LE TENSIONI IN ETIOPIA POTREBBERO SFOCIARE IN UNA GUERRA CIVILE

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Il Fronte di liberazione popolare (TPLF), il partito al governo nella travagliata regione del Tigray in Etiopia, “ha attaccato una base militare federale”. È quanto ha annunciato Abiy Ahmed dichiarando che il limite di confine è stato superato e che le forze militari di difesa “hanno ricevuto l’ordine di assumersi il compito di salvare la nazione. La forza è usata nella stessa misura per salvare il popolo e la Paese” Il presidente della regione del Tigray, Debrestion Gebremichael, ha risposto alle accuse del primo ministro sostenendo davanti ai giornalisti che il governo avrebbe attaccato in realtà per contestare l’organizzazione delle elezioni locali di settembre, definendo l’offensiva non un’azione di difesa ma una vera e propria spedizione punitiva.  

Ricordiamo che la coalizione di governo etiope aveva nominato Abiy Ahmed primo ministro, nel 2018, per placare mesi di proteste antigovernative. Abiy Ahmed, di etnia oromo e di fede protestante, ha cercato di guidare sin da subito l’Etiopia verso un percorso di rinnovamento. Sul piano interno, ha attuato importanti riforme economiche e ha posto fine al monopolio dello Stato sui settori dell’aviazione e delle telecomunicazioni. Inoltre ha perseguito come obiettivo centrale della politica estera la promozione della pace e del dialogo. Obiettivi che l’hanno portato all’ottenimento di un premio Nobel per la pace nel 2019. Tuttavia non è riuscito ad arginare le tensioni territoriali, frutto della pesante eredità storica del Paese.

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Ed è In questo contesto che si inserisce il ruolo del TPLF, partito che raccoglie i voti della minoranza tigrina. Il partito, infatti, era considerato l’unico anello di congiunzione per mantenere l’unità nel Paese, diviso dal conflitto tra gli Amhara, da cui proveniva la classe dirigente imperiale fino al 1975, e gli Oromo, discendenti degli schiavi somali. Tuttavia con l’arrivo di Abiy Ahmed il TPLF ha più volte lamentato di essere stato emarginato dal potere decisionale fino ad arrivare alla decisione di settembre di organizzare delle elezioni locali nella regione del Tigray, elezioni, che non sono hanno ottenuto l’autorizzazione di Addis Adeba.

L’accentuarsi delle tensioni potrebbero adesso estendersi in altre aree dell’Etiopia, dove alcune regioni hanno iniziato già ad avanzare maggiori forme di autonomia. Per contrastare l’esplosione di una vera e propria guerra civile alcuni governi locali hanno chiesto di avviare un immediato dialogo con gli esponenti del Tigray. Tuttavia, al momento la soluzione diplomatica appare ostacolata dall’atteggiamento intransigente delle parti che hanno mostrato uno scarso interesse verso la costruzione di un dialogo inclusivo.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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