L’AMMINISTRAZIONE TRUMP IN AFRICA: STORIA DI UN SUCCESSO SBIADITO

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Negli ultimi anni, le problematiche interne degli Stati Uniti hanno avuto un riverbero importante sulla politica estera, dove gli States, lungi dall’abbandonare le tradizionali mire geopolitiche, hanno necessariamente dovuto ridefinirne gli ambiti, circoscrivendoli a poche aree di massima importanza per gli interessi economici, commerciali e militari americani. Tali circostanze hanno avuto importanti ripercussioni anche sulle politiche americane in Africa con effetti tuttavia più contenuti rispetto a quelli riportati dai media internazionali.

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Sembra ormai molto lontano il tempo in cui l’interventismo americano in politica estera era uno degli elementi caratterizzanti delle varie presidenze. L’onnipresenza americana ha infatti per lungo tempo cercato di sintetizzare il “disordine internazionale” derivante dalla fine del sistema bipolare, cercando di promuovere e affermare nel mondo quell’occidentalizzazione che pareva, alla fine del ‘900, il fisiologico destino dell’ umanità.

Le novità intervenute con l’inizio del nuovo millennio tuttavia, hanno messo in evidenza i limiti e le criticità di un sistema così solido all’apparenza quanto aleatorio nella sostanza. Gli Stati Uniti, eletti a guida del mondo libero occidentale, si sono trovati in un brevissimo arco di tempo a dover fronteggiare una moltitudine così eterogenea di problemi (terrorismo, crisi economica e sociale, crisi razziale) da dover necessariamente rivolgere lo sguardo all’interno, salvando loro stessi a scapito della leadership globale.

Questo stato di cose ha avuto soprattutto negli ultimi anni un importante riverbero in politica estera. Quello che per anni era stato nella sostanza un interventismo su larghissima scala, è stato di fatto rimodulato in una serie di interventi ridotti e strategici, ordinati secondo priorità. Come hanno fatto notare alcuni analisti internazionali, una “volutamente” distorta interpretazione di questa situazione, ha fatto parlare di chiusura autarchica degli States, ipotesi rafforzata da uno delle principali parole d’ordine di Donald Trump, “America First”.

Anche in Africa, la politica dell’ormai ex Presidente ha subito gli effetti di questa narrazione, sebbene alla luce dei fatti, la stessa potrebbe rivelarsi migliore di quanto si possa pensare. Già dalla campagna elettorale che lo aveva portato alla sala ovale, Trump aveva mostrato uno scarsissimo interesse per l’Africa, con dichiarazioni talvolta al limite dell’accettabilità. Una volta insediata però, la sua amministrazione si è posta in continuità con quelle precedenti, soprattutto in virtù dell’appoggio di entrambe le forze politiche al Congresso alle questioni africane.

Nonostante la manifesta fragilità del sistema socio-economico americano infatti, sarebbe stato impossibile negare l’importanza geo-strategica dell’Africa, relativa soprattutto alla presenza di innumerevoli risorse naturali, al potenziale di sviluppo economico e industriale e al sempre più rilevante contenimento del “nemico cinese”, che soprattutto negli ultimi anni, tramite un massiccio piano di investimenti infrastrutturali, ha ritagliato nel continente il suo posto al sole.

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Sulla base di questo scenario sono state tracciate a fine 2018 le linee guida della politica repubblicana in Africa, sintetizzabili in 4 direttrici fondamentali:

  • Impiegare il potenziale della gioventù africana come forza per l’ingegno e la prosperità
  • Lavorare con i giovani africani per creare condizioni di stabilità in Africa e per incoraggiare gli investimenti nel territorio
  • Promuovere la pace e la sicurezza attraverso la partnership con i governi africani
  • Contrastare la narrativa cinese e chiarire che l’importanza dell’impegno americano in Africa non ha eguali

Come sottolineato da Tibor Nagy (Segretario aggiunto dell’ufficio per gli affari africani), l’Africa è al centro di uno “tsunami giovanile”. La popolazione infatti di per sé molto giovane, è destinata a raddoppiare nei prossimi trent’anni, rappresentando un serio problema non solo in termini economici, quanto più di tenuta sociale, risultando difficile (se non impossibile) per la maggior parte degli Stati africani, creare occupazione e nuove opportunità per mitigare questa tendenza.

I giovani africani infatti, alla stregua dei loro coetanei nelle altre parti del mondo, desiderano un futuro migliore, condizioni di vita stabili e soddisfacenti e la possibilità di realizzare i propri sogni. Siffatto desiderio si scontra inesorabilmente con le scarse possibilità che nel continente gli vengono offerte. Ciò produce inevitabilmente esternalità negative su numerosi altri aspetti, come ad esempio le migrazioni. A tal riguardo, l’iniziativa sicuramente più interessante del governo americano, è la Young African Leaders Initiative (YALI), nata nel 2010 sotto la presidenza Obama e portata avanti dall’amministrazione Trump. Si tratta nella sostanza di un network che permette ai giovani africani di accedere a programmi di formazione mirati, tenuti da esperti di vari settori. Tramite questa rete, i giovani vengono messi a contatto con i principali leader politici del proprio territorio al fine di trasmettergli le conoscenze e le capacità per risolvere le principali criticità economiche e sociali che attanagliano la loro comunità.

Lontano dalle logiche dei tradizionali “aiuti allo sviluppo” di cui abbiamo tempo addietro messo in evidenza limiti e criticità, la Young African Leaders Initiative ha garantito a molti giovani africani una formazione utile al raggiungimento di posizioni di rilievo nell’attuale scenario economico africano. Vi sono fra loro politici, amministratori delegati e numerosi imprenditori, che in virtù delle competenze acquisite sono oggi capaci di creare imprese e posti di lavoro, promuovendo la resilienza del sistema continentale nel suo complesso. A sostegno di questa iniziativa l’amministrazione americana ha anche attivato nuovi partenariati universitari che parallelamente a quanto sopra descritto, favoriranno lo scambio di esperienze e conoscenza fra le parti coinvolte.

Sul versante economico, il progetto più innovativo dell’amministrazione Trump è invece il Prosper Africa, uno strumento innovativo finalizzato ad aumentare il commercio e gli investimenti fra le due sponde dell’oceano Atlantico. Questa iniziativa ha una duplice valenza, una pratica e una simbolica. Se dal primo punto di vista infatti essa è utile alla promozione di numerose opportunità imprenditoriali in Africa per investitori e imprenditori americani, dall’altro si inserisce in un preciso progetto di opposizione frontale alla narrativa cinese del sostegno asiatico allo sviluppo africano. Con questo progetto gli Stati Uniti vogliono rovesciare la retorica del disinteresse americano nei confronti dell’Africa, evidenziando al contempo i reciproci vantaggi economici che da questo legame potrebbe derivare. Tale piano, che nelle dichiarazioni dei suoi fautori aumenterà in maniera considerevole la prosperità e la stabilità di entrambe le parti coinvolte, produrrà effetti positivi su numerosi altri settori, fra i quali l’occupazione, centrale in qualsivoglia intervento di sostegno in territorio africano.

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Non meno importante per il supporto economico al continente africano è il Better Utilization of Investments Leading to Develompent Act (BUILD), da cui ha avuto origine la Development Finance Corporation (DFC), una nuova società di finanziamento allo sviluppo. Il BUILD si sostanzia in un nuovo sostegno economico per gli imprenditori privati americani che vogliono investire in Paesi in via di sviluppo. In termini pratici, permette ai primi di accedere a prestiti che normalmente le banche, in virtù dell’altissimo rischio d’impresa, non concederebbero, così da finanziare progetti in Stati fragili, creando posti di lavoro e nuove opportunità economiche reciprocamente vantaggiose.

Appare evidente come questi progetti, sebbene utilissimi per l’Africa, rispondano in primis all’esigenza prioritaria di contenere l’allarmante espansione cinese nel continente. La narrazione secondo la quale gli Stati Uniti si sarebbero infatti completamente disinteressati della loro controparte oltreoceano, avrebbe negli ultimi tempi rafforzato la presa del gigante cinese nel Continente nero. L’obiettivo dissimulato di queste politiche sarebbe dunque quello di confutare questa negligenza, ribadendo piuttosto l’entità e la durata nel tempo del sostegno americano, che in termini numerici dimostra di non avere eguali.

I leader africani tuttavia hanno fatto propria la retorica dell’indifferenza americana e ne sono dimostrazione da una parte le manifestazioni di apertura nei confronti di Cina e Russia e dall’altra l’endorsement al neo Presidente eletto Joe Biden, visto come auspicabile soluzione ad un’amministrazione distante e inconcludente come quella che lo ha preceduto. Seguitando quanto sopra messo in evidenza, appare evidente che non si sia trattato tuttavia di vera e propria indifferenza. Il problema è a mio avviso ravvisabile nel limite comunicativo dell’amministrazione uscente, che dell’America First è stata vittima oltre che promotrice.

La presidenza Biden, che verosimilmente si porrà in continuità con quella precedente in quanto a politiche africane, dovrebbe sfruttare questo cortocircuito comunicativo per rilanciare la partnership fra il Continente nero e Washington. Sarebbe utile anzitutto non parlare più di sviluppo africano esclusivamente in rapporto al contenimento cinese, al fine di evitare l’identificazione del continente come il campo di combattimento di una nuova Guerra Fredda. Quello che personalmente ritengo gli Stati Uniti dovrebbero fare oggi è offrire un’alternativa ai Paesi africani. Investire cioè in settori quali l’occupazione, la formazione professionale e la cultura, per rimettere l’uomo e le comunità al centro del sistema, evidenziando così quella labile ma fondamentale separazione fra sfruttamento e solidarietà, che il popolo africano non mancherà di riconoscere a tempo debito.

 

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