CHI HA VINTO IN NAGORNO-KARABAKH?

Nella notte tra il 9 ed il 10 di novembre è stato firmato un “cessate il fuoco” conclusivo tra Erevan e Baku, con mediazione russa.

Dopo più di un mese dall’inizio dei combattimenti su vasta scala, il primo ministro armeno Pashinyan si è trovato praticamente costretto a siglare questo patto, che segna una vera e propria sconfitta per l’Armenia e soprattutto per gli indipendentisti della repubblica dell’Artsakh: il premier si è assunto ogni responsabilità in merito alla disfatta, affermando anche che “firmare il patto è stato estremamente doloroso per me e per il nostro popolo”.

Il sentore di sconfitta si era avvertito già dalla presa per mano azera della strategica città di Shushi, collocata in cima ad una montagna che sovrasta la vallata in cui si trova la capitale della repubblica indipendentista, Step’anakert. Lo stesso Arayik Harutyunyan, presidente dell’Artsakh, ha manifestato la propria preoccupazione in merito all’andamento della guerra, dichiarando che se Pashinyan non fosse intervenuto accettando la tregua, le truppe azere probabilmente avrebbero occupato anche gli ultimi territori rimasti nel giro di pochi giorni. Infatti, “le autorità del Nagorno-Karabakh affermano che circa 1200 militari sono morti nei combattimenti e numerosi civili sono stati uccisi o feriti. […] L’Armenia inoltre deve affrontare una grave crisi di rifugiati: secondo fonti armene, sono oltre 100 mila i civili fuggiti dal Nagorno-Karabakh per trovare riparo in Armenia, la cui popolazione complessiva non arriva a tre milioni di abitanti”.

Tuttavia, l’inevitabilità e l’urgenza dell’accettazione del patto proposto da Mosca non sono state condivise dalla popolazione armena né tantomeno dai rifugiati provenienti dalle zone del Karabakh, i quali si sono riversati in protesta nelle piazze di Erevan, assalendo gli uffici del governo per ottenere l’annullamento dell’accordo. Tra questi, anche membri del corpo di polizia e veterani dell’esercito: “in Armenia stanno scoppiando proteste di massa che etichettano l’accordo come un tradimento e chiedono le dimissioni del primo ministro Pashinyan”. L’atmosfera in Azerbaigian è invece ben diversa, caratterizzata da numerosi festeggiamenti popolari per la fine del conflitto.

Questo patto parrebbe essere decisamente più duraturo e definitivo rispetto ai precedenti “cessate il fuoco”. Infatti, “nel discorso alla nazione trasmesso in diretta televisiva dopo la firma dell’accordo, il presidente azero Ilham Aliyev, ha parlato di ‘resa’ da parte dell’Armenia, ha assicurato ‘pace a lungo termine’ e rivendicato il trionfo del diritto internazionale”. L’accordo prevede che l’Azerbaigian mantenga il controllo dei territori conquistati fino ad ora, riportando così le sette regioni occupate dall’Armenia in mano azera – elemento principale del disaccordo armeno, e che le parti si scambino i prigionieri di guerra e riconsegnino i corpi delle vittime del conflitto.

Fondamentale è stata la partecipazione della Russia nella definizione dei termini del cessate il fuoco; Putin ha infatti annunciato che verranno inviati circa duemila uomini dei corpi di pace russi nella zona del Karabakh e sulla linea del fronte per assicurarsi che le parti mantengano le promesse fatte e che la tregua non venga infranta. Verrà anche garantito un collegamento terrestre (il corridoio di Lachin) tra Step’anakert e l’Armenia, sorvegliato dai peace keepersrussi, per agevolare la ritirata delle forze militari armene che si trovano ancora nei territori dell’Azerbaigian. I profughi, invece, sotto la supervisione del Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, potranno fare ritorno nell’area del Nagorno-Karabakh e dei territori circostanti.

Se inizialmente Mosca ha mantenuto un tono di neutralità nel proprio ruolo di mediatrice tra le parti del conflitto, non ha esitato certo alla fine a riaffermare il proprio ruolo nella regione, rimarcando anche il rapporto di forte dipendenza da parte dell’Armenia nei suoi confronti: “Alla fine il Cremlino ha rafforzato la sua presa, perché l’accordo di pace prevede la presenza di truppe russe per garantire l’apertura di un corridoio tra l’Armenia e il Nagorno Karabakh privato delle zone circostanti. L’Armenia, dopo aver sperato a lungo che Mosca corresse in suo soccorso, oggi si ritrova più dipendente che mai dalla Russia.”

Che sia stato o meno un modo per svelare la debolezza di un potere costruitosi in seguito alla cosiddetta “rivoluzione di velluto” armena del 2018, sicuramente ha contribuito a segnare in maniera negativa la figura del primo ministro Nikolai Pashinyan, in particolare per quanto riguarda l’opinione popolare. Al contempo, la Federazione Russa è riuscita anche a mettere in cattiva luce l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che in quasi trent’anni di negoziati con il Gruppo di Minsk non è riuscita a giungere ad un risultato effettivo per risolvere il conflitto.

Accanto alla Russia, uno dei principali attori “esterni” del conflitto iniziato il 27 settembre è stata la Turchia. Storicamente legata all’Azerbaigian, Erdogan non ha certo nascosto il proprio supporto a Baku contro l’Armenia, tanto da non esitare a congratularsi con Aliyev per la vittoria nel Karabakh. Nonostante la ben nota inimicizia tra il popolo turco e quello armeno, in gran parte legata al genocidio avvenuto in Armenia tra il 1915 ed il 1916 e cresciuta costantemente nel corso dell’ultimo secolo, la partecipazione attiva della Turchia nel conflitto è stata certamente un elemento rilevante e ha contribuito ad una conclusione della guerra estremamente rapida e vantaggiosa per Baku. Tuttavia, “pur inviando armi, consulenti e perfino mercenari al fianco dell’esercito azero, il presidente turco ha evitato uno scontro diretto con la Russia”.

Così facendo, Ankara si è assicurata un ruolo decisionale importante in una regione storicamente legata a Mosca, il Caucaso meridionale, e strategicamente molto importante per quanto riguarda le risorse energetiche. Infatti, uno dei termini dell’accordo siglato dal primo ministro armeno prevede che l’Armenia apra un canale di trasporto tra l’Azerbaigian e l’enclave azera di Nakhchivan, assicurando così un collegamento diretto tra Baku e la Turchia: “Con questo accordo Mosca mantiene il suo ruolo di arbitro nel Caucaso meridionale, ma al tempo stesso deve riconoscere alla Turchia una posizione importante nella regione, il che non può certo essere considerato un successo”. Se da una parte è ancora presto per stabilire quali siano stati i risultati ottenuti dai vincitori del conflitto, tuttavia ormai da settimane è palese chi siano le effettive vittime: “a pagare il prezzo di questa guerra sono in primo luogo i civili, stremati dai continui bombardamenti che paiono assumere netti i contorni di una pulizia etnica”. Gli equilibri regionali del Caucaso sono stati decisamente alterati, ed il pesante coinvolgimento della Turchia non potrà certo lasciare impassibile l’Europa ancora per molto.

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