L’ATTIVISMO DI PUTIN IN POLITICA ESTERA PREMIA ANCORA LA RUSSIA

Più volte mi è capitato di parlare del neo attivismo russo in politica estera; dalla caduta dell’Unione Sovietica fino al conflitto in Siria, se si esclude la parentesi delle due guerre cecene degli anni ’90, la Federazione Russa, con la guida del Presidente Putin,  ha giocato un ruolo statico, in attesa che le condizioni interne migliorassero  il consolidamento del proprio potere politico, per poi concentrarsi nuovamente su un attivismo internazionale degno dei migliori anni dell’URSS.

Dopo la Siria, la Russia è diventata nuovamente peso e forza determinante nello scacchiere politico internazionale, tanto da risultare decisiva per la risoluzione del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. Il 9 novembre 2020, il presidente della Repubblica dell’Azerbaigian Aliyev, il primo ministro della Repubblica di Armenia Pashinyan e il presidente della Federazione Russa hanno firmato una dichiarazione in cui si garantisce un cessate il fuoco ufficiale. Tale soluzione ha interrotto tutte le ostilità nella zona del conflitto del Nagorno-Karabakh a partire dalle ore 00:00 ora di Mosca del 10 novembre 2020, stabilendo che sia la Repubblica dell’Azerbaigian, sia  la Repubblica d’Armenia debbano fermarsi nelle loro attuali posizioni.

Come garante di questo accordo, interverrà in loco un contingente di peacekeeping della Federazione Russa dispiegato lungo la linea di contatto nel Nagorno-Karabakh e lungo il corridoio che collega il Nagorno-Karabakh con la Repubblica d’Armenia. La Federazione Russa interverrà con una forza di pace consistente, circa 1.960 militari,  per controllare il cessate il fuoco e le operazioni militari nella zona teatro del conflitto; il contingente inoltre comprende 90 veicoli corazzati e 380 unità di veicoli e attrezzature speciali. Il presidente azero lham Aliyev, ha altresì dichiarato che  anche la Turchia prenderà parte alle attività di mantenimento della pace  in Karabakh.  Ancora sono poco chiare le modalità secondo le quali la Turchia interverrà sul territorio, ma questa scelta da parte di Ankara lascia intuire la volontà di non abbandonare a Mosca  l’esclusiva influenza su un territorio che risulta essere fondamentale per la politica espansionistica di Erdogan. Ricordo a tutti i lettori che Armenia e Azerbaigian, sono gli unici due Stati – di ridotte dimensioni – che si frappongono tra Russia e Turchia; per Mosca espandere la propria influenza in quel territorio risulta quanto mai fondamentale per controllare meglio le mosse del vicino turco.

Dopo la Siria, quindi, adesso i militari russi, seppure come forza di pace, sono gli unici a mettere piede anche nella regione transcaucasica. Questa per Mosca costituisce una vittoria di non poco conto, a breve spiegherò il perché. Per gli sfollati e i rifugiati, di ritorno nel territorio del Nagorno-Karabakh e nelle aree adiacenti, è intervenuto il controllo dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Tutti i collegamenti economici e i trasporti nella regione sono sbloccati. Le autorità preposte del Nagorno-Karabakh sono assistite  da presidi della guardia di frontiera russa nell’ azione  di   controllo delle  vie di comunicazione e  dei trasporti. Presumo che tali accordi raggiunti creeranno tutte quelle condizioni necessarie per una soluzione se non proprio definitiva ma certamente di lungo durata e risolutiva  della crisi del Nagorno – Karabakh, in quanto l’intesa  é radicata su solide basi di correttezza e  di imparzialità e, inoltre, persegue i duplici interessi  dei popoli armeno e azero.

La vittoria diplomatica di Mosca sta innanzitutto nell’essere stato l’unico governo ad essersi seriamente interessato alla questione; il conflitto è stato lontano dai riflettori sia degli Stati Uniti, che attualmente vivono un conflitto civile di politica interna, sia dell’Unione Europea. Bruxelles si trovava in una posizione piuttosto scomoda, non poteva apertamente schierarsi con nessuna delle due parti in lotta, visti gli interessi economici che legano l’Europa all’Azerbaigian e gli interessi politici  che legano la stessa Unione anche all’Armenia, secondo molti osservatori l’UE vorrebbe espandere i propri confini proprio in Armenia, tanto che si pensa che nei prossimi anni Yerevan possa intraprendere il percorso di adesione all’Unione.

Oltre a questo, la Russia ha stabilito un rapporto diretto ed imparziale con entrambi i governi, sia quello armeno che azero; questo è stato visto da molti come il tradimento di Mosca nei confronti degli armeni, dato che molti si sarebbero aspettati l’intervento e/o il supporto diretto della Russia all’Armenia nelle fasi cruciali del conflitto, come ha fatto la Turchia supportando con le proprie milizie irregolari i combattenti azeri. La scelta di Mosca però, se da una parte può essere vista come un tradimento, dall’altra dà credibilità diplomatica internazionale a Putin; inoltre con tale azione diplomatica ha fugato qualsiasi dubbio che la controparte azera avrebbe potuto nutrire; la “buona fede” della Russia, col decorre del tempo, si è sempre più consolidata, in quanto nello scacchiere internazionale é l’unica potenza   ad essere garante del cessate il fuoco.

Le forze di pace inviate da Mosca – che si schiereranno su 16 postazioni di osservazione lungo la linea di contatto in Nagorno-Karabakh e lungo il corridoio Lachin per monitorare il rispetto degli accordi tra Armenia e Azerbaigian – non sono solo l’unico strumento che Mosca sta adoperando per ampliare la propria sfera di influenza nella regione. Infatti, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto sull’istituzione di un centro interdipartimentale per la risposta umanitaria in Nagorno-Karabakh. Le funzioni del centro includeranno l’agevolazione del ritorno dei rifugiati e il ripristino delle infrastrutture della regione. “Stabilire che le principali funzioni del Centro interdipartimentale sono: assistenza al rientro dei cittadini che hanno lasciato le regioni del Nagorno-Karabakh ai luoghi di residenza permanente; assistenza agli organi statali della Repubblica dell’Azerbaigian e della Repubblica d’Armenia per il ripristino delle infrastrutture civili nel Nagorno-Karabakh e la creazione di condizioni per la vita normale della sua popolazione ”, è quanto appare scritto nel decreto.

Il centro sarà anche responsabile di garantire il coordinamento delle attività degli enti statali russi e delle organizzazioni pubbliche per fornire assistenza umanitaria ai residenti delle regioni del Karabakh colpite dalle ostilità. Il leader russo ha affermato sulla necessità di creare un centro per aiutare i residenti della regione durante un incontro per risolvere le questioni umanitarie nella regione del Nagorno-Karabakh. Quanto stabilisce il decreto risulta essere un formidabile strumento di soft-power utilizzato dal Cremlino, un’azione simile a quella già vista in Siria. Non sono armi ma anche ricostruzione e mantenimento della pace, in questo modo Mosca ritorna prepotentemente nelle vicende dello scenario internazionale, stabilendo così una politica estera che non mira solamente al singolo intervento militare, ma alla stabilità del territorio, mantenuta ovviamente con il favore di Mosca  e l’espansione dell’influenza russa nella regione.

 

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