REPUBLIKA SRPSKA: LE NUOVE VIE DELLA PULIZIA ETNICA

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Solamente qualche settimana fa, proprio da queste colonne, avevamo sollevato un dubbio: il conflitto in Bosnia Erzegovina si può ritenere realmente concluso? Sebbene al momento non vi siano scontri armati lungo i tortuosi confini delle regioni balcaniche, sembrerebbe essere in atto una nuova dimensione del conflitto, maggiormente silenziosa, e, forse proprio per tale ragione, estremamente letale. Negli ultimi anni, infatti, la pulizia etnica attuata in Bosnia da parte dei serbi bosniaci è stata direzionata verso la disgregazione di uno dei principi fondamentali dei trattati di pace di Dayton: il diritto al godimento abitativo e al ritorno dei profughi nei rispettivi comuni d’appartenenza.  La strategia portata avanti dai leader di Banja Luka sembrerebbe correre su due piani paralleli: il primo vedrebbe un utilizzo improprio e parziale degli uffici del catasto, mentre il secondo, prevederebbe l’esproprio di terre, cui non troppo casualmente la maggior parte dei residenti risulta essere non serba, al fine di costruire opere ritenute urgenti e di pubblica utilità.

In altri termini, si tratterebbe di un ulteriore e scrupolosa operazione di “purificazione” delle zone ottenute durante il conflitto, al fine di spazzare via quella residuale componente cattolica e musulmana che la guerra non è riuscita ad allontanare. La Republika Srpska, inoltre, godrebbe di un robusto appoggio internazionale, capace di trarre legittimità da Pechino, grande finanziatore della Serbia, e dalla Russia, in nome della fratellanza ortodossa che durante le guerre jugoslave ha visto un rinnovato spirito di solidarietà. Non ultimo, a far pendere l’ago della bilancia a favore delle politiche di Banja Luka, va osservato anche l’ormai solito silenzio-assenso dell’Unione Europea, sempre più relegata a ricoprire un ruolo di semplice spettatrice negli affari interni dei Balcani Occidentali.

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D’altronde, non sarebbe la prima volta che la comunità internazionale, seppur in maniera indiretta, consenta la pulizia etnica in alcune zone della Bosnia Erzegovina. Basterebbe ripensare al 1993 per trovare una situazione analoga, quando il generale Philippe Morillon, pur di figurare a livello internazionale come il salvatore di Srebrenica, entrò nella città bosniaca a capo di un convoglio di 17 camion adibiti agli aiuti umanitari. Poche ore dopo l’entrata del generale nato a Casablanca nel centro urbano, i mezzi vennero assaliti da migliaia di uomini, donne e bambini che implorarono le truppe delle Nazioni Unite di condurli fuori dalla città. Le richieste vennero puntualmente ascoltate. Ma fu proprio in seguito a questo avvenimento che i generali bosniaci sentenziarono: “Svuotare la città è un modo per dare una mano alla pulizia etnica delle milizie serbe”[1].

Difficile dare torto ai vertici dell’allora neonato esercito bosniaco, in particolar modo alla luce del fatto che la città, almeno teoricamente, avrebbe dovuto godere della protezione della comunità internazionale, che, invece, preferì spianare la strada ai cetnici e perseverare nella strada del dialogo ad oltranza con le parti. Avallando, tra le altre cose, la cosiddetta teoria delle “colpe condivise”. Oggi come allora, il silenzio non raffigura altro che una legittimazione dei soprusi cetnici e una mancata presa di responsabilità da parte delle potenze Occidentali, ovvero coloro che dovrebbero vigilare sul pieno e concreto adempimento dei vincoli del trattato di Dayton. In maniera analoga, anche il caso dell’omicidio dell’ex viceministro bosniaco Hakija Turajlić nel 1993, il quale al momento dei fatti viaggiava sotto custodia dell’unità UNPROFOR condotta dal Colonnello francese Sartre, impone di osservare sotto una luce diversa l’operato delle Nazioni Unite. Nonché obbliga di ripensare in maniera organica ai vari silenzi-assensi di Boutros Boutros-Ghali e del suo fedelissimo Yasushi Akashi.

 Lo stesso Morillon partecipò solamente 10 giorni dopo che si era consumato l’omicidio a una festa privata presso Lukavica, sede militare dei serbi bosniaci, il cui senso era quello di festeggiare la promozione del militare Stanislav Galic, ritenuto da molti, nonché dal generale stesso, l’organizzatore del delitto. Circa un quarto di secolo dopo la conclusione del conflitto bosniaco, la situazione di convivenza tra le diverse etnie non sembra sortire gli effetti desiderati dai trattati di pace. Al contrario, la pulizia etnica sembrerebbe aver trovato nuovi sbocchi, transitano dalle azioni coercitive e a quelle burocratico-amministrative.  A fornire un esempio concreto della situazione è lo stesso Monsignor Komarica, della diocesi di Banja Luka. Secondo il prelato la proprietà ecclesiastica sarebbe stata registrata nell’entità della Republika Srpskatramite una legge sui rilievi del catasto che viene definita “una pratica perfida”. Sostanzialmente, questa legge introduce un nuovo sistema di registrazione di beni immobili e dei diritti immobiliari, ma consente anche il “diritto” di alienare proprietà ai legittimi possessori. Questa nuova norma è una diretta conseguenza della legge di riforma del catasto approvata nel 2012 e delle successive modifiche del 2018 e del 2019. Sostanzialmente si tratta di un nuovo espediente per sottrarre gli immobili ai vecchi cittadini della Republika Srpska.

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Secondo questo nuovo iter, la Commissione catastale, istituita dall’Amministrazione della Repubblica per gli affari geodetici e immobiliari della Republika Srpska, obbliga i proprietari degli immobili delle aree di riferimento a presentare una dettagliata documentazione che possa dimostrare i reali titoli di proprietà. Il tutto, però, deve essere fatto entra 30 giorni dell’affissione del comunicato presso la bacheca comunale. Ma dato che, come facilmente intuibile, la maggior parte della popolazione non serba non risiede più nelle zone della Republika Srpska, la commissione ha l’obbligo di nominare un rappresentante legale temporaneo su ci graverebbe l’incarico di rintracciare gli interessati. Compito non facile, dato che tra fughe, deportazioni e omicidi, la stragrande maggioranza delle persone si rivela spesso irreperibile. Al decorrere del tempo concesso ai legittimi proprietari di far valere il loro diritto alla proprietà abitativa, qualora nessuno si fosse palesato, gli immobili vengono registratati a favore della stessa Republika Srpska. Una cifra e un guadagno importante per i capi dei serbo-bosniaci, che non solo continuano nel loro piano di pulizia etnica sotto l’assordante silenzio della comunità internazionale, ma traggono anche un cospicuo guadagno da tale pratica.

“Nella situazione attuale – ha dichiarato la diocesi di Banja Luka tramite il comunicato stampa -, come dimostrano le esperienze di molte persone fisiche e giuridiche, questo lavoro non viene svolto in modo sufficientemente trasparente e professionale, perché le parti interessate non sono generalmente informate su queste procedure. Il risultato di tali azioni è che i proprietari in questione perdono la loro proprietà. In effetti, questa norma, conferisce legittimità e arbitrarietà all’attuale entità di governo, violando uno dei diritti umani fondamentali: il diritto alla proprietà privata. Ciò potrebbe essere l’atto finale della fatale “pulizia etnica” e dell’eradicazione definitiva di molti abitanti della Bosnia Erzegovina. Questa legge è ingiusta e contraria alla Costituzione della Bosnia Erzegovina e alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”[2]

 

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Secondo questo nuovo iter, la Commissione catastale, istituita dall’Amministrazione della Repubblica per gli affari geodetici e immobiliari della Republika Srpska, obbliga i proprietari degli immobili delle aree di riferimento a presentare una dettagliata documentazione che possa dimostrare i reali titoli di proprietà. Il tutto, però, deve essere fatto entra 30 giorni dell’affissione del comunicato presso la bacheca comunale. Ma dato che, come facilmente intuibile, la maggior parte della popolazione non serba non risiede più nelle zone della Republika Srpska, la commissione ha l’obbligo di nominare un rappresentante legale temporaneo su ci graverebbe l’incarico di rintracciare gli interessati. Compito non facile, dato che tra fughe, deportazioni e omicidi, la stragrande maggioranza delle persone si rivela spesso irreperibile. Al decorrere del tempo concesso ai legittimi proprietari di far valere il loro diritto alla proprietà abitativa, qualora nessuno si fosse palesato, gli immobili vengono registratati a favore della stessa Republika Srpska. Una cifra e un guadagno importante per i capi dei serbo-bosniaci, che non solo continuano nel loro piano di pulizia etnica sotto l’assordante silenzio della comunità internazionale, ma traggono anche un cospicuo guadagno da tale pratica.

“Nella situazione attuale – ha dichiarato la diocesi di Banja Luka tramite il comunicato stampa -, come dimostrano le esperienze di molte persone fisiche e giuridiche, questo lavoro non viene svolto in modo sufficientemente trasparente e professionale, perché le parti interessate non sono generalmente informate su queste procedure. Il risultato di tali azioni è che i proprietari in questione perdono la loro proprietà. In effetti, questa norma, conferisce legittimità e arbitrarietà all’attuale entità di governo, violando uno dei diritti umani fondamentali: il diritto alla proprietà privata. Ciò potrebbe essere l’atto finale della fatale “pulizia etnica” e dell’eradicazione definitiva di molti abitanti della Bosnia Erzegovina. Questa legge è ingiusta e contraria alla Costituzione della Bosnia Erzegovina e alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”[2]

 

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Note

[1] D. Zlatko, G. Riva, L’ONU è morta a Sarajevo, Il saggiatore, Milano 1996, p. 75

[2] https://www.kosovo-online.com/vesti/politika/srbija-spc-i-srbi-vlasnici-vise-od-polovine-teritorije-kosova-8-9-2020

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