LA BATTAGLIA PER L’ANIMA DELLA CHIESA CATTOLICA STATUNITENSE: COME IL TRUMPISMO INSIDIA IL PAPATO DI BERGOGLIO

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A Trump quel che è di Trump?

Rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio non è e non sarà semplice negli Stati Uniti. Contro ogni pretesa di verosimiglianza, per quattro anni la Presidenza Trump ha sposato le cause dei cristiani evangelici e dei cattolici più conservatori, fino a nominare la giudice conservatrice cattolica Amy Coney Barrett come nuovo membro della Corte Suprema degli Stati Uniti a fine ottobre 2020.

Una battaglia per le menti…e per i fedeli

Barrett è solo l’ultima dei tre giudici conservatori designati da Trum: dopo le nomine di Gorsuch e Kavanaugh, il conservatorismo in seno alla Corte Suprema si è rafforzato, e ha fatto intravedere la terra promessa, ovvero il rovesciamento della storica sentenza Roe v Wade. Pluri-divorziato e morigerato come solo chi ha un grattacielo in suo nome può essere, Trump ha corteggiato e vinto i voti dei cristiani evangelici: secondo un sondaggio condotto dalla Associated Press (AP), otto su dieci hanno votato per un secondo mandato Trump, confermando una tendenza che si era già vista nelle elezioni del 2016. A essere più divisi sono i cattolici, spaccati tra un orientamento che predilige l’impegno nel sociale e la volontà di difendere i dogmi della religione: sempre secondo AP, il 50% ha sostenuto il roboante e protestante Trump, mentre il 49% ha premiato il più moderato e cattolico Biden.

Tutte le divisioni portano a Roma

Questa spaccatura nell’elettorato cattolico riflette ed evidenzia una divisione più ampia nella Chiesa Cattolica Romana, una frattura che inizia a Città del Vaticano e si allunga fino a Washington. Le divisioni nascono a Roma, ma si rafforzano in terra americana, dove i rappresentanti della Chiesa Cattolica sono storicamente più conservatori e dogmatici dei loro analoghi europei.

Per partire da Roma, sono molti a disapprovare il rinnovamento della dottrina sociale da parte di Papa Francesco: la critica al capitalismo, la repulsione del populismo nazionalista, ma anche l’avvicinamento ai diritti della comunità LGBTQ, hanno alimentato accuse di politicizzazione, superficialità, e addirittura di eresia da parte di porporati e studiosi conservatori. L’ostilità del mondo cattolico più conservatore sfocia in aperta ostilità tra i membri della Chiesa Cattolica statunitense, che disapprova i tentativi di Papa Francesco di de-occidentalizzare il cattolicesimo mondiale. In particolare, quello che sembra disturbare i porporati statunitensi è l’attenzione di Papa Bergoglio verso il cattolicesimo nei Paesi in via di sviluppo, dove l’attenzione per i problemi sociali sorpassa e ingloba quelli relativi al dogma.

Del resto, è lo stesso ambiente in cui lui stesso è cresciuto come uomo e si è formato come sacerdote, e il cui retaggio lo avvicina ai cattolici progressisti e lo allontana da quelli conservatori.

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Viganò alfiere del Trumpismo?

In un’America ancora immersa nel fervore elettorale, vale la pena di evidenziare il ruolo di una figura tanto controversa quanto attiva nelle relazioni tra la Chiesa di Washington e quella di Roma. Il livore di Carlo Maria Viganò, arcivescovo ed ex nunzio apostolico a Washington, illustra con efficacia il rischio di una scissione, se non religiosa, almeno politica, tra le due chiese.

Sia durante che dopo l’incarico di nunzio, l’equivalente vaticano della carica di ambasciatore, Viganò si è rivelato essere uno degli critici più aspri del Papato di Bergoglio. Giunto a Washington nel 2011, si è avvicinato a personalità influenti come il cardinale Raymond Burke, uno degli alti prelati più convinti della necessità di condurre una guerra culturale contro l’ideologia gender e le unioni civili. Due anni dopo la fine del suo incarico, Viganò ha fatto circolare tra media conservatori il Dossier McCarrick, secondo il quale Bergoglio aveva ignorato gli abusi sessuali da parte dell’ex cardinale statunitense McCarrick. Tuttavia, né il clamore mediatico né l’ostilità politica contro Bergoglio hanno potuto fornire prove in merito, una mancanza fondamentale che ha spinto Viganò nel dimenticatoio dei media. Questo fino a giugno 2020.

Trump, il difensore della vera fede

A pochi mesi dalle elezioni presidenziali, Viganò sfrutta tutto il suo peso come ex nunzio per pubblicizzare la sua lettera a Donald Trump. La sua missiva risuona d’implicazioni politiche mentre scrive che le proteste per la morte di George Floyd sono uno strumento per legittimare un presidente diverso da lui, vittima delle macchinazioni di un deep State figlio delle tenebre demoniache. Allo stesso tempo, denuncia le distorsioni dei media liberal, che perseguono un’ideologia globalista che calpesta il diritto alla vita e la libertà religiosa.

La volontà di riaffermare una certa versione della religione cattolica come perno della vita pubblicariemerge in una seconda lettera, spedita a pochi giorni dalle elezioni. Forse in un estremo tentativo di coalizzare gli elettori cattolici in una fazione a favore di Trump, Viganò loda la sua difesa a favore della famiglia e della Patria, nonché dell’Occidente cristiano, contro quelle forze mondialiste e atee determinate a espropriare Dio dagli Stati Uniti, che si difendono dall’invasione dell’Islam e di altre entità che potrebbero destabilizzare il Paese. Inoltre, denuncia l’asservimento dei leader mondiali alla dittatura sanitaria, che calpesta la libertà e la felicità degli individui, una condizione di subordinarietà orgogliosamente combattuta dal Presidente Trump.

La mescolanza di temi religiosi, civili ed economici a cui Viganò dà vita è certamente estrema. Tuttavia, l’elemento da notare qui è l’intreccio metodico di un cattolicesimo avulso dalla lettura di Papa Bergoglio e un repubblicanesimo trumpiano, che invoca e manipola il cristianesimo per delegittimare un avversario politico in un contesto democratico.

 

Liberal, ma credente

Alla luce di questa formidabile arma retorica, forse non è un caso che, appena scopertosi Presidente-eletto, Joe Biden sia andato in chiesa a seguire la funzione mattutina. Come a dire: posso essere un buon credente ed essere progressista. Qualunque cosa dicano Viganò e Burke.

 

 

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