L’IRAQ NEL GIORNO DEL 14° ANNIVERSARIO DALLA CONDANNA DI SADDAM HUSSEIN

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Il 5 novembre 2006 Saddam Hussein fu condannato a morte. A 14 anni da quella condanna gli iracheni hanno ottenuto quella democrazia e stabilità che gli vennero promesse dalla Multi-National Force – Iraq? E cosa c’entra l’ascesa dell’ISIS con la caduta dell’ultimo raìs?

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Il 5 novembre 2006 Saddam Hussein fu condannato a morte dal tribunale speciale iracheno istituito nel 2003 poco dopo la cattura del dittatore, sotto l’amministrazione degli USA, per portare avanti il processo contro il raìs ed altri sette esponenti dell’ex regime, accusati di crimini contro l’umanità. A 14 anni da quella condanna e dalla successiva impiccagione dell’ex dittatore, gli iracheni sono riusciti a raggiungere quella democrazia e stabilità che gli furono promesse dalla cosiddetta “coalizione dei volenterosi”? E come ha contribuito il vuoto politico lasciato dalla morte di Saddam alla profonda instabilità di tutta la regione mediorientale nonché alla proliferazione del terrorismo islamico tornato in auge in Occidente, dopo un periodo di apparente assopimento, proprio negli ultimi mesi?

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La caduta di Saddam

I 48 Paesi della Multi-National Force – Iraq (MNF-I), capitanati dall’allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, si dissero spinti, ai tempi, dalla volontà di far rispettare al dittatore iracheno le risoluzioni ONU adottate nei confronti dei crimini commessi dall’Iraq, spingendo sul Consiglio di Sicurezza in modo da portarlo ad approvare la futura invasione territoriale che USA e Gran Bretagna porteranno avanti quasi in solitaria. Forse l’obiettivo era già chiaro quando gli altri Stati della coalizione vennero ridotti ad una mera copertura politica. Al di là delle speculazioni fatte sulle reali motivazioni che furono poste alla base della decisione di intervenire in Iraq, lo scopo di quest’analisi è quello di mettere in luce le diverse ed ormai ben radicate problematiche che quest’intervento inizialmente proposto come “umanitario” ha lasciato nel Paese e nell’area ancora oggi, a chi ha portato benefici ed a chi, evidentemente, no.

Come si poteva immaginare, la caduta del leader del partito Ba’th altro non provocò se non un enorme vuoto politico in un Paese reduce da quasi mezzo secolo di dittatura, ed uno scoglio in meno per gli USA nella ridefinizione delle relazioni con Europa ed Africa in un momento in cui il declino non sembrava così improbabile.Questo tipo di scenario, si poteva ben prevedere, comportò una serie di insurrezioni da parte di una frangia di popolazione per decenni repressa con la forza. La coalizione non era sicuramente preparata ad affrontare il forte scontro che si creò a causa del dualismo sciiti-sunniti presente sul territorio e della conseguente ribellione della popolazione sciita che, seppur maggioritaria, era stata oppressa dai sunniti del partito di Saddam.

Un secondo, evidentissimo, errore fu quello di creare un enorme vuoto nella sfera della sicurezza come conseguenza dell’estromissione dall’esercito di tutti coloro appartenenti alla vecchia guardia, liberi (o senza alternativa?) di unirsi agli insurrezionisti o, nei casi peggiori, ai gruppi terroristici sul territorio. Una delle conseguenze forse più importanti ed influenti di quest’azione non ben ponderata dai Paesi occidentali, ben lontani culturalmente, religiosamente e politicamente dai Paesi mediorientali, fu proprio la slatentizzazione – fra tante – di una corrente islamista che per anni era stata messa a margine dal regime: la caduta del raìs si concluse in un’escalation di consensi nei confronti di al-Qa’ida in Iraq, allora sotto il comando di al-Zarqawi, leader del “Gruppo del monoteismo e la Jihad”, considerato da molti come vero precursore dell’ISIS. Lo stesso ISIS che, 15 anni dopo, ancora attacca l’Europa.

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Il post USA e l’ascesa del Califfato

Dunque l’instabilità politica, la guerriglia e le rivolte sociali provocate dalla morte di Saddam portarono sostanzialmente all’impossibilità di governare il Paese, questione che gli americani pensarono di risolvere con il “surge”, decretando quindi l’infattibilità del piano iniziale perseguendo il nuovo banalissimo obiettivo di riportare un ordine che era stato distrutto proprio dal loro intervento di qualche anno prima.

Quando nel 2011 Obama ritira anche le ultime decine di migliaia di soldati dal territorio, lascia di fatto l’Iraq in balìa di una situazione di incertezza, difeso da un esercito di nuova generazione completamente incapace di far fronte alle nuove minacce, in un territorio devastato e lacerato esternamente ed internamente, fertile per la fortificazione del radicalismo islamico e avverso – d’altro canto – all’instaurazione di una vera democrazia.

Ci aspetteremmo, trascorsi 9 anni, una situazione profondamente diversa. L’intoppo, se così vogliamo chiamarlo illudendoci che prima ci fosse stato anche solo un barlume di miglioramento, avviene in quella che viene definita dall’USIP terza fase del nuovo Iraq. Il nuovo governo parlamentare sciita non è in grado di mantenere le promesse di inclusione fatte alla minoranza sunnita. Parliamo ancora di un Iraq flagellato dalle proteste contro il settarismo sciita ed è proprio questa profonda inconciliazione tra i due popoli a permettere la prima vera costruzione fisica dello Stato Islamico, che si fa forte dei dissapori tra fazioni per reclutare esponenti sunniti tra le sue fila. Siamo nel 2013 e l’ISIS prende la città di Falluja.

L’esercito iracheno non può niente contro l’armata di al-Baghdadi e – poco meno di un anno dopo – il neonato Califfato controlla un terzo dell’Iraq e prende Mosul come sua capitale. È evidente che il fallimento dell’esportazione della democrazia non sia stata l’unica conseguenza negativa dell’occupazione americana in Iraq. L’instabilità creata nella zona, a partire dai disordini sociali per arrivare alla diffusione del radicalismo a piede libero, ha dato il via ad una cascata di interventi nel Vicino e Medio Oriente in cui si sono inseriti anche altri attori contrapposti inizialmente non coinvolti, come Turchia e Russia, dando vita ad una scacchiera in cui ognuno attacca i pedoni dell’altro per perseguire il proprio obiettivo, spesso economico o comunque squisitamente geopolitico, di conquistare quanti più territori come fosse una partita a Risiko.

Negli ultimi anni si è detto che una nuova elezione politica potrebbe riorganizzare tutto il panorama politico. Quindi, penseremmo, ora il popolo iracheno gode dei diritti sottrattigli negli ultimi 35 anni. Ma a due anni dalla sconfitta territoriale del Califfato il Paese è caratterizzato da manifestazioni e proteste contro la disoccupazione, la mancanza di servizi efficienti, la persistenza di politiche settarie. Un aspetto curioso è la lotta alla corruzione, sviluppatasi solo dopo il rovesciamento del regime dittatoriale di Saddam e oggi spina nel fianco della nuova “democrazia” irachena. Del resto, le migliori democrazie dell’Occidente sono state caratterizzate, nei decenni, da scandali di corruzione degni di essere esportati.

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L’Iraq oggi: fallimento su diversi fronti?

Gli omicidi di Farhatiya, il rogo nella sede del Partito democratico del Kurdistan iracheno (PDK) e l’uccisione di 700 manifestanti solo nell’ultimo anno non sono sicuramente indicatori dello stato di buona salute di cui gode il governo iracheno. Di sicuro salta all’occhio quanto sia solida la politica confessionale ai vertici della società, a dispetto dei cittadini che dal basso hanno cominciato a superare le identità religiose o etniche a favore di un’identità nazionale. Ma mentre cambia molto l’atteggiamento dei popoli, molto poco cambia ai vertici. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato il 7 ottobre prevede che il deficit in Iraq raggiungerà un “livello senza precedenti”, in vista di un crollo stimato del 10 per cento del pil quest’anno. Sicuramente un ulteriore vuoto di potere non farebbe altro che peggiorare una situazione di per sé già critica ed instabile. Ma è anche vero che la situazione dell’Iraq di oggi non è poi così diversa da quella dell’Iraq di ieri.

Pur volendo omettere le ragioni che spinsero le democrazie occidentali a voler liberare un popolo dal proprio aguzzino, siamo sicuri, a distanza di 15 anni, che fosse questa la cosa giusta da fare? O per lo meno che fosse questo il modo giusto di farla? Alla luce dei fatti odierni, a cosa è servita la dissoluzione del regime di Saddam, se non ad ostentare la forza bellica e l’egemonia unipolare degli USA sugli altri? Non è stato di certo il popolo iracheno a goderne e, ad oggi, neanche l’Europa, impegnata sempre di più in una lotta contro un terrorismo scaturito proprio dall’instabilità provocata in Medio Oriente. Sarà un caso che, Gran Bretagna a parte, nessun Paese europeo all’asemblea ONU si era schierato a favore dell’intervento ed anzi, tanti avessero sottolineato con vigore la propria contrarietà? E se Saddam fosse rimasto ancora al potere, l’ISIS avrebbe mai davvero avuto modo di realizzare un proprio Stato fisico e farsi forte di questo per accrescere l’ideologia?

 

 

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