JOE BIDEN E’ IL PRESIDENTE ELETTO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

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Dopo giorni di attesa è ufficiale. Con oltre 75 milioni, pari al 50,6% dei consensi, Joe Biden è il Presidente eletto con il maggior numero di voti popolari nella storia. Queste elezioni hanno segnato un altro primato: Kamala Harris è la prima donna eletta come Vice Presidente.

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Il ticket Biden-Harris arriva a questo risultato dopo giorni intensi che hanno tenuto l’attenzione di tutto il mondo rivolta verso gli Stati Uniti. L’attesa ci ha fatto pensare che quella di Biden potesse essere una vittoria risicata, ma l’effetto scaturito dalle lunghe giornate non corrisponde al risultato finale: Biden ha largamente conquistato il voto popolare e arriverà probabilmente a 306 grandi elettori, lo stesso numero raggiunto da Trump nel 2016, che però ottenne 3 milioni di voti in meno della Clinton. Biden sottrae la presidenza ad un uscente in corsa per il secondo mandato come fecero solo due Presidenti dal secondo dopoguerra ad oggi, Reagan nel 1980 e Clinton nel 1992. Mancano ancora da attribuire i 3 grandi elettori dell’Alaska e i 15 del North Carolina, che quasi certamente andranno a Trump, e i 16 della Georgia, che probabilmente verranno assegnati al democratico, che sarà il secondo Presidente cattolico dopo Kennedy.

Per quanto concerne le altre consultazioni, mentre i democratici si sono assicurati il controllo della Camera, il Senato resterà a maggioranza repubblicana, anche se dovremo attendere il ballottaggio in Georgia, dove l’elezione necessita del 50% dei voti validi e si voterà sia per il seggio arrivato a scadenza naturale, sia per il seggio reso vacante dalle dimissioni del senatore Isakson. Si è votato inoltre per i governatori di 11 Stati, di cui 7 si sono confermati a guida repubblicana, West Virginia, Indiana, New Hampshire, Mississippi, Vermont, Missouri e North Dakota, cui si è aggiunto il Montana, mentre restano ai democratici Delaware, Washington e North Carolina. Attualmente i governatori democratici sono 23, contro i 27 repubblicani.

Sabato, dopo l’attribuzione dei grandi elettori necessari a superare la soglia dei 270, Biden ha tenuto un discorso a Wilmington. Il messaggio che ha lanciato è stato quello dell’unità, particolarmente significativo in un Paese diviso e polarizzato come sono gli Stati Uniti di oggi. Ha ringraziato volontari, funzionari ed elettori, nominando tutte le componenti che descrivono la varietà del Paese: repubblicani, democratici, bianchi, latini, asiatici, nativi, afroamericani, popolazione urbana e suburbana, gay, etero e transgender. Già dalle sue prime parole è stato possibile capire quali saranno le priorità politiche della futura presidenza: lotta al virus guidata da esperti e scienziati, implementazione del sistema di assistenza sanitaria, guerra al razzismo sistemico, battaglia per salvare il clima. Biden ha fatto appello alla cooperazione di forze politiche distinte e, mai quanto oggi, opposte. Cooperare per riscostruire quella che ha definito “un’America delle opportunità e delle possibilità per tutti”.

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Ma cosa rappresentano davvero queste elezioni?

Rappresentano un voto divenuto un confronto tra due visione opposte del mondo, che ha portato gli statunitensi ad una guerra ideologica, in un clima definito da molti “da guerra civile”. Biden dovrà quanto prima abbandonare la veste dell’anti-Trump e indossare quella da Presidente, tramutando ciò che nei fatti è stato un referendum su Trump in un mandato presidenziale forte. C’è chi vede in lui la fine del “trumpismo”, e c’è chi lo ritiene un nemico della patria e che identifica nella vasta coalizione di etnie e orientamenti che lo ha sostenuto, la negazione dell’identità americana d’origine. Dovrà riunire un popolo vessato dalla crisi sanitaria peggiore di sempre. Un altro obiettivo sarà finalizzato a riconquistare bianchi e popolazione suburbana e rurale, così come gran parte dei latini, tutte categorie che da tempo faticano a riconoscersi nel suo partito. Biden guiderà un Paese molto diverso da quello che conobbe nel 1973, quando venne eletto senatore per la prima volta. Dovrà conciliare le posizione più moderate del partito con quelle della crescente ala social-progressista. Sarà il Presidente più vecchio di sempre e, sin dalle primarie, la sua figura ha rappresentato per molti una sicurezza, una persona d’esperienza utile in una fase caotica e di grandi fratture.

Quale sarà l’eredità della presidenza Trump?

Potremmo chiederci già oggi se si verificherà un processo di rimozione dell’immagine pubblica del tycoon e cosa verrà “salvato” del suo mandato. La divisiva figura di Donald Trump potrebbe ancora rappresentare un elemento aggregatore, nel mondo conservatore e, in ottica conflittuale, tra i progressisti. I repubblicani potrebbero decidere di abbandonarlo o, in attesa di un nuovo leader o della sua candidatura alle prossime presidenziali, continuare a sostenerlo. Anche i democratici hanno due possibilità: ricordare ogni giorno ciò che li differenzierà da Trump oppure cercare di costruire la maggior continuità possibile con la presidenza Obama, evocando gli ultimi quattro anni alla stregua di un brutto incubo terminato quanto prima.

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Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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