MAR CINESE: TEATRO DEL BRACCIO DI FERRO TRA CINA E USA

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Il contenzioso del Mar Cinese Meridionale

Il Mar Cinese è stato oggetto dell’aspirazione egemonica della Cina sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando per la prima volta il Kuomintang parlò della cosiddetta “nine-dash line”,  tradotta in italiano come “linea a nove trattini”. Questi nove trattini vanno a delimitare la zona del Mar Cinese che si estende quasi a ridosso delle coste del Vietnam, della Malesia e delle Filippine, circoscrivendo quelle che sono le pretese della Repubblica Popolare Cinese nel Mare su cui la Cina si affaccia. Tuttavia, queste richieste non sono mai state assecondate dai paesi precedentemente citati. Infatti, già nel 1982 nella convenzione sul diritto del mare firmata a Montego Bay figurava la legge internazionale che andava a segnare al 12esimo miglio marino la linea di demarcazione del mare territoriale. Ciononostante il Trattato di Montego Bay entrerà in vigore solo nel 1994 e intanto le pretese avanzate dalla Cina sul Mar Meridionale Cinese non saranno poche. Questo però non deve condurci a pensare che a seguito del 1994 gli scontri per il predominio all’interno del Mar Cinese siano cessati.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

Le primissime posizioni degli Stati Uniti

Il 1994 segna, infatti, l’anno in cui la Cina per la prima volta tirerà nel vortice del conflitto, seppur indirettamente, gli Stati Uniti. Le ostilità, che fino a quel momento erano state circoscritte ai paesi con una posizione geografica strettamente connessa al Mar Cinese, spostarono il loro focus sugli Stati Uniti, quando la Cina decide di attaccare le Filippine per il possesso di un atollo al largo delle coste filippine. L’interesse per queste aree è di carattere puramente economico e legato alla strategica posizione di questi piccoli atolli presenti nel Mar Cinese dove poter effettuare le trivellazioni petrolifere. Nonostante le Filippine siano uno stretto alleato degli Stati Uniti, la prima politica statunitense fu di appeasement. L’inversione di rotta avvenne solo con l’amministrazione Obama, la quale decise, nel 2010, di assecondare la politica di non intervento, ma allo stesso tempo di dichiarare la propria opposizione a tutte le pratiche illegittime poste in atto dalla Cina a danno degli stati che come essa godevano di una posizione di vantaggio geografico sul Mar Cinese.

Il cambio di rotta di Trump

Quattro anni più tardi rispetto a queste dichiarazioni di Obama ebbe luogo il primo intervento effettivo degli Stati Uniti nel Mar Cinese, quando il Los Angeles Times riportò come ogni pretesa di giurisdizione della Cina sull’area citata non fosse in realtà legittimata da nessuna legge internazionale. Sempre nel 2013 le Filippine decisero di intraprendere una politica di denuncia contro tutto quello che si stava verificando nel Mar Cinese: da questo momento non si parlerà più solo e meramente della pulsione egemonica della Cina sugli atolli naturali presenti nel Mar Meridionale Cinese, ma verrà per la prima volta sottolineato il processo di costruzione di isole artificiali che la stessa stava cominciando ad intraprendere al largo delle coste cinesi, filippine, malaysiane e vietnamite. L’elezione di Trump alla presidenza ha significato un inasprimento dei rapporti con la Cina e consequenzialmente delle scelte di politica estera, economica e militare degli Stati Uniti relative al Mar Cinese Meridionale. Trump ha infatti più volte sottolineato la libertà delle navi estere e soprattutto americane di solcare i mari a sud della Cina senza che questo possa implicare risvolti e ritorsioni da parte della Cina stessa.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″]

I primi sviluppi del 2020

L’inizio del 2020 ha segnato l’inizio anche dell’escalation dei rapporti navali tra Cina e Stati Uniti. Ad aprile, quando ormai i rapporti tra i due stati erano incrinati dall’emergente crisi internazionale del Coronavirus, gli Stati Uniti hanno deciso di solcare le acque del Mar Cinese Meridionale con le proprie forze navali. Allo stesso tempo le accuse verso le navi cinesi sono state di continuare a pedinare e affondare navi (per lo più pescherecci) di origine malaysiana, vietnamita e filippina al fine di porre una sorta di esclusiva sul territorio citato che permetterebbe alla Cina di ampliare il proprio potere sulla zona. Stando alle indagini americane, le isole di creazione artificiale non avrebbero equipaggiamenti bellici sul loro territorio, ma sarebbero usate solo con fini di ricerca. Tuttavia i comportamenti portati avanti dalla Cina sarebbero ad ogni modo condannati dalle leggi internazionali: è infatti illegale dichiarare la propria sovranità su atolli e pezzi di terra totalmente sotto il livello del mare.

Le parole di Pompeo e la risposta cinese

Circa a metà del mese di luglio 2020, il segretario di stato statunitense, Michael R. Pompeo ha rilasciato una dichiarazione per esplicare al meglio la posizione degli Stati Uniti sulla questione del Mar Cinese Meridionale. Le affermazioni di Pompeo si sono per lo più concentrate su tre punti: innanzitutto la Cina non ha nessun diritto alla sovranità di due tra i più prossimi atolli al largo delle Filippine- Scarborough Reef e le Spratly Islands- che restano, stando anche alla legge internazionale, sotto la sovranità di quest’ultima. Pompeo ha aggiunto un sollecitamento affinchè la Cina cessi i suoi comportamenti di violazione delle libertà marittime dei pescatori degli altri stati che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale. Successivamente, il segretario di stato ha ribadito che la legge internazionale vigente è quella che fissa il limite del mare territoriale entro le 12 miglia marine, sottolineando come questo impedisca alla Cina di proseguire con le sue pratiche scorrette a danno dei pescatori vietnamiti, malaysiani e filippini e delle ricerche di idrocarburi in questi mari da parte dei rispettivi paesi. Pompeo ha infine citato James Shoal, un territorio a largo della Malesia che viene considerato dalla Cina come la sua punta più a sud, ma che in realtà, come non ha mancato di sottolineare il sottosegretario statunitense nella sua dichiarazione, non può essere considerato sotto la sovranità di nessuno degli attori presenti nel Mar Cinese, dal momento che si tratta di un pezzo di terra sommerso completamente dal mare. Negli ultimi tempi, la risposta cinese è stata tutt’altro che felice. Infatti, Pechino ha messo in chiaro che le azioni degli Stati Uniti potrebbero avere delle ripercussioni che minerebbero alla pace e agli equilibri nel Mar Cinese Meridionale.

 

 

[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Latest from ANALISI

LA CAMBOGIA RISCHIA DI NON VEDERE PIÙ LA DEMOCRAZIA

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22″][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] Tra