AUSTRALIA-CINA: GUERRA COMMERCIALE O NATURALE DECORSO?

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L’uso da parte della Cina del proprio peso commerciale come arma si è concentrato su un particolare bersaglio: l’Australia. A Pechino non è piaciuto il cambio della politica estera di Canberra, sempre più vocale nei suoi rimproveri al Partito Comunista Cinese. A Canberra, l’opposizione critica fortemente il governo Morrison per aver danneggiato la relazione commerciale con la Cina. Tuttavia, un’analisi di lungo periodo suggerirebbe che per l’Australia ci siano poche alternative alla drastica riduzione della dipendenza commerciale dalla Cina.

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È dalla metà 2020 che il governo Morrison sembra essersi definitivamente unito a Washington nel contenere l’ascesa della Cina. Tale irrigidimento da parte di Canberra è, però, costato caro. A seguito della proposta australiana dell’avvio di un’indagine indipendente sull’origine del COVID-19 e sui passi falsi del Partito Comunista Cinese nel contenere il virus nella sua fase iniziale, la Cina, infatti, ha reagito con tutto il suo peso commerciale. Pechino ha imposto tariffe insostenibili per il settore agricolo australiano, mirando al farro, vino, carne e, più recentemente, persino aragoste.

Il danno non è stato trascurabile. L’Australia è fortemente dipendente economicamente dalla Cina e il facile accesso all’immenso mercato cinese ha permesso a Canberra di uscire indenne dalla crisi economico-finanziaria del 2008. Il volume di scambi di servizi e prodotti, infatti, è andato sempre più aumentando, legando l’Australia alla Cina e rendendo Canberra particolarmente vulnerabile alle ritorsioni di Pechino. Non sorprendentemente, l’opposizione del Labour party – forte del sostegno di diversi gruppi di interesse – ritiene suicida l’atteggiamento del governo Morrison. “ScoMo” starebbe scavando la fossa per l’Australia ­–  in recessione per la prima volta da decenni – col suo approccio conflittuale nei confronti di Pechino che minerebbe le basi della ripresa economica del paese.

Al contrario, Canberra sta cercando una via d’uscita e per trovarla ha deciso di sacrificare i propri interessi economici nel breve periodo. Tale scelta è stata determinata sia da fattori interni – la poca fiducia dell’opinione pubblica australiana nel Partito Comunista Cinese – che esterni – la crescente aggressività di Pechino e l’inevitabile scoppio della “bolla” cinese. Dal punto di vista interno, il cambio di rotta del governo Morrison è stato drammatico. A seguito delle rivelazioni sull’influenza cinese nel sistema politico australiano, infatti, l’immagine della Cina negli occhi opinione pubblica è andata peggiorando, fino a toccare il fondo con lo scoppio della pandemia e le minacce a Canberra per le risposte dure alle violazioni cinesi della sovranità australiana. Con il peggioramento dell’opinione della popolazione sulla Cina è andata crescendo la fiducia riposta nei partner di Canberra, primi fra tutti Regno Unito, Giappone e Stati Uniti. Non sorprende, quindi, che Scott Morrison sia passato dalla critica al multilateralismo al rilancio di quest’ultimo con la collaborazione delle altre grandi democrazie nel mondo.

 

A livello strutturale, la crescente assertività cinese ha spinto l’Australia a diversificare il rischio della propria dipendenza commerciale dal Pechino. In particolar modo, il governo Morrison sembra capire che tale soluzione sia diventata inevitabile. Valutazioni sul lungo periodo sulla propria sicurezza e sugli obiettivi di politica economica della Cina sono dunque le ragioni che spingerebbero Canberra a ridefinire il proprio rapporto commerciale con Pechino.

 

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Una ridotta dipendenza da Pechino renderebbe Canberra meno vulnerabile alle sanzioni punitive della Cina, ma, soprattutto, sarebbe motivata da un semplice dato di fatto: tale dipendenza non è sostenibile. L’intensificarsi dei rapporti commerciali tra l’Australia e la Cina sembra aver generato una bolla destinata a scoppiare. Solamente sette anni fa, infatti, Canberra riusciva a sostenere una crescita economica scambiando beni e servizi con una rete molto più diversificata di partner. Le esportazioni di aragoste australiane in Cina rasentavano lo zero nel 2014, mentre cinque anni fa l’Australia esportava un terzo della carne che ora è destinata al mercato cinese. Questo boom è stato facilitato dall’accordo di libero scambio tra Cina e Australia entrato in vigore nel 2015, ma difficilmente risulta sostenibile.

Sin dalla sua ascesa al potere, Xi Jinping ha rafforzato ed esteso il controllo sulla popolazione cinese, estendendosi anche alle aziende. L’accentramento del potere economico nelle mani del Partito Comunista Cinese ha spesso portato con sé una scarsa produttività, accompagnata dalla fusione di obiettivi strategici di politica estera di Pechino con quelli di sviluppo economico interno. L’assenza della salvaguardia sulla proprietà intellettuale e pratiche protezionistiche volte ad incentivare l’innovazione delle proprie aziende e proteggerle dalla competizione esterna sono un marchio di fabbrica della politica economica di Xi Jinping per affrontare la sfida dello sviluppo conomico. Più recentemente, il copione di Xi Jinping sembra anche includere aspirazioni di autosufficienza economica. Queste politiche protezionistiche, combinate con un ampio uso di tariffe punitive, rappresentano un rischio elevato per qualsiasi paese che voglia commerciare con Pechino.

Tali sviluppi renderebbero quindi un ritorno alla normalità per Canberra quasi impossibile. Il rischio derivante dall’operare nel mercato cinese è diventato talmente elevato da scoraggiare anche i maggiori partner commerciali della Cina a mantenere forti legami con quest’ultima. D’altronde, nulla sembra essere più normale nell’Indo-Pacifico. Per l’Australia è arrivato il momento di fare delle scelte: perseguire interessi economici nel breve periodo, o portare avanti un graduale decoupling selettivo con la Cina. L’esperienza diretta dell’aggressività cinese e l’influenza che ha avuto sull’opinione pubblica, sommata alle strategie economiche nel lungo periodo di Pechino, suggerirebbero che il governo Morrison abbia scelto la seconda opzione.

 

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