazione con il predecessore. E promettendo ambiziose riforme economiche, fiscali, sanitarie, ambientali e sociali per alleviarne la fatica imperiale. Ciò che con un eventuale Senato controllato dai repubblicani e un diffuso malessere sociale potrebbe segnarne l’impasse nei prossimi anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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