LA STORIA (IR)RISOLTA DELLE ARMI CHIMICHE IN SIRIA

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Le ultime dichiarazioni del rappresentante permanente della Siria presso le Nazioni Unite hanno fatto emergere nuovi sviluppi in merito alla produzione e all’utilizzo delle armi chimiche nel paese.

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Nel 1948 con la locuzione armi di distruzioni di massa, le Nazioni Unite indicano armi di tipo nucleare, chimico o biologico le quali possono causare la distruzione di intere popolazioni con effetti devastanti sull’ecosistema globale. A seguito alla crisi dei missili cubani del 1962, Russia e Stati Uniti, le due superpotenze del sistema internazionale del tempo, comprendono di avere interessi comuni nel controllo di tali armi e firmano, pertanto, una serie di trattati internazionali per ostacolarne la proliferazione al livello globale. Tra questi il Trattato di Non Proliferazione (TNP) del 1968, la Convenzione sulle armi biologiche (BWC) del 1975 e infine la Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche del 1993.

A seguito della Guerra del Golfo del 1991, le Nazioni Unite e gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica sostengono che l’Iraq abbia sviluppato delle notevoli capacità nucleari. Alla luce di ciò, due anni dopo, l’allora segretario della difesa statunitense Leslie Aspin sottolinea la necessità di dover adottare strategie efficaci al livello internazionale per contrastare le ‘’imminenti minacce’’ rappresentante da stati quali Iraq e Corea del Nord. Secondo l’amministrazione Clinton, non è possibile affrontare i leader di questi paesi adottando strategie di deterrenza nucleare, in quanto mossi dal fanatismo ideologico e religioso. Pertanto, si rivela necessario un intervento militare. Il che, nel caso dell’Iraq, verrà realizzato nel 2003 sotto la presidenza di George Bush.  Quest’ultimo fa rientrare nel cosiddetto ‘’asse del male’’, oltre allo stato iracheno, anche la Siria, la quale si era dichiarata contraria all’invasione americana dell’Iraq.

Già negli anni Ottanta, Washington sospetta che il paese in questione disponga di armi di distruzioni di massa, tra cui missili superficie-superficie, dotati di munizioni chimiche. Vengono identificati tre impianti destinati alla produzione di armi chimiche nei pressi di Homs e Aleppo. La leadership politica siriana giustifica il possesso di queste armi per controbilanciare le minacce rappresentate da Israele e Iraq, i suoi due rivali regionali. Secondo le autorità governative, Israele disponeva di un arsenale nucleare, il che è stato sempre negato da quest’ultimo in nome della sua politica di ‘’ambiguità strategica’’. Per quanto riguarda l’Iraq, Saddam Hussein aveva utilizzato armi chimiche nella guerra del 1980 contro l’Iran, in cui la Siria si era alleata con Teheran, e la sua politica estera aggressiva destava non poche preoccupazioni presso gli stati del sistema regionale medio-orientale.

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Tuttavia, è con lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011 che la questione delle armi di distruzione di massa in Medio Oriente finisce nuovamente sotto l’attenzione della comunità internazionale e, in primis, degli Stati Uniti. Il 20 agosto 2012, il presidente Barack Obama mette in guardia il governo siriano, e gli altri attori coinvolti nel conflitto in corso nel paese, di non usare armi chimiche. In caso contrario Washington sarebbe intervenuto militarmente in Siria. In risposta, i funzionari governativi di Damasco rispondono che nessuna arma chimica sarebbe stata utilizzata dal governo siriano, a meno che il paese non avesse dovuto affrontare un’aggressione esterna.  

Nel giugno 2013, il presidente americano accusa il governo di Bashar di aver utilizzato armi chimiche su scala locale per colpire le forze antigovernative, a cui Washington offre il suo sostegno logistico e militare.   Il 21 agosto 2013 si consuma a Ghouta, nella periferia di Damasco, un terribile attacco chimico. Due aree controllate dall’opposizione siriana vengono colpite da razzi contenenti l’agente chimico sarin, causando la morte di 1729 persone, tra cui bambini. Il governo siriano nega di essere coinvolto nell’accaduto. I media regionali sostengono invece che dietro quest’ultimo ci siano gruppi terroristici appartenenti al nascente Stato Islamico. A seguito dell’episodio di Ghouta, Washington minaccia un intervento militare occidentale a guida statunitense in Siria. Si oppongono Cina e Russia, membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A settembre 2013 lo stesso Consiglio di Sicurezza adotta una risoluzione che dispone l’imminente eliminazione delle armi chimiche presenti in Siria. Il governo siriano aderisce alla Convenzione sulle armi chimiche del 1993, accettando la distruzione di tutti i materiali chimici presenti nel paese e mostrandosi disposto a collaborare con gli organi internazionali preposti. L’operazione di disarmo viene compiuta congiuntamente dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPWC) e dalle Nazioni Unite, con lo scopo di trasportare le sostanze chimiche più pericolose in alto mare e distruggerle. Il che, tuttavia, non ha fermato il susseguirsi di altri attacchi chimici negli anni successivi.

Nell’agosto 2016, rapporti delle Nazioni Unite e dell’OPCW accusano le forze governative siriane di aver utilizzato bombe al cloro sulla città di Talmenes, Sarmin e Qmenas tra il 2014 e il 2015. L’attacco chimico avvenuto nell’aprile 2017 a Khan Sheikhoun, nei pressi di Idlib, porta alla morte di più di ottanta civili. Un’indagine internazionale compiuta a settembre dello stesso anno fa ricadere la responsabilità dell’accaduto sul governo siriano. A novembre 2017, un attacco di gas tossico ferisce oltre cento persone ad Aleppo. In merito a quest’ultimo episodio, Siria e Russia affermano che i responsabili siano alcuni gruppi ribelli, adottando una non chiara distinzione tra gruppi di resistenza armata e organizzazioni terroristiche. La stessa strategia adottata dal governo siriano sin dallo scoppio della guerra civile per neutralizzare qualsiasi minaccia interna ed esterna al regime. Ad aprile 2018, l’OPCW pubblica un rapporto in cui accusa il governo siriano di essere responsabile degli attacchi chimici avvenuti l’anno precedente nel villaggio di Ltamenah. Il documento riporta che aerei ed elicotteri da combattimento hanno sganciato sarin e cloro sul villaggio.  

Le ultime dichiarazioni di Bashar Al-Jaafari, il rappresentante permanente della Siria presso le Nazioni Unite, hanno riportato nuovamente sotto i riflettori della comunità internazionale la questione della produzione e dell’utilizzo di armi chimiche in Siria.  Durante la riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avvenuta il 6 novembre di quest’anno, Al-Jaafari ha preso parola dichiarando che le armi chimiche presenti nel paese sono state definitivamente distrutte, insieme ai loro impianti di produzione. In tale occasione, egli ha sottolineato l’impegno mostrato in questi anni dal governo siriano nel cooperare con le organizzazioni internazionalizzali e adempire agli impegni della Convenzione sulle armi chimiche.

 

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E ha aggiunto quanto segue. “Sebbene i paesi occidentali abbiano assistito con gli occhi dei loro rappresentanti alla distruzione delle scorte di armi chimiche in Siria, a bordo di una nave americana e di altre navi appartenenti a paesi europei, alcuni paesi hanno mantenuto le loro posizioni ostili nei confronti della Siria e hanno cercato di aumentare l’escalation e la politica pressione.” Il riferimento è agli Stati Uniti e all’amministrazione Trump.

Nel suo discorso, Al-Jaafari ha anche fatto riferimento alla ‘’campagna ingannevole’’ contro l’Iraq messa in atto dalle potenze occidentali tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, la quale ha portato all’intervento militare americano nel paese sulla base di informazioni false riguardanti la presenza di armi di distruzione di massa da parte del governo di Saddam Hussein. A che scopo? Al fine di sottolineare il fatto che le stesse potenze occidentali, che hanno invaso nel 2003 l’Iraq e che hanno compiuto una ‘’campagna di demonizzazione’’ ai danni della Siria, hanno fornito, nel corso degli anni, supporto tecnico e militare ad Israele, permettendogli di rafforzare il suo arsenale di armi. Se agli occhi della comunità internazionale, e in primis degli Stati Uniti, le principali preoccupazioni riguardo la produzione e l’utilizzo di armi di distruzione di massa in Medio Oriente provengono dal programma nucleare iraniano, per la Siria invece, in passato come oggi, l’‘’ambiguità strategica’’ di Israele costituisce una forte minaccia.

Quello che emerge dai numerosi attacchi chimici che si sono verificati in Siria di recente è che, con la progressiva regionalizzazione e internazionalizzazione della guerra civile, le norme tradizionali del conflitto armato sono state sostituite da nuove tattiche che prevedono il bombardamento indiscriminato di civili e l’uso ripetuto di armi chimiche. Queste strategie di hard power hanno causato numerose vittime e danni permanenti a milioni di civili i quali, nel tentativo di sfuggire agli orrori del conflitto, hanno dato vita a una diaspora di grandi dimensioni, a cui la comunità internazionale arranca nel trovare una soluzione. Allo stesso modo di come trova difficoltà nel far chiarezza sugli attacchi chimici che si sono susseguiti nel paese negli ultimi anni e nel punirne i responsabili.

 

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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