LA VISITA DI YOSHIHIDE SUGA NEL SUD-EST ASIATICO: CONTINUITÀ O CAMBIAMENTO?

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Il nuovo primo ministro del Giappone, insediatosi a settembre, ha scelto Vietnam e Indonesia come destinazioni per le prime visite ufficiali. È una scelta che rientra nel solco della politica estera tracciata da Shinzo Abe o il preludio di un eventuale cambiamento?

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Nel mese di Ottobre Yoshihide Suga ha incontrato i suoi omologhi di Vietnam e Indonesia, il primo ministro Nguyen Xuan Phuc e il presidente Joko Widodo. Gli incontri hanno avuto come oggetto il rafforzamento dei rapporti economici e le questioni relative alla sicurezza, con il dossier del Mar Cinese Meridionale in cima ai tavoli. Tradizionalmente, il primo viaggio all’estero di un capo del governo giapponese ha sempre avuto come destinazione gli Stati Uniti, ma l’insicurezza derivante dalla pandemia da Covid-19, unitamente all’avvicinarsi della corsa elettorale per la Casa Bianca, hanno portato Suga a scegliere invece i due paesi dell’ASEAN. Inoltre, il primo a rompere questa tradizione è stato proprio il suo predecessore, Shinzo Abe, che nel primo anno di mandato ha visitato tutti i Paesi dell’ASEAN. Questa scelta potrebbe anche essere influenzata da nuove priorità strategiche per Tokyo, che vede nell’espansione delle relazioni con i partner regionali una pedina ancor più decisiva nel perseguimento della strategia giapponese dell’Indo-Pacifico “libero e aperto”, mentre l’alleanza con Washington continua ad apparire comunque solida, nonostante gli scossoni dell’amministrazione Trump.

Nella visione giapponese, i rapporti con i Paesi del Sud-Est asiatico sono sempre stati cruciali per gli interessi di Tokyo, a partire dal ruolo della regione nella Sfera di Co-prosperità dell’epoca imperiale. Venuto meno il disegno egemonico, il Giappone del dopoguerra si è concentrato sulla collaborazione economica con questi Paesi, diventando prima un hub importante per la crescita economica di questi ultimi per poi impegnarsi più profondamente supportando la crescita dei paesi ASEAN sia come istituzione regionale, sia singolarmente a favore degli Stati membri. La pietra angolare di questa politica è quella che viene definita come Dottrina Fukuda: enucleata dall’allora primo ministro Takeo Fukuda nel 1977, la dottrina ha come principi base l’instaurazione di rapporti di mutua dipendenza tra il Giappone e gli Stati dell’area, con il primo che si impegna a rinunciare al ruolo di grande potenza militare in favore di uno sforzo a costruire rapporti basati sulla fiducia e sulla cooperazione.

Al giorno d’oggi il Giappone continua a sostenere questo approccio, anche se la crescita militare della Cina, unitamente alle sue rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale, hanno spinto il Giappone e gran parte dei Paesi ASEAN ad approfondire anche la collaborazione nel campo della sicurezza, in particolare quella marittima. La contestuale formulazione giapponese della strategia dell’Indo-Pacifico libero e aperto ha esacerbato ancora di più le tensioni tra Tokyo e Pechino, con entrambi i governi però ben consci della vitale interconnessione delle loro economie, aspetto che ha tenuto le tensioni all’interno dei livelli di guardia. L’ascesa di Pechino, ovvero il processo storico cruciale degli ultimi trent’anni, può far pensare che si stia per osservare un superamento della Dottrina Fukuda in favore di una politica estera più improntata alla realpolitik. I tentativi di Abe di dotare il Giappone di una forza militare congrua al ruolo economico del Paese hanno permesso l’approfondimento dei rapporti in materia di difesa e sicurezza con molti Paesi dell’ASEAN, definita come “Vientane Vision” dall’annuncio della stessa al vertice Giappone-ASEAN nella capitale laotiana nel 2016. Oltre alla cooperazione militare, anche quella economica sembra avere come obiettivo la gestione della questione cinese.

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È esattamente su questo solco che si sono svolte le visite di Suga in Vietnam e Indonesia. Con entrambi i Paesi sono stati rinnovati e approfonditi i rapporti economici, con sostanziosi programmi di investimento giapponesi nella regione volti anche a ridurre la dipendenza di Tokyo dall’export cinese. Con il Vietnam è stato anche approvato in linea di massima un piano di esportazione giapponese di materiale e tecnologie militari a favore di Hanoi, con quest’ultima oggetto di continue pressioni da parte cinese. Accordi simili sono stati raggiunti con il presidente indonesiano, con l’aggiunta di un piano di prestiti a basso interesse di circa 473 miloni di dollari pensato per agevolare la risposta di Jakarta alla pandemia da Covid-19. È possibile leggere queste mosse nel loro insieme come parte della strategia di contenimento della Cina da parte giapponese. L’incontro virtuale del mese scorso dei vertici dei Paesi QUAD (Giappone, Stati Uniti, Australia e India) ha generato polemiche da parte cinese, accusando i Paesi di voler creare una “nuova NATO” con le armi puntate direttamente verso Pechino. A Jakarta Suga ha negato questa eventualità, sottolineando però la necessità di garantire la libertà di navigazione nella regione, ostacolata dall’assertività cinese.

In conclusione, è complicato prevedere la direzione precisa che prenderà la politica estera giapponese durante il mandato di Suga. Gli avvenimenti recenti, insieme all’estrazione politica del nuovo primo ministro di Tokyo, fanno pensare a una prosecuzione in linea di massima della politica estera del suo predecessore. Va tuttavia segnalato che le crescenti tensioni tra Pechino e Tokyo potrebbero rendere necessarie posture più muscolari da parte giapponese, pena la perdita di credibilità presso i propri partner. Azioni che porterebbero di fatto a un superamento della Dottrina Fukuda, almeno per quanto riguarda la sfera militare: l’intensificarsi delle esercitazioni congiunte tra il Giappone e i Paesi ASEAN richiederà un impegno sempre maggiore in questo senso, con azioni però studiate per non provocare eccessive reazioni della Cina. La linea di Abe rimarrà certamente la principale direttrice dell’azione giapponese sullo scacchiere internazionale, ma eventuali recrudescenze dell’ambiente strategico potrebbero richiedere vistosi aggiustamenti alla rotta già tracciata.

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