PECHINO 2022: LE OLIMPIADI INVERNALI RISCHIANO IL BOICOTTAGGIO INTERNAZIONALE

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Quando nel 2008 Pechino ha ospitato la 29esima edizione dei Giochi olimpici, numerose sono state le critiche provenienti dalla comunità internazionale. Oggi, più di allora, mentre Pechino si prepara a ospitare le Olimpiadi invernali del 2022, più voci chiedono al Comitato Olimpico Internazionale di boicottare l’evento.

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Le Olimpiadi di Pechino del 2008 hanno segnato la definitiva ascesa della Cina tra i grandi della comunità internazionale. L’evento è stato per Pechino un’occasione senza precedenti: per la prima volta con gli occhi e le telecamere di tutto mondo puntate su di sé, il governo cinese poteva controllare la narrativa con cui ci si riferiva al Paese, se non altro nel contesto dell’evento sportivo. Nel 2008, la Cina era già una delle maggiori potenze economiche a seguito delle riforme iniziate negli anni ’80 che l’avevano portata a mantenere un tasso di crescita medio del PIL al 10%, comportando enormi cambiamenti politici e sociali e aprendo maggiormente il Paese all’influenza occidentale. Tuttavia, se molti credevano e speravano che le Olimpiadi del 2008 avrebbero ulteriormente avvicinato la Cina all’Occidente aprendo la strada a un decennio di maggiore integrazione, liberalizzazione e democratizzazione, Pechino ha sfruttato quest’evento a proprio favore senza che le conseguenze tanto attese dai Paesi occidentali si concretizzassero.

Per la Cina, già economicamente forte e integrata nelle principali organizzazioni internazionali, le Olimpiadi di Pechino del 2008 sono state un palcoscenico senza precedenti per lo sviluppo e il rafforzamento del soft power necessario per diventare una grande potenza a tutti gli effetti. Secondo la definizione di Joseph Nye, per soft power si intende la capacità di influenzare gli altri nell’ottenere i risultati desiderati senza l’utilizzo di metodi coercitivi. Per la Cina, il soft power rappresentava al tempo un nuovo campo di cooperazione e competizione e il suo sviluppo era per questo ritenuto una priorità fondamentale dal governo. Le Olimpiadi del 2008 erano quindi state percepite dal Partito Comunista Cinese (PCC) come un’occasione per la costruzione di un’immagine internazionale che riflettesse la percezione che il PCC voleva si avesse del Paese nel mondo. Per questo motivo, gli investimenti effettuati dalla Cina dal 2001 al 2008 sono stati ingenti, con 40 miliardi di dollari investiti solo nelle infrastrutture, e volti a creare una Pechino moderna, digitale e pulita. Nonostante gli sforzi cinesi, però, la 29esima edizione delle Olimpiadi non si svolse senza che certi atteggiamenti della RPC passassero inosservati. In particolare, la questione tibetana suscitò un certo scalpore a livello internazionale, quando l’ennesima protesta di monaci buddisti nel marzo 2008 in Tibet fu violentemente repressa dal governo tra le critiche internazionali e le richieste da parte di numerose associazioni e organizzazioni per i diritti umani di boicottare i Giochi olimpici.

 

Se nel 2008 le voci di dissenso nei confronti della Cina erano deboli e a tratti controcorrente, lo stesso non vale per le Olimpiadi invernali che si terranno a Pechino nel 2022. Nei 14 anni intercorsi tra le due edizioni sono molti i fattori a essere cambiati per la Cina e per le sue relazioni con il resto della comunità internazionale, con un rischio di frizione su diverse questioni sempre maggiore. A settembre 2020, oltre 160 organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto al Comitato Olimpico Internazionale di riconsiderare l’assegnazione delle Olimpiadi invernali alla Cina alla luce delle continue violazioni di diritti umani da parte del Paese nella Mongolia Interna, in Tibet, a Hong Kong e in particolare nella regione cinese occidentale dello Xinjiang. In Australia, dopo le richieste di due senatori, la possibilità di boicottare i Giochi olimpici è addirittura stata discussa in parlamento e il Segretario di Stato britannico Dominic Raab non esclude la possibilità di un boicottaggio da parte del Regno Unito, dopo aver dichiarato che non è sempre possibile separare lo sport da diplomazia e politica. Politici e attivisti di diversi Paesi stanno cercando di esercitare pressioni sui propri governi affinché l’atteggiamento definito dittatoriale a aggressivo della Cina non passi impunito dalla comunità internazionale.

 

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Con le Olimpiadi del 2022, Pechino diventerebbe la prima città a ospitare sia l’edizione estiva che quella invernale dei Giochi olimpici con un aumento di prestigio a livello internazionale non indifferente. Così come l’edizione del 2008, quella del 2022 si prospetta come uno spettacolo culturale volto a sottolineare il ruolo della RPC non solo come potenza economica, ma anche tecnologica e culturale. A differenza dell’edizione estiva, però, i Paesi che partecipano ai Giochi invernali sono minori in numero e vedono un’alta concentrazione di Paesi sviluppati e democrazie liberali, maggiormente esplicite riguardo la condanna delle violazioni di diritti umani della Cina. Oltre a questa differenza, è necessario sottolineare come i Giochi olimpici del 2022 si inseriscono in un contesto ben diverso da quello del 2008. Se all’inizio del nuovo millennio esisteva ancora una speranza condivisa da molti che la partecipazione ai Giochi olimpici di Pechino avrebbe contribuito ad accelerare la sua liberalizzazione e la sua integrazione nel sistema internazionale, è oggi evidente che questo esito è altamente irrealistico. A questo elemento va aggiunto il contesto di sfiducia ai massimi storici che stanno vivendo le relazioni della Cina con l’Occidente, in particolare con gli Stati Uniti, a seguito della guerra commerciale e tecnologica che ha dominato i quattro anni di amministrazione Trump, nonché la sfiducia internazionale legata alla gestione da parte della Cina della pandemia di Covid-19.

Tutti questi elementi contribuiscono a dipingere un quadro preoccupante per Pechino. Nonostante i tentativi da parte del Comitato Olimpico Internazionale di non politicizzare i Giochi, non sarebbe la prima volta che il Comitato cede alla pressione internazionale, come è successo dal 1964 al 1992 quando il Sud Africa è stato escluso dai Giochi per via dell’apartheid in corso nel Paese. Allo stesso tempo, la Cina di oggi ha un peso ben diverso a livello internazionale e una decisione a suo sfavore da parte del Comitato Olimpico rimane fortemente irrealistica. Dall’altra parte, le democrazie occidentali stanno diventando sempre più insistenti nei confronti della Cina e questa volta hanno un ruolo preminente nei Giochi invernali del 2022; se la decisione di boicottare i Giochi dovesse concretizzarsi, questo lascerebbe l’evento con pochi partecipanti e l’immagine della Cina ne risentirebbe enormemente. Bilanciare gli interessi di ciascun Paese non sarà facile, ma se Pechino non vuole che il suo soft power e la sua immagine soffrano un duro colpo non avrà altra scelta.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

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