POLONIA: È TEMPO DI RINNOVAMENTO?

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Non si placano le proteste in Polonia. Forse è giunto il momento per il governo di valutare un cambio di rotta

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Nella storia recente dell’Europa, la Polonia è notoriamente stata più volte oggetto di attenzioni strategiche da parte di altri paesi. Non stupisce dunque il desiderio di stabilità e sicurezza che negli anni ha caratterizzato la politica interna ed estera del Paese. A seguito del crollo dell’Unione Sovietica sono stati messi in atto una serie di meccanismi volti a rimuovere ogni traccia di quel passato, rafforzando i sentimenti di stampo nazionalista polacco e velocizzando l’ingresso della Polonia sia nella Unione Europea che nella NATO. Con l’elezione di Karol Wojtyla a Papa nel 1978, siè inoltre evidenziato il profondo rifiuto della popolazione polacca – di cui oltre il 90% si dichiara fortemente cattolico – nei confronti del modello laico socialista.

Questa ideologia conservatrice, nazionalista e cattolica ha visto la sua piena rappresentazione nel partito Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość – PiS) che dal 2015 è alla guida del Paese. Durante il suo operato il Partito ha però messo in atto una serie di riforme allarmanti, riguardanti temi sensibili come la gestione dei migranti, il sistema giudiziario e la tutela dei diritti umani fondamentali. Secondo l’analisi sulla Polonia elaborata da Human Rights Watch, solo nell’ultimo anno si sarebbe registrato un generale indebolimento dei meccanismi di vigilanza e controllo sul potere esecutivo, nonché dello Stato di diritto.

In particolare, i dati relativi all’anno 2019 mostrano quanto siano aumentati gli attacchi nei confronti di giudici e magistrati che si erano pubblicamente espressi in senso contrario alle riforme. Tale opera di screditamento e diffamazione sarebbe stata messa in atto non solo da parte di funzionari allineati al Partito, ma anche dagli stessi apparati mediatici. Di fatto, già nel 2018 erano stati avviati una serie di provvedimenti disciplinari a carico di giudici e magistrati che sottolineavano le significative interferenze con l’indipendenza della magistratura che le riforme avrebbero inevitabilmente prodotto. A tal proposito la Commissione Europea ha avviato ad aprile un’azione legale contro la Polonia, relativa a tali provvedimenti disciplinari. Nel mese di giugno, la Corte di Giustizia dell’UE ha inoltre stabilito che la legge polacca del 2018 – in cui si abbassava l’età pensionabile dei giudici della Corte Suprema del Paese, costringendo molti alle dimissioni – è in contrasto con il diritto dell’Unione. Eppure, nello stesso mese il Commissario per i Diritti Umani presso il Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, aveva comunque espresso preoccupazione in merito a licenziamenti, retrocessioni e sostituzioni messe in atto dalle autorità polacche nell’ambito della magistratura.

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 Anche la comunità LGBTQ è entrata nel mirino di esponenti politici e media nazionali polacchi ed è stata definita dal Presidente Andrzej Duda la base promotrice di un’ideologia “peggiore del comunismo”. Nello stesso lasso di tempo, le ONG che si occupano di tematiche relative ai diritti di gender e della comunità LGBTQ hanno assistito alla progressiva riduzione dei finanziamenti pubblici per le loro attività. Di fatto, il pregiudizio omofobo è particolarmente radicato nel Paese, soprattutto nelle regioni più conservatrici della Polonia dove lo scorso anno circa 80 istituzioni comunali e regionali hanno aderito alla “Carta per i Diritti della Famiglia” ed alla creazione di “aree LGBT free”. Tale dichiarazione, sebbene priva di ogni valore legale, esprime chiaramente la scarsa tolleranza nei confronti della comunità LGBTQ, spesso accusata di “indebolire la nazione”. In assenza di tutela del principio di non discriminazione tra cittadini, l’Unione Europea ha risposto negando i finanziamenti europei a quelle città che avevano aderito alla “LGBT free-zone”. A settembre, la Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, nel suo discorso sullo stato dell’UE, ha dichiarato come “le zone libere da LGBTQI sono zone libere da umanità e non trovano posto nella nostra Unione”. È stata inoltre avviata una missione di accertamento relativa alla tutela dei diritti della comunità LGBTQ in Polonia, a seguito del preoccupante aumento di attacchi e discriminazioni notificata all’UE da membri del Parlamento polacco.  

Negli ultimi anni il PiS ha ricevuto l’appoggio delle gerarchie cattoliche anche per la promozione di campagne pro-lifeorientate ad una riforma, in senso restrittivo, dell’attuale legge sull’aborto. Già nel 2016, e successivamente nel 2018, il Partito aveva infatti tentato di apportare ulteriori limitazioni in materia, scontrandosi con forti proteste che avevano interessato l’intero Paese. Per ovviare agli effetti mediatici di questi movimenti si era quindi scelto di delegare la questione al Tribunale Costituzionale, saltando il passaggio parlamentare e sfruttando il lockdown della prima ondata di COVID-19. Eppure, l’unico effetto ottenuto dal Partito è stato quello di trasformare l’opposizione delle donne polacche in una protesta orizzontale, che sfidando i rischi legati alla pandemia ha visto il coinvolgiemnto nelle piazze polacche non solo della comunità LGBTQ, ma anche agricoltori, tassisti e conducenti dei mezzi pubblici.

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Questa mobilitazione, caratterizzata da toni e gesti spesso molto duri, ha messo in luce l’esigenza di rappresentazione proveniente da una fascia di popolazione polacca distante dai valori dell’attuale Governo, stanca dell’anacronistico approccio conservatore. L’urgenza, espressa molto bene dal crescendo di tensione che sta interessando il Paese, è quella di una nuova classe politica in grado di rappresentare anche questa “giovane Polonia”, meno conservatrice e certamente più laica, al passo con il resto dell’Europa. Già da tempo Amnesty International, il Centro per i Diritti riproduttivi e Human Rights Watch avevano messo in guardia il Governo polacco circa i rischi legati al concedere sempre maggiori attenzioni a temi strettamente conservatori, in un paese che guarda al resto dell’Europa con occhio ormai critico. Ma il PiS forse non è in grado di cogliere – da solo – questa forza rinnovatrice e preferisce accusare l’opposizione di aver fomentato le proteste, mettendo a rischio la vita dei cittadini ed alzando il numero dei contagi.

Eppure da anni i sondaggi mostrano come il 70% della popolazione sia contrario ad una legge maggiormente restrittiva in materia di aborto. Nemmeno il tentativo del Presidente Duda, che ha dichiarato di comprendere la scelta dell’aborto, sembra convincere del tutto i manifestanti. La stessa chiesa polacca, minata da divisioni interne e in posizione chiaramente opposta a quella rinnovatrice dal Papa, vede la sua credibilità sgretolarsi dietro le accuse dei fedeli di aver stretto legami eccessivamente forti con la vita politica del Paese, oltre a quelle già note di copertura dei reati di abusi sessuali. È paradossale come un paese il cui passato sia tragicamente segnato dalla ricerca di libertà ed identità nazionale possa negare ai suoi stessi cittadini tali diritti fondamentali. Eppure la storia ci ha mostrato la resilienza del popolo polacco che, quasi a monito di tale tenacia, il 5 novembre hanno fatto sollevare una mongolfiera sui tetti di Cracovia, riportante il messaggio “questa è guerra”. Ma non serve scomodare il passato per comprendere come il Governo polacco sia ormai giunto ad un bivio e quanto peso abbiano le scelte che i rappresentanti della Polonia dovranno prendere nell’immediato futuro.

 

 

 

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