LOUJAIN AL HATHLOUL: QUANTO COSTA LA DIFESA DEI DIRITTI DELLE DONNE IN ARABIA SAUDITA?

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Qual è il livello dei diritti oggi riconosciuto alle donne in Arabia Saudita e quale grado di tutela bisogna garantire per i difensori dei diritti umani?

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Le condizioni di salute di Loujain al-Hathloul, attivista saudita, detenuta presso il carcere di Riyadh, sono in progressivo peggioramento, aggravate dallo sciopero della fame, cominciato dalla donna lo scorso 26 ottobre. All’allarme, lanciato dal Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti delle Donne, è seguito anche un invito rivolto alle autorità saudite di “proteggere il diritto alla vita, alla salute, alla libertà e la sicurezza delle persone, in ogni frangente e circostanza”, rispettando “libertà di coscienza ed espressione”. Il Comitato si è rivolto al monarca Salman, affinché mediante i suoi poteri e le prerogative reali, garantisca il rilascio di Loujain, in vista della Giornata Internazionale dei Difensori dei Diritti Umani delle Donne. Per comprendere la vicenda, dobbiamo fare un passo indietro al 2018, anno della indomita campagna di proteste del movimento femminista saudita, per l’abolizione del divieto di guida nei confronti delle donne e del sistema di tutela maschile, che intrappola il mondo femminile saudita. 

Il 17 maggio 2018, Loujain viene arrestata dalle forze dell’ordine, senza un vero e proprio mandato, e condannata durante un processo svoltosi a porte chiuse, al quale è stato impedito l’accesso a diplomatici e giornalisti. Con quale accusa? In realtà, non è ben chiaro; i capi di imputazione sono cambiati nel corso del tempo, si è passati da un’accusa di terrorismo (configurabile in Arabia Saudita, anche per il solo fatto di aver reso pubblici e contestato regolamenti del governo) a quella di violazione di norme inerenti la sicurezza nazionale, nel contesto di una più ampia operazione, volta a reprimere movimenti attivisti (in particolare, quelli femminili). Pesa, sulla posizione di Loujain, aver contattato organizzazioni internazionali e diplomatici ONU e stranieri. La carcerazione non ha seguito alcun iter legale, la detenzione a Jedda ed il successivo trasferimento a Riyadh si sono verificati senza consentire alla detenuta di consultare un avvocato. A partire da quel momento, è stata vittima in carcere di molestie fisiche e psicologiche.

Secondo quanto emerge, infatti, sarebbe stata sottoposta ad elettroshock, frustate ed abusi sessuali. Nell’agosto del 2019, le viene offerta la possibilità di essere rilasciata, previa la firma di un documento nel quale veniva negata qualsiasi forma di tortura, ma l’attivista rifiuta di mistificare la verità in cambio della libertà. Per mesi le viene, perciò, imposto il regime dell’isolamento. Con il Covid-19, la situazione non può che peggiorare, vengono interrotti tutti i contatti dei detenuti con i propri familiari. Ragioni di sicurezza, dicono. Eppure, è vietata persino la comunicazione di tipo telefonico. Mentre, tra i parenti dei detenuti, serpeggiano i dubbi di decessi, causati dal virus e tenuti nascosti. Lo sciopero della fame di Loujain desta, perciò, l’attenzione della comunità internazionale, la quale frastornata e forse illusa dall’avvio delle prime riforme nel paese, aveva parzialmente accantonato la questione delle attiviste per i diritti umani in Arabia Saudita.

 

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Ci si deve interrogare quale sia, al netto delle riforme avviate dal principe ereditario Mohammed bin Salman, l’effettivo stato dei diritti delle donne nel paese saudita. Alla base delle contestazioni vi era la volontà di scardinare un sistema di tutoraggio maschile, che imponeva alle donne di dipendere totalmente dal consenso di un uomo, anche per svolgere le più banali azioni quotidiane. Human Rigths Watch, organizzazione non governativa internazionale, che si occupa di difesa dei diritti umani, nel 2016, aveva diffuso un allarmante rapporto, nel quale venivano messe in luce tutte le limitazioni subite dal popolo femminile saudita.

Dalle 79 pagine di dettagliata disamina, è emerso che le donne, seppure adulte, dovevano ottenere un vero e proprio permesso maschile per poter viaggiare, sposarsi, lavorare, ottenere assistenza sanitaria. Vietato chiedere autonomamente il passaporto, così come la possibilità di affittare un appartamento senza l’approvazione di un uomo. In ambito lavorativo, pur non essendo la legge a richiedere l’intervento dell’uomo per consentire alla donna di lavorare, al contempo non vengono sanzionati quei datori di lavoro che pretendono l’autorizzazione. Dal punto di vista giuridico, l’approvazione dell’uomo diventa una sorta di sentenza nella sentenza, visto e considerato che una donna che si trova in carcere, una volta scontata la sua pena, potrà uscire solo con il consenso del suo tutore.

Sulla carta, il principe ereditario, travolto dalle contestazioni, ha dato, dunque, avvio ad un processo di “modernizzazione”.   Alcuni dei cardini del sistema di tutorato sono stati aboliti, tra gli altri, è stata consentita alle donne la possibilità di guidare. Eppure ancora oggi una donna, in Arabia Saudita, non ha il diritto di aprire un conto in banca, né di gestire le proprie finanze. Si tratta, pur sempre, di “concessioni”, che non assurgono al rango di diritti, non a caso la forma scelta è quella dell’editto reale.

Ciò che oggi è “generosamente” permesso dal monarca, domani potrebbe essere nuovamente vietato. È, dunque, legittimo chiedersi se le riforme siano sintomo di un progresso reale oppure semplice illusione di un cambiamento, non ancora avvenuto. Che il ruolo della donna non sia, di fatto, equiparato a quello dell’uomo lo testimonia la circostanza che, nonostante parte dei divieti combattuti dalle attiviste siano caduti, molte di esse siano ancora recluse ed alle altre, libere su cauzione, è vietato lasciare il paese. È paradossale che il governo saudita abbia, in qualche modo, riconosciuto la giustezza della lotta, ma non l’innocenza delle contestatrici. Continuano ad avere la “colpa” di aver promosso i diritti delle donne. Ai proclami di cambiamento, perciò, non corrisponde una realtà oggettiva.

Basti pensare a quanto dichiarato da Ben Emmerson, inviato speciale delle Nazioni Unite, in occasione della visita, promossa dallo stesso Salman nel 2018, per constatare come si riuscisse a conciliare la prevenzione al terrorismo, con il rispetto dei diritti umani. Mossa incauta quella del monarca, dal momento che il rapporto di Emmerson ha evidenziato come le norme antiterrorismo, in Arabia Saudita, finiscano per criminalizzare qualsiasi forma di dissenso, arrivando a definire l’operato di Salman come la “più spietata repressione del dissenso politico” degli ultimi decenni. A parere dell’inviato delle Nazioni Unite, la notizia della liberalizzazione dell’Arabia Saudita sarebbe “completamente fuori luogo”, rimandando viceversa l’immagine di un sistema giudiziario, completamente asservito alla volontà del re.

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In ambito internazionale, la normativa di riferimento è la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW), strumento pattizio fondamentale in materia di diritti delle donne, giacché offre una prospettiva globale del fenomeno della discriminazione. La CEDAW, adottata dall’Assemblea delle Nazioni Unite, nel dicembre 1979, è un risultato significante che si inserisce nel solco di un lungo percorso, caratterizzato dal susseguirsi di documenti, adottati delle Nazioni Unite, tra i quali l’omonima Dichiarazione del 1967.

La Convenzione  affronta il tema della discriminazione contro le donne, in tutti gli aspetti societari, attribuendo notevole rilevanza non soltanto all’uguaglianza di fatto, ma anche ad una piena ed equa partecipazione delle donne allo sviluppo economico e sociale delle comunità, eliminando gli ostacoli che concretamente ne impediscano la realizzazione. Nei 30 articoli, che costituiscono il corpus della CEDAW, vengono evidenziati gli obiettivi e le misure specifiche che devono essere adottare, ai fini della piena uguaglianza e quindi piena realizzazione dei diritti garantiti a tutti gli individui: dal diritto al lavoro ai diritti nel lavoro (art. 11), diritti relativi alla salute (art.12), eguaglianza di fronte alla legge (art. 15), eguaglianza in ambito familiare e nel matrimonio (art.16), nell’educazione ed istruzione (artt. 5 e 10), nella partecipazione alla vita politica (artt. 7 e 8) e così via.

A tal fine, gli Stati parte della Convenzione si impegnano ad eliminare non solo le discriminazioni derivanti dalla normativa nazionale, ma anche quelle corrispondenti a pratiche consuetudinarie discriminatorie causate da “persone, enti ed organizzazioni di ogni tipo”. Ciò costituisce un elemento di grande importanza nel panorama del diritto internazionale, poiché rende lo Stato giuridicamente responsabile, non solo delle misure che mette in atto (obblighi positivi) o che si astiene dal mettere in atto (obblighi negativi), ma anche delle discriminazioni commesse da individui ovvero organizzazioni o comunque conseguenti a tradizioni e pratiche culturali. Una convenzione così innovativa ha però comportato anche un alto numero di riserve, apposte dagli Stati, in particolar modo da quelli che lamentavano il contrasto di talune disposizioni con i precetti della Shari’a.

Peculiare ruolo, ai fini dell’attuazione della Convenzione, lo assume il Comitato per l’eliminazione della discriminazione nei confronti della donna, istituito dall’art 17. Tale organo è composto da 23 esperti, eletti dagli Stati parte in considerazione della loro “alta autorità morale” ed “eminente competenza” nel campo della tutela dei diritti delle donne, con una composizione che garantisca la rappresentanza di tutte le aree del mondo ed un ricambio quadriennale. L’Arabia Saudita ha, non solo firmato, ma anche ratificato la CEDAW, per poi aderire, nel gennaio 2019, al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ed alla commissione delle Nazioni Unite sulla condizione femminile (CSW). Più recentemente, l’Unione Europea ha rimarcato la sua posizione di sostegno nei confronti delle attiviste, con la Risoluzione del Parlamento europeo sui difensori dei diritti delle donne in Arabia Saudita, approvata il 14 febbraio del 2019.

Il Parlamento europeo, dopo aver passato in rassegna tutte le violazioni commesse nei confronti degli attivisti, che permangono in detenzione, nonché evidenziato l’esistenza di una normativa ancora discriminatoria e contraria alla CEDAW, ha condannato fermamente la reclusione degli attivisti, invitando le autorità saudite a rilasciarli “immediatamente ed incondizionatamente”. La Risoluzione esorta, poi, l’Arabia Saudita a garantire pubblicamente la sicurezza di tutti i difensori dei diritti umani, consentendo alle donne detenute l’accesso agli avvocati ed ai loro familiari.Eppure, nonostante una normativa internazionale così serrante, non si può nascondere il fatto che l’Arabia Saudita vanta alleanze e fitti rapporti commerciali con le maggiori democrazie occidentali. Il principe ereditario saudita, per altro, godeva senz’altro dell’appoggio di Donald Trump, c’è da chiedersi se il cambio di guardia alla Casa Bianca sortirà qualche effetto. Il neo eletto presidente, Joe Biden, metterà da parte la ragione di Stato per condannare la repressione?

 

 

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