IL GIAPPONE DA ABE SHINZO A SUGA YOSHIHIDE: CONTINUITÀ SINONIMO DI SICUREZZA?

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Durante la crisi globale legata al Covid-19, intorno alla fine di agosto 2020, il Giappone ha visto le dimissioni di un primo ministro fra i suoi più longevi: Abe Shinzo. Il premier lascia in eredità al paese una serie di obiettivi raggiunti con successo, come la normalizzazione del deficit e la formula economica distintiva, denominata per l’appunto “Abenomics”; allo stesso tempo impellenti questioni di politica sia interna che estera restano irrisolte.

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Alle primarie del Partito Liberaldemocratico il vincitore e nuovo leader è Suga Yoshihide, un uomo che vanta una lunga carriera politica, per anni segretario di gabinetto di Abe Shinzo nonché suo braccio destro. Questa si è detta una scelta nel segno della continuità ed infatti, seppure non abbia ancora chiaramente delineato la sua visione per il futuro del paese, il nuovo premier sembra incline ad una linea politica ed economica che non segni particolari punti di rottura rispetto a quella seguita, spesso con riscontri positivi, dal suo predecessore.

In primis Suga si atterrà alle linee guida della politica economica già adottata da Abe, che si concentra su tre cardini: una politica monetaria espansiva, consolidazione fiscale e strategie di crescita volte a cambiamenti strutturali in settori come l’agricoltura. C’è da precisare, però, che il momento storico in cui Suga ascende alla carica non concede condizioni particolarmente favorevoli. Al contrario, fino ad un anno fa, un ambiente più disteso aveva permesso al governo Abe di tirar fuori il paese da un periodo di stagnazione economica, protrattosi dalla fine degli anni ’90.

Alle spinose questioni nate in seno al Covid-19, che il Giappone si trova a fronteggiare, si aggiungono chiaramente quelle ereditate dal precedente governo. Fra queste le pressioni e le minacce geopolitiche dalla Cina e dalla Corea del Nord e la necessità di tenere in equilibrio una ben definita politica estera. Il lascito di Abe è una strategia diplomatica costruita grandemente sui rapporti diplomatici con gli USA, alleato strategico del Giappone, impegnato al momento con le elezioni e con il neopresidente Joe Biden, da cui dunque dipenderanno i rapporti di alleanza fra i due paesi.

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Considerate le premesse, è probabile che nel corso del suo mandato Suga Yoshihide spingerà per il ritorno dei cittadini giapponesi rapiti dagli agenti dell’intelligence nordcoreana fra il 1977 e il 1983. Ad oggi sono solo 17 i cittadini giapponesi riconosciuti dal governo come vittime di rapimento, sebbene potrebbero essercene molti altri. Queste ragioni giustificherebbero l’intenzione di Suga di puntare ad un’ulteriore “svuotamento” di significato del pacifismo giapponese. Ciò si tradurrebbe nella pratica in un aumento della spesa militare del paese e in una revisione all’art.9 della Costituzione giapponese. Quest’ultimo in particolare fu stipulato in accordo con la nuova Costituzione alla fine del secondo conflitto mondiale ed è l’articolo con cui il Giappone rinuncia alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; paragonabile mutatis mutandis con l’art.11 della Costituzione italiana.

 La differenza è data dal fatto che con l’art.9 i cittadini ed il governo giapponese rinunciano, almeno in via teorica, anche ad avere un esercito. Nella prassi, però, modifiche all’interpretazione di questo articolo vengono messe in atto sin dalla Guerra del Vietnam, fin anche ai giorni nostri. L’ultima risale al 2015, quando con una legge approvata dal governo Abe viene permesso alle forze armate di mobilitarsi anche per “difesa collettiva”, cioè a sostegno degli alleati e non soltanto in caso di attacco mirato come sancito precedentemente. A tutto ciò si sono accompagnate nel corso del tempo grandi manifestazioni di disappunto da parte dell’opinione pubblica, per cui non è escluso che futuri provvedimenti potrebbero portare all’ennesima protesta popolare.

 I critici del nuovo premier sostengono che, negli anni a venire, Suga Yoshihide potrebbe mostrarsi più autoritario di quanto lo sia stato Abe nel corso del suo mandato poiché i suoi detrattori ritengono che dietro agli impulsi più autoritari dell’ormai ex primo ministro, come le tattiche per mettere a tacere le critiche riportate dai media locali, ci sia stata la scaltrezza politica, unita al basso profilo, di Suga. Nonostante si voglia far leva sulla continuità e sul soft power, un elemento di novità sembra sia stato annunciato durante il primo discorso politico del nuovo premier, tenutosi il 26 ottobre 2020, durante il quale ha dichiarato, fra le altre cose, che entro il 2050 il Giappone ridurrà a zero le emissioni di gas serra.

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Questa politica segue de facto le tendenze della Cina e della Corea del Sud, seppure Suga non abbia specificato in che modo intenda prima attenuare e poi debellare completamente la dipendenza economica ed energetica del Giappone dal carbone e dai combustibili fossili. Questi presupposti, uniti al limitato uso di fonti rinnovabili e al problema crescente dello smaltimento delle acque trattate di Fukushima, rendono la possibilità di raggiungere tale obiettivo piuttosto incerta, tanto da suscitare forti dubbi anche da parte dei media internazionali e degli esperti del settore come Takeshi Kuramochi.

Ricercatore senior di politica climatica presso l’Institute for Global Environmental Strategies in Giappone, prima del 2015 Takeshi Kuramochi ha svolto ricerche approfondite sulle politiche climatiche ed energetiche del paese nonché sui negoziati internazionali per il regime climatico post-2020.  A seguito delle dichiarazioni di Suga, egli ha ritenuto che le decisioni del Giappone siano state principalmente (se non esclusivamente) guidate da pressioni politiche interne ed esterne, fra cui le relazioni problematiche fra Cina e Stati Uniti (nell’ottica del Giappone, rispettivamente un partner commerciale importante e un alleato essenziale ai fini della difesa), piuttosto che dalla volontà di ridurre drasticamente l’impatto ambientale di Tōkyō, che dopo Pechino e Seul è fra le città asiatiche tristemente di rilievo per quel che riguarda inquinamento e cambiamenti climatici.  

In ultima analisi, tuttavia, nell’ottica della tradizione politica e sociale giapponese, in cui non ci sono spesso riforme vigorose ed in cui l’impronta di continuità si vede già dalla longeva preminenza al governo del Partito Liberaldemocratico,  questa parvenza di stabilità che il governo giapponese e in particolare il nuovo primo ministro sembrano voler restituire, potrebbero essere ciò di cui il paese ha davvero bisogno per mirare ad una ripresa nel lungo periodo sicura e più consapevole soprattutto in vista delle Olimpiadi di Tōkyō 2020, rimandate all’anno 2021 causa Covid-19. Le Olimpiadi, dal 1960, rappresentano non solo la “vetrina” del Giappone sul mondo ma anche una ramificazione importante delle sopracitate dinamiche del soft power, in particolar modo dall’inizio del governo Abe nel 2012.

 

 

 

 

 

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