TRA REALTÀ E FICTION: IL PROCESSO DEMOCRATICO È UNA COSA SERIA

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La democrazia è forma e sostanza: non vive solo di urne e voti, ma anche di tempi e procedure. Gli elettori statunitensi si sono espressi, ma il processo elettorale non è affatto finito: occorrerà attendere la riunione del 14 dicembre dei Collegi Elettorali, poi gennaio con la proclamazione ufficiale del Presidente eletto e, infine, la conclusione del processo di transizione. Nel frattempo, il team legale del Presidente Trump sta promuovendo battaglie legali in cinque Stati (Arizona, Pennsylvania, Nevada, Georgia, Michigan) su presunte irregolarità nel voto per corrispondenza. Sebbene il riconoscimento della sconfittada parte di un Presidente uscente non sia indispensabile, le resistenze di Trump potrebbero inficiare sul passaggio di consegne, rendendo la transizione meno collaborativa e più tribolata. Vediamo quali saranno i prossimi passaggi chiave e perché meritano attenzione.

In attesa dei risultati definitivi, le proiezioni schiaccianti hanno dato la vittoria a Joe Biden. I principali media americani lo hanno dichiarato Presidente; ma per il momento Biden lo è solo virtualmente. Una data importante sarà quella del 14 dicembre, quando i Collegi Elettorali si riuniranno nelle rispettive capitali per contare i voti alla Presidenza e alla Vicepresidenza. Come costituzionalmente previsto, tale appuntamento è fissato nel primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre. In seguito, verranno mandati i risultati elettorali al Senato, agli Archivi Nazionali e ai funzionari federali. L’ultima fase spetterà al Congresso, che si riunirà il 6 gennaio per dichiarare il prossimo Presidente. Per garantire una certa continuità di Governo, nonché l’efficacia del processo, l’ordinamento americano prevede l’istituto della “transizione di potere” tra i due Presidenti.

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La transizione, disciplinata dal “Presidential Transition Act” del 1963, è gestita dal team di transizione del Presidente eletto. Il team, indipendente ed estraneo alla campagna elettorale del Presidente, viene formato e finanziato dal General Services Administration (GSA), un’agenzia governativa di Washington. La ratio del team di transizione è quella di far acquisire alla nuova amministrazione le informazioni necessarie per l’attività federale ed introdurre il programma presidenziale. Biden ha dichiarato che il processo è già iniziato; ma Trump non ha la minima intenzione di agevolarlo. Tanto che il Transition Center ha esortato il Presidente uscente ad “iniziare immediatamente il processo di transizione e concedere al team di Biden di entrare in possesso delle risorse disponibili a tal scopo”.

A ciò si collega la strategia legale di Trump, il quale spera che a seguito delle indagini accolte dal Dipartimento di Giustizia possano emergere entro il 14 dicembre irregolarità di qualunque tipo sul voto. Qualora risulteranno prove in questo senso, il Presidente Trump darà avvio ad una grande campagna popolare al fine di compattare il suo elettorato e mobilitarlo contro il nuovo Presidente. Difficilmente le battaglie legali ribalteranno il voto o ritarderanno l’insediamento di Biden; certamente contribuiranno a complicare la transizione e ad arroventare il clima di divisione negli Stati Uniti. La democrazia americana non sarà in pericolo fino a quando sarà garantito il rispetto delle procedure democratiche. Di fronte ad esse, tutto passa in secondo piano: anche che un Presidente eletto venga dichiarato dai media oppure che un Presidente uscente alluda a brogli elettorali senza alcuna prova.

 

 

 

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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