UE – CLIMA: VERSO UNA RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DEL 60% ENTRO IL 2030?

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L’attuale obiettivo di riduzione delle emissioni dell’Unione Europea per il 2030 è del 40% rispetto al 1990. Nella sua proposta modificata di legge sul clima dell’UE, la Commissione europea ha proposto di aumentare questo obiettivo al 55% rispetto ai livelli registrati nel 1990. Il Parlamento, tuttavia, ha alzato ulteriormente la posta, chiedendo una riduzione delle emissioni del 60% nel 2030: obiettivi ambiziosi che non conciliano con le esigenze di crescita dell’industria europea.

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È risaputo che il cambiamento climatico rappresenti una delle maggiori sfide a livello globale che dovrà essere affrontata nei prossimi decenni. L’Unione Europea gioca un ruolo cruciale nella lotta ai cambiamenti climatici: riconosciuta come guida a livello internazionale, a partire dagli anni Novanta, l’Ue ha dato vita a un quadro politico-legislativo dedicato con l’obiettivo di contrastare l’aumento della temperatura globale e di ridurre le emissioni di gas climalteranti.

Le principali tappe della lotta ai cambiamenti climatici dell’Unione Europea

L’adesione al Protocollo di Kyoto fu il primo passo verso la riduzione delle emissioni di gas-serra, stabilendo obiettivi vincolanti e quantificati di limitazione e riduzione dei gas ad effetto serra per i paesi aderenti, ovvero 37 Paesi industrializzati e la Comunità Europea. I Paesi industrializzati furono riconosciuti come i principali responsabili dei livelli di gas ad effetto serra presenti in atmosfera e si impegnarono a ridurre le loro emissioni di gas ad effetto serra di almeno il 5 % rispetto ai livelli del 1990.  Entrato in vigore nel 2005, dopo la ratifica russa, nel 2013 il Protocollo raggiunse le firme di 192 Stati e con gli emendamenti di Doha nel 2012, l’estensione del protocollo è stata prolungata dal 2012 al 2020.

Successivamente, nel dicembre 2015, i governi di 190 Stati hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante per contrastare i cambiamenti climatici, adottato alla conferenza di Parigi sul clima (COP21). L’accordo di Parigi cerca di mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto di 2°C e di limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Per conseguire tale obiettivo, le parti si propongono di stabilizzare quanto prima le emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale e di conseguire l’obiettivo di zero emissioni nette nella seconda metà del secolo. L’accordo è entrato in vigore nel novembre 2016 dopo essere stato ratificato dal numero minimo di 55 governi che rappresentano almeno il 55 % delle emissioni globali di gas a effetto serra, tra cui tutti i paesi dell’UE.

A livello europeo si ricordano due documenti importanti nella lotta ai cambiamenti climatici: in primo luogo la Strategia Europa 2020, pubblicata nel 2011, la quale da un lato affronta le debolezze strutturali dell’economia dell’UE e le questioni economiche e sociali, dall’altro tiene anche conto delle sfide a più lungo termine tra cui anche l’ambiente. Uno dei cinque principali obiettivi riguarda il clima e l’energia: gli Stati membri si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra del 20%, a portare al 20% la quota di energie rinnovabili nel mix energetico dell’UE e ad ottenere un incremento del 20% dell’efficienza energetica entro il 2020. In secondo luogo, il 28 novembre 2018 l’Ue ha presentato la sua visione strategica a lungo termine per un’economia prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra entro il 2050, che evidenzia come l’Europa possa avere un ruolo guida per conseguire un impatto climatico zero, investendo in soluzioni tecnologiche realistiche, coinvolgendo i cittadini e armonizzando gli interventi in settori fondamentali, quali la politica industriale, la finanza o la ricerca. Gli Stati membri, in occasione del Consiglio europeo del 12 dicembre 2019, hanno adottato l’obiettivo di conseguire la neutralità in termini di emissioni di carbonio nell’UE entro il 2050. L’unica obiezione è stata sollevata dalla Polonia che, pur sostenendo l’obiettivo del 2050, non è stata in grado di impegnarsi a conseguirlo.

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Il Green Deal: tra obiettivi e negoziazioni

Nel dicembre 2019 la nuova Commissione europea ha presentato il Green Deal europeo, un pacchetto ambizioso di misure intese a consentire ai cittadini e alle imprese europe di beneficiare della transizione verde sostenibile. Insieme ad una tabella di marcia iniziale relativa alle principali politiche, le misure riguardano numerosi settori, dai tagli ambiziosi alle emissioni agli investimenti nelle attività di ricerca e innovazione all’avanguardia, con lo scopo di preservare l’ambiente naturale dell’Europa. Sostenuto da investimenti in tecnologie verdi, soluzioni sostenibili e nuove imprese, il Green Deal può anche costituire una nuova strategia di crescita per l’UE, ma la partecipazione e l’impegno del pubblico e di tutte le parti interessate sono fondamentali per il suo successo. L’elemento più importante del Green Deal europeo è il percorso stabilito per favorire una transizione giusta e socialmente equa, che comprende un incremento dell’obiettivo fissato per il 2030 relativamente a una riduzione delle emissioni pari ad almeno il 50-55%.

I negoziati internazionali al Parlamento europeo si sono svolti il 7 ottobre 2020 in cui è stato introdotto un emendamento che punta ad aumentare le ambizioni ambientali dell’Unione per quanto riguarda la riduzione delle emissioni, portandola addirittura al 60% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Tuttavia, mentre i principi cardine del Green Deal trovano un largo consenso nell’emiciclo europeo, la questione della riduzione al 60% è risultata piuttosto controversa: l’emendamento è stato approvato con soli 26 voti di scarto(352 voti a favore, 326 contro e 18 astenuti) grazie alla coalizione di due gruppi di maggioranza, quello dei Socialisti e Democratici e quello di Renew Europe (il gruppo liberale di cui fa parte La République En Marche di Emmanuel Macron), con due di opposizione, Verdi e Sinistra Unitaria della Gue. La maggior parte degli eurodeputati del Partito popolare europeo (PPE), il partito di maggioranza nell’emiciclo e area politica di appartenenza della presidente della Commissione, ha sostenuto l’obiettivo di -55% come fissato dalla von der Leyen. L’obiettivo di ridurre del 55% le emissioni nette di CO2 “è una grande sfida per le aziende in Europa. Se non lo faremo bene, perderemo quei posti di lavoro a favore della Cina o degli Stati Uniti. L’obiettivo del -60% è un salto nel vuoto”, sostiene il capogruppo Manfred Weber spiegando in questi termini la posizione maggioritaria nel gruppo. L’ala dei popolari teme infatti un impatto troppo gravoso nei confronti dell’industria europea nell’accelerare la transizione. Contro al nuovo target si sono schierati anche i conservatori dell’ECR e l’estrema destra di Identità e democrazia. Tra gli italiani a votare contro la richiesta di innalzare gli obiettivi climatici ci sono le delegazioni di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Favorevoli invece gli europarlamentari del Partito democratico, Movimento 5 stelle e Italia Viva.

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Con l’approvazione del testo finale il Parlamento europeo aumenterà in pratica del 5% il taglio delle emissioni richiesto dalla Commissione europea, che l’esecutivo nella sua proposta aveva fissato al 55% rispetto a quelle del 1990. La posizione del Parlamento dovrà poi essere bilanciata con quella del Consiglio Europeo, che si è riunito il 15-16 ottobre concordando che l’UE deve aumentare le proprie ambizioni per il prossimo decennio nonché aggiornare il quadro per le politiche dell’energia e del clima. In tale contesto, il Consiglio europeo ha discusso la comunicazione della Commissione intitolata “Un traguardo climatico 2030 più ambizioso per l’Europa“, compresa la proposta di un obiettivo di riduzione delle emissioni di almeno il 55% entro il 2030, nonché le iniziative necessarie per realizzare tale ambizione, e ha ritenuto che l’obiettivo aggiornato debba essere raggiunto collettivamente dall’UE nel modo più efficiente in termini di costi.

Il Consiglio europeo ha infine invitato il Consiglio a portare avanti i lavori su questo programma e la Commissione a svolgere consultazioni approfondite con gli Stati membri per valutare le situazioni specifiche e fornire maggiori informazioni sull’impatto a livello di Stati membri. Il Consiglio europeo non ha preso una decisione definitiva e tornerà sulla questione nella riunione di dicembre al fine di concordare un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2030 e di comunicare all’UNFCCC, entro la fine dell’anno, l’aggiornamento del contributo determinato a livello nazionale (NDC) dell’UE, ma molto probabilmente metterà un freno alle ambizioni del Parlamento Europea, riportando il taglio delle emissioni entro il 2030 al -55%.

Ambizioni ambientali e crescita industriale: un connubio raggiungibile?

La lotta al cambiamento climatico è diventata una vera e propria priorità nel programma di interventi dell’Unione, sia a livello interno che internazionale, intervenendo attraverso impegni collettivi e vincolanti di riduzione delle emissioni e attraverso la persecuzione di una concreta ed efficiente politica multilaterale volta a definire il cambiamento climatico anche come una questione inerente la sicurezza. Nell’ottica di porsi come guida nella lotta al cambiamento climatico, l’Unione Europea ha dunque legato a doppio filo le politiche climatiche ed energetiche in tutti i settori di azione, in modo da conseguire i propri obiettivi per la lotta ai cambiamenti climatici e la riduzione emissioni. Tuttavia, risaltano le crescenti difficoltà nel conciliare le sue alte ambizioni in tema ambientale con le esigenze di crescita dell’industria europea, la quale lamenta il rischio di perdere competitività a vantaggio di industrie di altri paesi su cui non gravano restrizioni simili. Per raggiungere gli ambiziosi obiettivi descritti precedentemente è quindi necessaria la costante ed effettiva tutela dell’industria europea e la considerazione delle amministrazioni locali e dei cittadini, stimolando la loro partecipazione e coinvolgimento attraverso serie di politiche dal basso.

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